Biografia di Umberto Tozzi

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Quello che segue è  un altro racconto preso dal sito di Guido Guglielminetti. Anche questa testimonianza, come la precedente, riporta aneddoti interessanti e spassosi che avremo modo di leggere in un libro di prossima pubblicazione di Guido stesso che uscirà entro la fine dell'anno.



Della stessa.... PARROCCHIA


Abitavo a Torino in corso Peschiera al 309, stiamo parlando più o meno del 1965/66.

Non era da molto tempo che ci eravamo trasferiti: mia madre, mia nonna ed io, e ancora non conoscevo nessuno, quindi mi stavo guardando intorno. Appena dietro casa c’era una parrocchia molto attiva, gestita evidentemente da un parroco intelligente e molto dinamico, infatti c’era al suo interno un bel giro di gruppi o meglio “complessi” come si diceva allora!

Ho incominciato a frequentare la parrocchia di Pozzo Strada, così si chiama il quartiere, perché a breve ci sarebbe stata una gara di “complessi”, quindi al pomeriggio andavo a spiare le prove.

Entrando nel cortile, sulla destra, c’era una stanza che il parroco aveva adibito a sala prove. Dalla finestra di questa stanza, cercando di non farmi vedere, spiavo i musicisti che provavano. Quando tornavo a casa, mettevo un disco nel giradischi che mia madre aveva comprato con “Selezione dal Reader’s Digest” e fingevo di suonare la chitarra, sognando di essere su un palco. Non lo sapevo ancora ma praticamente avevo inventato il playback, come tanti miei coetanei!

Io andavo lì ogni giorno sperando provassero e aspettavo. Chiaramente non provavano tutti i giorni, ma io aspettavo ugualmente. Poi li vedevo arrivare! Anzi per la verità prima li sentivo. Era tutto un ridere e scherzare e spingersi fra di loro, si vedeva che erano affiatati, che si divertivano. Avevano sempre due o tre ragazze al seguito il cui unico compito era guardarli con aria sognante quando suonavano, prendevano molto seriamente quel ruolo di groupies e guardavano con aria sognante i loro idoli anche quando non suonavano.

Il leader del gruppo, cantante e chitarrista, si chiamava Umberto “Roddy”: capelli lunghi, rossi, magrissimo, maglietta attillata e jeans sopra la caviglia con calzino rigorosamente bianco (Michael Jackson non ha inventato niente!!). Molto sicuro di sè e consapevole del proprio fascino un po’ effemminato, come usava allora, si muoveva proprio come una rockstar. Alla batteria c’era Sandro “Davy”: caschetto nero e sguardo tenebroso, il massimo del suo sorriso era un leggero quanto impercettibile sollevamento del lato sinistro del labbro superiore, quando proprio si stava sganasciando dalle risate! Magrissimo anche lui e naturalmente sempre con le bacchette in mano. Questi due erano i personaggi intorno ai quali ruotava tutto, poi si aggiungevano a volte altri, ma non erano certo del loro calibro! Perchè nel rock conta anche l’aspetto fisico, e loro due sembravano fatti apposta per stare su un palco!

Io naturalmente li emulavo in tutto: capelli lunghi, biondi, magrissimo, magliete attillate, jeans corti e calzino bianco, che a scuola fra l’altro mi aveva fatto guadagnare l’appellativo di: “Finocchio”. Per chiudere la cerniera dei jeans mi dovevo sdraiare sul letto, tanto erano attillati.

Un giorno mentre stavano suonando solamente loro due, perchè avevano cambiato l’ennesimo chitarrista, Umberto mi vide che stavo sbirciando dalla finestra e mi fece cenno di entrare. Volevo sprofondare! Primo perchè mi ero fatto beccare che stavo spiando, secondo perchè erano i miei idoli. In quel momento sarei scappato, ma il mio animo che comunque era da rocker me lo impedì, quindi entrai. Le groupies mi guardavano incuriosite come se fossi un essere alieno ammesso alla corte dei loro idoli, Umberto e Sandro invece erano simpaticissimi e mi sentii subito a mio agio. Umberto mi chiese se suonavo e io con la faccia tosta che mi ha sempre contraddistinto gli dissi che suonavo la chitarra. In realtà stavo imparando a suonare con una chitarra acustica che avevo trovato nel retro del negozio di mobili che aveva mio padre, da cui andavo a lavare le vetrine.

