Biografia di Umberto Tozzi

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23 Nov 2014 - E invece...

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E invece…

Ero al secondo, forse terzo bicchiere di Cynar, non saprei. Non mi mettevo certo a contarli.  Diluito con acqua tonica e una fetta di limone, s’intende. Lo consideravo un amaro alle erbe, una sorta di medicinale. Più lo bevo, pensavo, meglio sto. Non mi sbagliavo, stavo bene, mi sentivo bene. Insomma, lei notò che stavo per prendere il terzo bicchiere e diventò seria.  Mi misi a parlare di carciofi. Forse il discorso era caduto sulla politica, su chi ci rappresentava, dei carciofi appunto. Forse era semplicemente chiacchierare, dire cose senza senso come più mi era facile. Ora in quel locale avevo qualcuno con cui parlare.  Eravamo all’inizio della storia e iniziavamo a conoscerci. Mi chiese di spiegarle la differenza tra destra e sinistra. Non so cosa centrassero i carciofi. Ma come potrei farle capire cosa sono per me i progressisti che si comportano da conservatori? E i conservatori che pensano solo a quello che è loro, facendoti credere che è anche tuo? “Piuttosto” le dissi, cambiando argomento,” qual è il cardo e qual è il decumano?  Non me lo ricordo mai. Per me il cardo è il nord/sud come il cardo, il carciofo appunto che se ne cresce in verticale! Come quasi tutte le piante, perché ci sarebbero le tappezzanti che…. come le orchidee…”. Avevo anche pensato a una varietà di rosmarino ma non lo dissi, già mi sembravano troppe le cose che dicevo e che non risultavano collegate tra loro. Lei si mise a ridere. Era bellissima quando rideva. Avrei voluto vederla sempre cosi felice e, di più, esserne io la causa. Anche solo per osservare quella curva del sorriso che le sue labbra prendevano a forte velocità.” Ma no!”, mi rispose “ Si dice cardo perché deriva da cardine, quello dei portoni che lo bloccano con due aste di acciaio verso il soffitto e il pavimento,…. nord/sud…. in questo senso…”. “Potenza del liceo classico” le dissi preparandomi a ricevermi uno “scemo” che, da come me lo diceva, suonava come un “grazie” a un complimento  nascosto in una battuta di cellophane. Un “grazie” bellissimo, specialmente se detto da quelle labbra. Le diedi un bacio. La trovavo irresistibile. Mi allontanò il bicchiere, mi prese sottobraccio e uscimmo dal locale. Mi fece promettere che se avevo sete, solo lei doveva essere la mia acqua.” Magari non proprio acqua!”, le dissi. “Piuttosto quelle cose colorate che bevi tu,  quei mix di frutta e carote dove ci metti il ghiaccio d’estate”. Che quando gliele portavano le dicevo sempre “Muoviti a berlo che freddo il minestrone non è più buono!”

Io abbandonai i miei amari scuri alle erbe con fette di acido incastrate sul bordo. Li barattai per i suoi occhi chiari, per la sua dolcezza, i suoi piccoli e grandi guai che ogni settimana irrimediabilmente attirava.  Stavo bene. Ma sapevo anche che il mio benessere  era un’anomalia. Di quella storia, bella e triste come un film romantico, mi era già apparso il finale. Solo a me. Non era bello per quanto mi riguardava perché rimanevo solo e lei se ne andava felice con un altro. Non so se fosse questa cosa che mi bloccò quando lei iniziò ad allontanarsi. Si allontanò veramente.  Piccoli segnali, giorno dopo giorno, come piccole ma troppe crepe che ti fanno capire che  l’edificio è costruito male e allora  è meglio allontanarsi perché non è più sicuro. Ti può travolgere e forse non usciresti più. Chiunque altro sarebbe corso da lei, avrebbe bussato alla sua porta, l’avrebbe implorata di ritornare, riempirle di promesse che però sarebbero state come cene raffinate servite fredde a una persona senza più appetito. Così quando successe, perché tutti i film arrivano a una fine, lasciai che le cose accadessero. Come se tutto non capitasse a me ma a un altro del quale non mi importava poi granché. Rimasi dentro a quell’edificio pericolante e inevitabilmente soffrivo. Cercavo di convincermi che sarebbe tornata, che con quello lì non avrebbe funzionato.  “Domani mi chiama, vedrai” mi ripetevo. Ma quando si parla da soli, soli forse lo si è già. Ora  faccio i conti. Settembre se ne è andato senza quel domani dove lei si fa viva, mi chiede come va e tutta  la sua distanza svanisce come un brutto sogno dal quale si cerca di svegliarsi. E il dolore è solo di quell’altro, non più tuo. È passato un anno da quando l’incontrai. Sono di nuovo  qui, seduto sullo sgabello dove ci conoscemmo, circondato dal vociare che il locale offre a quest’ora. Forse non sono nel posto adatto considerando che me ne sto muto mentre tutti parlano con tutti. Ma almeno non sono solo, almeno è così se mi guardo intorno. Abbasso subito lo sguardo e fisso le mani. Stringono  l’amaro, la medicina che non prendo da allora. Lo butto giù in pochi sorsi. So che si troverà a suo agio nelle vene, dentro di me, colme come sono di amarezza che mi circola spinta dal cuore. Quello che vorrei adesso è averla ancora qui di fronte. Vorrei parlarle, magari non come un tempo, se fosse possibile anche solo per un minuto. Vorrei parlarle mentre mi sorride, mi prende la mano e mi  allontana da questo piccolo cimitero di bicchieri.