Umberto mi disse che ne avevano già parlato tra di loro, perchè mi avevano già notato, e che secondo loro io potevo essere l’elemento che stavano cercando. Non stavo più nella pelle, per me era come se si stesse realizzando un sogno, quella sera raccontai tutto a mia madre, che ne fu molto contenta perchè mi era complice in tutto, al contrario di mio padre che pensava fossi solo un perdigiorno, capellone, buono a nulla. Tanto io vivevo con mia madre!

L’indomani mattina mia madre mi portò in un negozio di strumenti musicali e mi comprò la mia prima chitarra elettrica: 49.000 Lire, me lo ricordo ancora e non lo dimenticherò mai, perchè per lei, separata e quindi unica fonte di reddito della nostra famiglia, fu un grande sacrificio! Sono contento comunque di aver messo a frutto i suoi sacrifici!

Incominciammo quindi le prove. Prevalentemente suonavamo pezzi dei Beatles e dei Rolling Stones. Eravamo sempre insieme come si confà ad un vero gruppo, quando non facevamo le prove in Parrocchia, andavamo ai giardinetti con due chitarre acustiche. Per l’occasione Sandro suonava la panchina e le groupies sognavano con la voce di Umberto.

Qualche concorso lo vincemmo anche, ma non è che dessimo eccessiva importanza alla cosa, eravamo gli idoli del nostro quartiere e questo già ci piaceva.

Ma a volte nei Concorsi si incontrano strani personaggi……..


Racconto di Guido Guglielminetti                 http://www.guidoguglielminetti.com/

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15 Feb 2015 - PEZZI DI ALTRI NOI

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Pezzi di altri noi

E’ una di quelle mattine che solo certe giornate d’inverno ti sanno regalare. L’aria è tersa, fredda, ma il cielo è azzurro, limpido, c’è il sole ed una luce bellissima. Il blu del cielo e del mare si abbracciano in una sottile linea d’orizzonte che oggi si riesce solo ad immaginare. E’ una di quelle giornate in cui ringrazio il destino per avermi fatto arrivare in questo angolo d’Italia. Ad aiutarmi nel trovare il confine tra cielo e mare ecco spuntare all’orizzonte la sagoma del traghetto della Superfast Ferries in arrivo dalla Grecia.

Sorrido… sorrido pensando al  disappunto con il quale avevo accettato il trasferimento da Trieste a Bari.

Già lasciare la mia Roma per andare al Nord-Est fu tutt’altro che facile e mi trasferii già allora con un misto di tristezza e paure nel cuore. Si paura di non ritrovarmi in un'altra città, in mezzo a gente diversa da me. Ed invece Trieste fu una piacevole sorpresa. Con l’eleganza delle sue piazze, con i suoi caffè storici del centro, Trieste ha un atmosfera mitteleuropea  che mi ha conquistato. Ma non solo, a Trieste si respira forte aria di Est, dove questo termine evoca la storia. Terra di confine, crocevia di popoli che si mescolano, e trovi testimonianza di questo nella vita quotidiana. Nella cucina ad esempio, dove piatti della tradizione italiana si mischiano a piatti di origine austriaca o slava. D’altra parte i balcani e le musiche gitane alla Goran Bregovich sono dietro l’angolo, le avverti più vicine degli Appennini e delle melodie nostrane.

 

Adesso sono a Bari. Gli stessi pregiudizi che mi ero portato in valigia trasferendomi al settentrione me le sono portate in questo viaggio nel meridione. Ma così come Trieste anche Bari è stata una piacevole scoperta, smontando tutti i luoghi comuni che mi portavo dietro. “Bari ti accoglie” recitavano i manifesti dell’ufficio turistico locale quando arrivai in aeroporto, ed effettivamente così è stato. E mi sono trovato bene anche a Bari, come a Trieste. Anche questa terra di confine, terra di passaggio, ce lo racconta la storia. E’ vero che qui il confine naturale è il mare, però  anche qui si guarda ad Est anche se non ti vengono in mente guerra fredda e blocchi contrapposti, gitani, Likrofi e Gulasch.  Dalla Puglia, guardare al mare e pensare cosa c’è oltre ti fa venire soprattutto in mente l’Oriente. Terre lontane, mercanti di spezie, gente dalla pelle scura, olivastra.   

 

Il traghetto è ormai entrato in porto. Teresa, la mia collega degli uffici portuali mi porta con altrettanta puntualità il caffè e me lo porge sorridendo. Adesso insieme assisteremo al solito spettacolo del traghetto che si svuota la pancia piena di vetture ma soprattutto pullman turistici e camion. E sappiamo bene, io e Teresa, quanto questi traghetti sono “vettori” di disperati che nascondendosi sotto i grandi mezzi, provano ad arrivare nel nostro paese. Molti provano a scappare via appena il pullman o il camion ha lasciato la nave, rischiando di essere scoperti dalla vigilanza del porto, altri aspettano che i mezzi siano definitivamente fuori in strada. Sono per lo più asiatici, in gran parte provenienti dall’Afghanistan o dal Pakistan. La loro storia è quella ben raccontata nel libro “Nel mare ci sono i coccodrilli” di Fabio Geda. Ognuno di loro infatti potrebbe essere Enaiatollah, il protagonista. Viaggi lunghi ed interminabili, oltre che costosissimi e soprattutto molto pericolosi,  attraverso l’Iran, la Turchia e la Grecia, rischiando più volte di non poter proseguire. E poi, per chi ci riesce, il sognato sbarco nella Europa occidentale, per arrivare in Italia o molto più spesso per proseguire oltre e raggiungere parenti o amici in altri paesi del Nord Europa.

 

Bevo il caffè e guardo Teresa. Lei non è come me. Lei è del posto, di “Bari vecchia” come orgogliosamente tiene a sottolineare, vantandosi di aver giocato a calcio con Antonio Cassano nei prati che circondano il castello normanno-svevo quando erano entrambi bambini. Tuttavia il suo volto è una sintesi di questo posto e con i suoi lineamenti  è indubbiamente figlia di questa terra, dalla quale sono passati in molti e lei potrebbe benissimo avere antenati spagnoli o discendente di qualche mercante di spezie venuto dal lontano oriente. Il caffè è finito, torno al lavoro.


 Domenico, 15/02/2015                                                 graphic by Stefano_D 

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Quello che segue è un racconto preso dal sito di Guido Guglielminetti che, come è noto ai fan di Umberto Tozzi, è stato il suo bassista nei primi dischi. La storia riporta aneddoti interessantissimi di quel periodo della fase artistica del Nostro e la dice lunga sulle peripezie che i fantastici giovani del '51, '52 hanno dovuto attraversare prima di trovare la strada giusta per la loro vita di musicisti professionisti. La foto, inedita, che accompagna il racconto è stata gentilmente inviata ad Attimi dallo stesso Guido Guglielminetti che ringraziamo per la cortese disponibilità.


AL NIGHT...