23.11.2014, Stefano_D                                                               graphic by Stefano_D

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… e adesso sei … (nella versione di Linda)

08.47. E’ questa l’ora che il grande orologio della stazione mi sbatte contro come un pugno in faccia. Lo sapevo.

Lo sapevo che per paura di fare tardi avrei finito con l’arrivare troppo in anticipo. “Arrivo con il treno delle 09.40. A domani, dormi bene”. Leggo e rileggo l’ultimo whatsapp di Mattia sperando che ad ogni lettura il tempo che mi separa dal suo arrivo si possa come d’incanto accorciare un po’. Tentativi vani. Mi rassegno al dover aspettare quasi un’ora e d’improvviso esco dalla solitudine dei miei pensieri per naufragare tra le onde dell’oceano umano che popola la stazione nell’ora di punta. Luogo che proprio per il suo troppo affollamento mi guardo bene dal frequentare, tanto che mi sento in terra straniera pur essendo nella mia città. Il Tibet. Me lo dice sempre Ennio, il mio amico buddhista, vegetariano ed immune alle piccole e grandi paranoie di noi comuni mortali, che il Tibet sarebbe il luogo ideale per me. Ed io gli do ragione. Ma il Tibet può aspettare. Cosi come io in stazione sto aspettando Mattia, il quale finalmente smetterà di essere un nome dietro al quale si sono consumati fiumi di parole tra e-mail, sms e chat ora che anche lui, con i suoi tempi, è entrato nel magico mondo di Uazzapp!

 

Sono al binario 24, quello al quale arriverà il suo treno. Sembra che qualcuno da lassù ha a cuore la mia salute ed ha voluto salvaguardarmi da un probabile attacco di panico dirottandomi nell’angolo più nascosto e meno frequentato della stazione. Qui nell’attesa, a farmi compagnia ci sono solo alcuni addetti alla pulizia dei bagni pubblici ed un signore che entra ed esce dalla toilet imprecando in quanto non riesce a pulirsi da un ricordino che un piccione di passaggio ha pensato bene di lasciargli sulla giacca. Sorrido della sua disgrazia augurandomi di non essere toccata dalla stessa sorte!

 

In realtà Mattia non è solo un nome per me. Ho presente la sua figura e me la ricordo nonostante siano passati dieci anni da quando ci siamo conosciuti. Mi lega a quell’unico e lontano incontro il ricordo di un ragazzo carino, prima ancora che nell’aspetto, nei modi. Quella che definiresti una “bella persona”.  Si Mattia è una bella persona.

Si da fare nel sociale, segue tante passioni, molte delle quali abbiamo con il tempo scoperto avere in comune.

E poi è bravo sul lavoro. Mi ha spesso dato suggerimenti ed apprezzate consulenze gratuite quando lavoravamo per la stessa ditta seppure in sedi diverse. Realizzo forse solo adesso che con nessun collega del mio ufficio avevo instaurato il rapporto instaurato, seppure a distanza, con Mattia. Realizzo anche che è strano in tutti questi anni non esserci più rivisti, ne casualmente, ne volutamente. In effetti lui non ha mai manifestato nessun interesse in tal senso e tantomeno io. Per quanto credo che forse non sarebbe dispiaciuto a nessuno dei due. Però, abitando lontano ed immersi ognuno nella propria vita forse abbiamo dato per scontato non ci fosse spazio per altro rispetto a quello che non c’era già. A Mattia non ho mai raccontato molto delle mie questioni personali, in realtà lui ha saputo del mio essere tornata single già  molto tempo dopo la mia separazione. Anche lui non mi ha mai raccontato più di tanto della sua vita privata, e sono venuto a sapere della sua più recente separazione solo in via del tutto casuale.