Non eravamo sicuramente un gruppo da Night, ma secondo chi ci fece la proposta, eravamo talmente bravi che non avremmo avuto problemi. Secondo me si sbagliava. Sto parlando del 1970 più o meno. Eravamo il gruppo di Franco Tozzi, fratello maggiore di Umberto, gli “OFF SOUND”: Mario Bosio: organo Hammond (pesava una tonnellata, non Mario, l’Hammond!) Roberto Cohen: batteria, Umberto Tozzi: chitarra e voce, Guido Guglielminetti: basso.
Il nostro repertorio abituale girava intorno ai Beatles principalmente, poi Three dog night, Rod Argent, Crosby Stills Nash and Young, Bee Gees, Brian Auger ecc. Tutta roba che con il Night non c’entrava quasi niente. Le uniche cose che noi definivamo “da Night” erano: Brasil e Summertime. Un po’ poco direi! Io proprio non ricordo chi procurò questo contratto, forse Roberto, un po’ in stile “Blues Brothers” spacciando il nostro per un gruppo in grado di intrattenere la spettabile clientela di un Night club per più di tre ore. Ma quando mai!!! Comunque andammo. Peccato non ricordi come si chiamava il Night club, magari c’è ancora.
Il posto era immerso nella nebbia della profonda Brianza, intorno, oltre alla nebbia stessa non c’era nulla. Credo che tutti i lavoratori del Night, forse anche le signorine, risiedessero lì. Sicuramente noi sì. Il nostro impegno sarebbe stato per quindici giorni.
“E ora che cazzo ci facciamo qui per quindici giorni?”
Voi non potete immaginare che cosa fosse quel posto, vorrei essere uno scrittore per potervelo descrivere, non lo sono quindi dovrete lavorare molto di fantasia, tenete presente che nella realtà era molto peggio di quanto riuscirò a descrivere.
 