 

E adesso sono qui ad aspettare un treno. Perché ci incontriamo? Un po’ ho paura. Io avrei evitato, almeno per adesso. Ma Mattia ha insistito ed io non ho opposto resistenze. Forse in fondo ho la stessa voglia di vederlo se non di più. E’ come se ritrovandoci entrambi liberi dalle nostre precedenti situazioni sentimentali è caduta quella barriera che rendeva impermeabili i nostri cuori l’uno all’altro. Ci siamo ritrovati nudi, esposti, vulnerabili. E di conseguenza più ricettivi l’uno verso l’altro. Quello che prima ci piaceva dell’altro adesso ci incuriosisce e ci interessa al punto da volerne sapere di più. C’è sicuramente un po’ di suggestione. Ma c’è anche qualcosa di vero e sincero dietro questa voglia di vedersi. Abbiamo entrambi lasciato andare qualcosa che non ci apparteneva più ed ora guardiamo con occhi diversi  tutto ciò che ci circonda. E’ come se finalmente più consapevoli di noi stessi ora siamo alla ricerca di qualcosa che ci somiglia, come se fosse finalmente  chiaro in testa quello che si vuole, quello che si sta cercando.

 

09.40, il treno è arrivato. Scende una massa indefinita di pendolari frettolosi ed agitati che però non agitano me.

Anzi, avverto una grande calma interiore che farebbe invidia perfino al mio amico Ennio quando tra quella massa indefinita riconosco Mattia che mi viene incontro. Lo guardo con tenerezza mentre lui cerca di nascondere il suo evidente imbarazzo dietro un accenno di sorriso. In quel dolce imbarazzo lo riconosco, anzi, mi sembra di conoscerlo da sempre e questi dieci anni non sembrano essere mai passati. E adesso è come io vorrei…


Domenico, 10.11.2014                                                                 graphic by Stefano_D

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25 Ott 2014 - ..e adesso sei...

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Guardo fuori ed ammiro lo spettacolo che mi offre questo angolo di natura, nel tratto di ferrovia che dal paese dove vivo porta in città, miracolosamente sopravvissuto (chissà ancora per quanto) alla cementificazione selvaggia. La campagna oggi è un trionfo di colori ed odori che mi arrivano dai finestrini socchiusi nonostante il treno sia pieno di variopinta e variamente odorante umanità. La meraviglia è quella di uno spettatore ad una prima assoluta, in realtà non assisto a niente di inedito considerando che quello  stesso tratto lo faccio ogni santo giorno e ormai da anni per recarmi al lavoro.

Eppure oggi è diverso. Sarà che oggi non ho voluto disperdere i miei pensieri in qualche lettura vagamente impegnata o nell’ascolto di musica sparata in cuffia viaggiando ad occhi chiusi. Oggi è un giorno speciale, non sto andando in città per lavorare, bensì per incontrare Linda. Io e Linda ci siamo conosciuti 10 anni fa ad un pranzo di lavoro. Penso 10 a numero in quanto fa più effetto pensare a quanto tempo sia passato da quel nostro primo, e finora unico, incontro. Lavoravamo per la stessa azienda ma in sedi diverse. A quel pranzo abbiamo avuto modo di scambiare qualche parola ed è bastato per far scattare un pizzico di simpatia tra due, fino ad allora, perfetti sconosciuti che sono riusciti a riconoscersi in un contesto di fatto di grigi colleghi apatici e senza forma che sono soliti popolare occasioni di quel tipo. In tutti questi anni siamo rimasti in contatto, nonostante Linda ad un certo punto abbia pure cambiato lavoro. Un contatto virtuale, fatto di molte mail, qualche sms e, realizzo solo adesso, pochissime telefonate. L’oggetto delle nostre conversazioni su tastiera è presto passato da argomenti di lavoro a scambi di opinioni sull’ultimo spettacolo visto a teatro o l’ultimo libro letto, sul commentare la domenica calcistica al suggerire all’altro di andare a vedere quel cantante quando capitava in città con il nuovo tour. Ognuno ha rappresentato per l’altro un interessante e valido interlocutore, con il quale poter parlare con lo stesso impegno del film comico campione di incassi sulla bocca di tutti come dei mali che affliggono il pianeta manifestando la stessa rabbia ed indignazione davanti le grandi ingiustizie. Momenti di evasione, pura e sincera. Mai in 10 anni un sms dai toni ambigui che potesse far pensare a chissà quale secondo fine di uno o dell’altro protagonista.

Ma allora perché ora mi trovo su questo treno, perché io e Linda ci rivediamo a distanza di 10 anni? La nostra amicizia virtuale è sopravvissuta a scossoni di vario genere che ognuno di noi ha attraversato nella propria vita. Non sempre dall’altra parte si sapeva cosa stesse succedendo da questa parte e viceversa. Adesso però certi scossoni avevano portato entrambi in una condizione nuova, diversa. Linda in realtà è già da qualche tempo fuori dai postumi della separazione dal suo compagno. Da allora nessuna storia o forse niente di significativo, credo o cerco di convincermi (e chissà perché dovrei convincermene aggiungo!).       Io in realtà ne sono fuori da meno tempo, qualcuno potrebbe anche rimproverarmi che la ferita è ancora fresca e che non è il caso di cercare già nuove storie. Ma cosa c’entra questo con il rivedere Linda oggi? In fondo, penso, non c’è niente di male se due persone adulte, entrambe libere, decidono di vedersi – o forse vedersi per la “prima” volta (?). In fondo questo incontro ha solo lo scopo di dare un “senso” all’amicizia di questi anni. Alle tante e-mail, ai vari sms. Ora ci sono tutte le condizioni per potersi dire le stesse cose in presenza dell’altro, magari sulla panchina di un parco o seduti in una caffetteria. Non che prima non si potesse fare, ma di certo ora è più facile (e allora perché no?). Intanto il treno è entrato in città e la campagna ha lasciato la scena ad anonimi palazzoni di periferia. Più si avvicina il momento dell’incontro e più sale una inaspettata emozione, mista anche ad un po’ di ansia. Mi dico che non ha senso e cerco di riportare la calma dentro me. In fondo passeremo la giornata a chiacchierare del più e del meno, ripassando per i soliti argomenti, molti dei quali già abusati in passato. Non c’è motivo di preoccuparsi, o peggio di andare in ansia.

Eppure l’ansia mi prende, proprio adesso che il treno ha aperto le porte e mi perdo dentro una massa indefinita di pendolari frettolosi ed agitati. Mi prende l’ansia perché mi chiedo se Linda saprà trovarmi in mezzo a tanta gente (e mi compiaccio di aver fatto una considerazione dalla possibile doppia chiave di lettura …). Poi la vedo lì, appoggiata alla colonna vicino l’imbocco del sottopassaggio che inghiotte a centinaia i miei compagni di viaggio. Mi avvicino, sul mio viso si disegna un sorriso che ha il sapore dell’evidente imbarazzo … o forse sarebbe meglio dire che quel sorriso tradisce un po’ di presuntuosa consapevolezza, pensando già di sapere quali potrebbero essere le conseguenze di questo incontro. D’altra parte mi è evidente che più mi avvicino e più un pensiero si impone su tutti gli altri che affollano la mia testa ed accompagna i miei ultimi passi verso di lei. Un pensiero molto semplice, la guardo e penso che Linda è semplicemente bellissima… 


  Domenico, 25 ottobre 2014                                              graphic by, Stefano_D