Periferia di Milano, dove non è più città ma non è ancora campagna, dove “...le fabbriche non mettiamole qua, è troppo triste, poi nessuno viene più a laurà, e quelli che ci vengono poi si suicidano..” La nebbia della notte spariva verso le undici del mattino e quella del pomeriggio/sera/notte, saliva alle 11.15.
In quel quarto d’ora di luce purtroppo si vedeva bene il posto in cui stavi, perciò pregavi tornasse presto la nebbia a nascondere tutto!!!
Noi arrivammo col furgone da Torino verso le 11.00. Non fu facile trovare quel posto, stiamo parlando dell’era “pre-tomtom”, ma comunque nessun navigatore ci avrebbe mai portato lì. Abbiamo chiesto in qualche bar, strada facendo, per fortuna lo conoscevano tutti!! Quindi dopo un po’ di tentativi lo abbiamo trovato.
Simpatico il proprietario!!! Ci informò subito circa le regole severissime che vigevano in quel posticino: Non potevamo avere contatti “...di nessun tipo” con gli altri lavoratori del Night, soprattutto con  le signorine naturalmente, ma neanche con i camerieri!! E non avremmo potuto portare nessuno. Sai che disgrazia! E chi mai avrebbe avuto il coraggio di portare qualcuno in un posto del genere!
Ci assegnò una stanza con quattro letti e ci mostrò il “LOCALE” come lo chiamava lui, maiuscolo!!! Bene...che dire? Una cantina, con quelle poltroncine orribili a forma di poltroncine da Night alcune rosse altre blu, Il pavimento era appiccicoso in modo imbarazzante. Io chiesi sottovoce a Roberto, il più grande di noi, come mai il pavimento fosse così appiccicoso, ma lui mi disse:”...lascia perdere”.
Ora sono grande e ancora non so perché fosse appiccicoso, ma non lo voglio più sapere.
Per fortuna il palco sul quale avremmo piazzato gli strumenti non era troppo piccolo e ci permetteva di sistemarli in modo adeguato!! Peccato che la scala per arrivarci fosse strettissima e portare giù gli strumenti fu un’impresa estrema. Avremmo voluto uccidere Mario e suonare in tre, ma ci fece pena, anche perché aveva fatto un sacco  di debiti per comprarsi l’Hammond che costava tanti soldi (naturalmente i debiti erano dei genitori, ma non era comunque un buon motivo per ucciderlo, o forse si?).
Un imperativo del posto era: non girare assolutamente per il “LOCALE” nelle pause “...mi raccomando brevi”. Dovevamo stare dietro al palco, il più possibile nascosti alla vista.
Iniziavamo a suonare verso le 10.00 mi pare, e continuavamo  fino alle 2/3 del mattino. Superato un primo momento di imbarazzo dovuto più che altro ai volumi, suonavamo troppo forte e fummo subito minacciati dal simpatico proprietario, nessuno si accorse mai che facevamo sempre praticamente gli stessi 10/11 pezzi in modi diversi, Umberto cantava in perfetto inglese da Night, cioè quella lingua finta che non dice assolutamente nulla ma che dell’inglese imita il suono, un po’ come fa Celentano ancora oggi, Roberto alla batteria non faceva altro che spazzolare il rullante ed io con i toni chiusi facevo la parodia del walking bass con note scelte a caso di volta in volta.
I signori che frequentavano il prestigioso LOCALE non credo si siano mai accorti che c’era un gruppo che suonava, quindi mai nessuno si è lamentato.
Dal palchetto in cui stavamo noi a suonare si vedeva solo la piccola pista rotonda sulla quale qualche volta capitava ci fosse un anziano ragioniere, un metro e sessanta per un metro e sessanta abbarbicato intorno ad una signorina vestita poco e molto sorridente. Intorno alla pista c’era la penombra, per cui non ho mai capito se oltre all’occasionale ragioniere ci fosse mai qualcun altro in quel Night club.
L’odore è la cosa che non dimenticherò mai! Era Champagne (si fa per dire) misto a moquette sporca di cane bagnato e sudore di vecchio con l’alitosi. Spero di aver reso l’idea. Quella era una cripta, altro che “LOCALE”, lì l’aria non entrava neanche avesse voluto offrire una bottiglia a tutti quanti!
Normalmente finito di suonare e saliti in camera, perché solo quello potevamo fare, ci facevamo un pokerino prima di dormire e si facevano quasi sempre le 5/6 del mattino. Il grosso problema erano i pomeriggi. La cripta ( Il locale) era chiusa, quindi non si poteva suonare, lì attorno non c’era niente oltre la nebbia, quindi non facevamo altro che aspettare la sera. Finché un giorno….
A parte quanto ho scritto finora non ricordo nient’altro di quel periodo; come fosse la camera in cui dormivamo, dove mangiassimo cosa, non lo so più.
Il posto era una casa di un paio di piani credo, ma a parte la cantina, pardon “IL LOCALE” non ricordo come fosse fatta dentro. So che fuori aveva un cortile abbastanza grande, cintato e chiuso da un cancello con le punte e questo lo ricordo molto bene!
Era da una settimana che eravamo lì. Ormai non ci parlavamo neanche più da quanto eravamo abbruttiti, secondo il nostro orologio biologico era passato già un mese, ormai pensavamo che da lì non ce ne saremmo andati mai più perché in realtà eravamo prigionieri, oppure perché eravamo morti e quello era il Purgatorio.
Quel giorno usciti in cortile scoprimmo che c’era il sole. Fermi tutti! C’era il sole è un’espressione un po’ forte, diciamo che la nebbia si era diradata un po’ e c’era una strana luminescenza che faceva pensare che il sole da qualche parte ci fosse ancora.
Ma questo bastò per ridarci un po’ di entusiasmo e come premio per il nostro ritrovato buonumore trovammo, in un angolo, una palla.
 
Io non lo so se chi legge può rendersi conto di quanto quella scoperta ci riempì di entusiasmo, in un attimo dimenticammo tutto lo squallore che ci circondava.
Due contro due, i giubbotti a terra a delimitare una porta unica e via!!!
Do il primo calcio, fui proprio io, lo ricorderò sempre.
La palla compì una parabola ed andò a conficcarsi su una punta del cancello emettendo un soffio disperato, fine del gioco!
 
Ci guardammo solamente, io temevo mi uccidessero, ma non ci parlammo neanche. Io liberai la palla dalla punta del cancello e la misi nell’angolo in cui l’avevo trovata.
 