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12 Ott 2014 - Un lunedì

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Un lunedì

Non saprei spiegare perché mi comporto così, perché mi ritrovo questa rabbia dentro. Rimane assopita chissà dove per poi svegliarsi e farmi fare cose che non vorrei. La prima volta successe a 15 anni, in prima superiore. Un mio compagno mi prese in giro, senza nessun motivo. Sentii il sangue pulsarmi nelle tempie, il respiro divenne sempre più affannoso. Mi scaraventai su di lui con una forza sconosciuta. Gli feci male, lui finì in ospedale, io venni sospeso. Quando tornai ero evitato da tutti e tutto nei rapporti era cambiato. Divenni un emarginato e mal sopportai di esser lasciato in disparte. Non resistetti a lungo. Un giorno venni accusato per degli oggetti che erano spariti dal laboratorio. Non ero stato io, ma sembrava che qualsiasi malefatta fosse opera mia. Era un lunedì e decisi che non sarei tornato più a scuola.  Iniziai a lavorare in un’impresa edile e a faticare dal sorgere del sole fino al tramonto. Vedevo il mio corpo cambiare. A forza di traportare sacchi di calce le braccia divennero muscolose, le mani  si fecero callose. Iniziai a fumare e smisi di fare progetti sul futuro. Mia madre non sempre c’era. Cambiava spesso lavoro, non riusciva a mantenerne uno oltre i sei mesi. Succedeva che si stancava, oppure non le piaceva o la pagavano poco. Così cambiavano gli impieghi, i turni, gli uomini che la riaccompagnavano a casa. Non ricordo un periodo felice insieme a lei anche perché prima dei 15 anni non ho che vaghi ricordi, immagini appese come post it sulla superficie di un frigorifero dissolto nel tempo. La penso ora che stringo una vecchia foto dove siamo insieme. Mi succede spesso ora che sono in carcere, un posto che sembra fatto apposta per pensare. Nella foto è giovane e ancora bella. Io mi stringo a lei aggrappato alla gonna. Nessuno di noi due ride o sembra felice.  Siamo in una spiaggia e guardiamo in direzioni diverse quasi a cercare un orizzonte migliore per le nostre vite, ignari del fatto che non lo afferreremo mai. Non ho idea di chi l’abbia scattata. Da quando qualche anno fa ha trovato un impiego in un’altra città non ci siamo visti spesso. Qualche volta ci telefonavamo. Se era al lavoro cercavo di isolare la sua voce dai rumori di sottofondo, schiacciando il cellulare all’orecchio. Il mio bagaglio in questa cella è fatto di due fotografie. L’altra è quella di Sara.  Avevo 22 anni e un altro lavoro. Non riuscivo più a reggere il lavoro del manovale. In fabbrica gli orari erano migliori ma in realtà avevo solo cambiato lo sporco alle mani.  Uscendo dalla fabbrica annusavo l’aria per godermi di essere fuori all’aperto.  E non mi importava se le mie scarpe calpestavano neve, pozzanghere o l’asfalto ancora tiepido, la cosa importante era che non sentissi più gli odori dell’olio e del ferro saldato come una radice amara che ero obbligato a masticare. Li dentro il sole lo potevi solo sognare, specialmente d’inverno quando non lo vedevi quasi mai. Sara l’ho conosciuta a una fermata dell’autobus. Lei ritornava dalle lezioni dell’università. Adesso a ripensarci, quello è forse stato l’inizio del periodo più bello e breve della mia vita. Dopo qualche mese andai a vivere nell’appartamento che i suoi le avevano affittato per studiare. Alla sera la trovavo con i libri aperti sopra il tavolo illuminato da una luce che trafiggeva la nuvola di fumo. Era quello che rimaneva delle sue sigarette che mancavano dal pacchetto, l’aria che aveva respirato. Mi sorrideva, chiudeva il libro con la matita dentro a tenere il segno e mi baciava. Più tardi raccoglievamo i vestiti per terra e preparavamo il tavolo per la cena. Le promettevo che avrei trovato un appartamento più grande di quella piccola stanza con  bagno. Avrei voluto veramente mantenere quella promessa. Ma distrussi tutto, nuovamente. Successe in fabbrica. Il caporeparto ebbe a ridire su come avevo portato a termine quel lavoro. Mi disse che non capivo niente, che non bisognava essere dei geni per compiere quelle operazioni. Ma bisognava avere quella attenzione che non ero in grado di mantenere.  Il rumore divenne un insieme di suoni cupi, deformati come le immagini che vedevo. Davanti a me avevo una persona che mi stava urlando, ma non stava urlando a me. Stava urlando a quella bestia che  mi dormiva dentro, svegliandola.  Lei non sopportava di essere disturbata in quel modo, voleva, doveva stare tranquilla. La bestia prese la mia mano e la mia mano un cacciavite che era sul tavolo. Ricordo ancora la punta ferma a due centimetri dai suoi occhi. Ferma perché altre mani avevano bloccato il mio braccio. Mi cambiarono reparto, iniziai a fare lavori sempre più insopportabili, alla fine salii in ufficio e mi licenziai. Anche quella volta era un lunedì. Non dissi niente a Sara. Non volevo farle sapere che ero anche così. Avevo bisogno dell’immagine che lei aveva di me, diversamente mi sarei sentito  come mi sento adesso: perso del tutto e senza sapere neppure dove. Continuavo a mantenere gli orari della fabbrica uscendo e rientrando a casa, ma iniziavo a passare le mie giornate al bar e li feci amicizia con Luca. Lui non lavorava, i soldi se li procurava vendendo illusioni in bustine al suo giro di disperati. Era diffidente ma dopo qualche settimana si confidò. Anche lui aveva una bestia dentro, forse più imprevedibile e violenta della mia. Me ne accorsi una mattina nebbiosa di novembre quando gli dissi che dovevo andare a far benzina e volle venire anche lui. Arrivati al distributore mi sorprese dicendomi che avrebbe pagato lui. Così mentre  aspettavo di riempire un po’ il serbatoio con una misera banconota, lui entrò alla cassa.  Non capii bene cosa successe, ma vidi un lampo,  seguito da un rumore sordo e Luca che tornava verso di me con una pistola in mano urlandomi di scappare. La mia bestia e la sua scapparono mentre io rimanevo ancora una volta un prigioniero impaurito, incapace di dire o fare qualcosa.

È passato un mese da quando mia madre è venuta a trovarmi in carcere. Eravamo seduti uno di frnte all’altro, giù al parlatoio. Un vetro ci divideva. C’è sempre stata una barriera invisibile tra di noi, anche nei lunghi anni quando abitavamo insieme in quel appartamento al quarto piano. Una cella della quale avevo le chiavi. Sara non l’ho più vista. La capisco, non merita uno come me. Lei deve vivere in quel altrove dove tutti possono costruire la loro vita e dove io ho vissuto solo per pochi . Vorrei tanto tornarci, ma potrò farlo solo un giorno che è lontanissimo. Ora non posso. Ha vinto la bestia. È lei che mi tiene qui. Ho letto una frase, ma non ricordo in quale libro è racchiusa: “la morte è l’inizio di una nuova vita”. Solo così potrei liberarmi da questo animale e io da questo posto. Non voglio diventare vecchio qui o fuori di qui. Mi sono procurato una cintura.  Il cielo che vedo dal cortile è un piccolo rettangolo blu. Domani è lunedì. 


12.10.2014, Stefano_D graphic by Stefano_D

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24 Ago 2014 - Cantando, viaggiando..

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Cantando, viaggiando..

Dopo una breve ma profonda crisi personale e creativa a metà del decennio, la vittoria a Sanremo con il trio  ed i successi commerciali sanciti dagli album Invisibile e Royal Albert Hall, gli anni ’80 si chiusero restituendo al suo pubblico un Umberto Tozzi la cui stella tornò a splendere brillantemente. E gli anni ’90 sembravano iniziare da dove il decennio precedente ci aveva lasciato. Con l’album Gli altri siamo noi (oltre 600.000 copie vendute) e l’antologia Le mie canzoni (oltre 800.000 copie), Umberto Tozzi sembrava destinato a vivere un ruolo da assoluto protagonista anche per l’ultimo decennio del secolo scorso. Per la maggior parte dei fan, all’epoca a distanze siderali dai propri idoli (non eravamo ancora nell’epoca di internet e della “condivisione” totale), i successi di inizio anni ’90 sembravano poter soltanto rafforzare e consolidare ulteriormente il lungo rapporto di collaborazione tra Tozzi ed il suo produttore-paroliere Giancarlo Bigazzi. In realtà il rapporto iniziava a scricchiolare già da qualche anno fino al giungere alla sua fine proprio all’indomani della pubblicazione dell’album Gli altri siamo noi. Sappiamo poi bene come sono andate le cose negli anni a seguire, l’uno senza l’altro, Tozzi e Bigazzi non sono stati più capaci di mietere successi come invece erano riusciti a fare unendo i loro due talenti in un sodalizio che in Italia vanta pochi eguali, secondi forse solo a Lucio Battisti e Mogol, con la differenza però di aver saputo esportare con più facilità e maggiori gratificazioni le proprie produzioni anche all’estero. Tuttavia il nuovo corso della carriera di Umberto Tozzi non iniziò male e tutto lasciava credere che in fondo il cantautore torinese avrebbe potuto continuare a camminare ancora a lungo con ruolo da prim’attore nel panorama della musica leggera italiana. Nel 1994, ovvero 20 anni fa, Umberto Tozzi fu ancora una volta protagonista della stagione estiva, esattamente come in passato accadde con pezzi firmati a quattro mani con Bigazzi. Questa volta però, autore di musiche e testi coincidevano nell’unico nome del suo interprete. “Io muoio di te” trionfò al Festivalbar e trainò al successo il primo disco del dopo Bigazzi. Seppure le vendite risultarono molto al di sotto del suo predecessore (circa 300.000 copie), “Equivocando” è forse l’ultimo album veramente ispirato di Umberto Tozzi, senza dubbio l’ultimo album con un successo commerciale riconosciuto ed indiscutibile. Ritrovatosi orfano non solo del suo paroliere, ma anche del suo produttore, Umberto Tozzi decise di ripescare una vecchia conoscenza del passato al quale affidare le sue nuove creazioni. Fu cosi che a 15 anni da Gloria, Umberto Tozzi e Greg Mathieson tornarono a lavorare insieme, dando vita ad un album di spessore, con sonorità per l’epoca molto moderne ed attuali, mettendo una distanza notevole dai suoni e dagli arrangiamenti del disco precedente. Tra i ringraziamenti, Umberto Tozzi cita proprio il produttore californiano “per aver orchestrato con grande gusto” il suo mondo musicale. Equivocando è un piccolo capolavoro di musica pop/rock che strizza l’occhio a certe sonorità d’oltre oceano, non sorprende infatti che tutte le basi musicali siano state registrate in California e con musicisti americani. E’ questa la prima collaborazione tra Tozzi ed uno dei turnisti più apprezzati al mondo, ovvero quel Michael Thompson con il quale Umberto si ritroverà a lavorare ogni volta che le sue strade e quelle di Mathieson torneranno ad incrociarsi. Dovendosi cimentare per la prima volta anche con i testi, Equivocando è forse anche uno degli album più autobiografici della sua lunga carriera. Non solo per le tante canzoni dedicate alla moglie Monica, alla quale va il ringraziamento di Umberto per averlo ispirato durante tutto il periodo creativo, ma anche per le canzoni dedicate ai figli Nicola (la struggente “Senza di te”) e Natasha (la delicata “Tu non lo sai”). L’album contiene anche un brano, “Il mio domani”, al quale Tozzi si dichiarerà più volte molto legato in varie interviste, tanto da imporre alla Warner la presenza di questo brano nel “Best of” pubblicato nel 2002 pur non essendo stato mai un singolo. A proposito di singoli, tre sono quelli estratti da questo album. La già citata “Io muoio di te”, la dolcissima ballata “Lei” e la title track “Equivocando”. E’ forse proprio questo brano su tutti a certificare ancora una volta il genio musicale di Umberto Tozzi, un brano dalla costruzione insolita, vestita di grandi atmosfere dagli arrangiamenti di Greg Mathieson. Nei pensieri di Tozzi doveva essere questo il singolo di lancio dell’album (come spesso successo in passato, singolo di lancio e album portavano lo stesso titolo). Furono poi i discografici, e lo stesso Mathieson, a convincere Tozzi sulla maggior incisività di “Io muoio di te”. Tozzi in realtà non era molto convinto, così come non era convinto nemmeno troppo dell’arrangiamento del brano che secondo lui, soprattutto nella parte iniziale, aveva un richiamo proprio a quella “Gloria” che segnò la prima collaborazione con Mathieson. Mathieson fu bravo a convincere Tozzi della valenza di quella sorta di “tributo” ad una delle sue canzoni più famose, ed i risultati gli diedero ragione.  Equivocando probabilmente non è il disco più bello di Umberto Tozzi in senso assoluto, e sicuramente piacerà poco ai fan legati soprattutto alla produzione firmata insieme a Giancarlo Bigazzi. E’ tuttavia il disco di maggior successo dopo il divorzio artistico tra i due,  è probabilmente il disco più bello dal 1994 ad oggi, è purtroppo l’ultimo grande successo di Umberto Tozzi.  Un disco che poteva segnare un percorso per gli anni a venire, percorso dal quale Umberto si è allontanato troppo con i dischi successivi per poi riavvicinarsi di nuovo a distanza di molti anni con l’album Today. Forse un po’ tardi.


Domenico, 24.08.2014                                                            graphic by Stefano_D

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