Punto


Racconto di Guido Guglielminetti                 http://www.guidoguglielminetti.com/

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…nell’attesa del Natale che verrà …(non sarò più solo)

Ore 17.00 del 23 Dicembre. Con un ora di anticipo Carlo spegne il pc ed esce dall’ufficio. Si è fatto dare un permesso perché come al solito si è in ridotto all’ultimo momento per i regali. “Niente regali quest’anno!” era il ritornello che girava in casa già dalla fine di Novembre a causa di crisi economiche, Imu, Tasi  e tutto il resto lasciando poco spazio ed entusiasmo per i regali di Natale. Regali che spesso si rivelavano inutili o ricevuti con poca euforia. Ma Carlo non era d’accordo: Natale senza regali non è Natale. Un pensierino, per quanto piccolo, andava fatto, e pazienza se non ne avrebbe ricevuti in cambio. Li faceva per il piacere di farli.

Evidentemente non era l’unico a pensarla così, nonostante il periodo poco felice Via Appia era comunque nel solito  caos isterico da shopping prenatalizio. Macchine in doppia fila, vetrine accattivanti, gente che entrava ed usciva dai negozi con le buste piene. E dopo un autunno tiepido il primo vero freddo dell’inverno aiutava a creare la giusta atmosfera, senza trascurare il contributo dato dall’odore di caldarroste nell’aria e dai dolci natalizi di ogni tipo che invitavano al sospiro ogni volta che Carlo passava davanti ad una pasticceria.
La Feltrinelli era il luogo giusto dove poter trovare qualcosa per accontentare tutti: tra libri, cd, dvd, video games e gadget vari avrebbe trovato il giusto pensierino per gli amici più cari ed i parenti più stretti. Dall’elenco dei destinatari mancava una persona, dopo qualche anno Carlo tornava a dover trascorrere le festività natalizie nella condizione di single. Questo gli metteva un po’ tristezza e soprattutto temeva di non sopravvivere a tutta quella  vera o presunta euforia che girava intorno.  Era solo già da un po’ e sembrava non soffrirne particolarmente, ma gli creava qualche imbarazzo non essere felice in un periodo dell’anno in cui sembra che non si possa non esserlo.
“Ancora impegnato con gli ultimi acquisti alla Feltrinelli?”, fu questo sms a distoglierlo dai suoi tristi pensieri mentre dubbioso sfogliava un libro di ricette che pensava di regalare alla sorella. E’ strano che Carlo riuscì a sentire il “Bip Bip” del telefonino, il cellulare era nascosto in una tasca del giaccone. Riuscire a sentirlo non era facile, tra il vocio delle tante persone che affollavano il negozio ed i brani di Umberto Tozzi che si ascoltavano in sottofondo per pubblicizzare il suo cofanetto natalizio da qualche giorno in vendita. A proposito, quel doppio CD/DVD live era il regalo ideale per suo cugino Domenico che non ha mai nascosto la sua passione per l’autore di Gloria.  Il messaggio era della sua collega Milena. Cosa ne sapeva lei della Feltrinelli? pensò Carlo mentre la bocca curvava in un sorriso di compiacimento. Ora ricordava di averglielo detto lui stesso poche ore prima durante una breve pausa caffè in ufficio. Improvvisamente l’umore di Carlo cambio, i suoi pensieri d’incanto non erano più tristi. Qualcuno stava passando una mano di rosso natalizio al mondo grigio e malinconico che lo circondava solo fino a pochi minuti fa.  Milena non usciva più dalla sua testa. Lei che con il Natale fa  una cosa sola, ama tutto ciò che con questa festa ha a che fare. E’ lei che ogni anno si offre di addobbare l’ufficio, di acquistare le cartoline d’auguri – e ne trova sempre di originalissime – per i fornitori così come di confezionare i cesti per i clienti. Qualche giorno fa, durante un’altra delle tante pause caffè condivise, Milena confidò a Carlo il sogno di una vita: un viaggio in Lapponia per vedere il villaggio di Babbo Natale! Milena aveva da poco superato la boa dei 40 anni ed aveva anche lei qualche dispiacere sulle spalle, ma quando parlava di Natale aveva l’entusiasmo contagioso di una bambina. Fu così che Carlo si fiondò al reparto Turismo e prese una guida turistica della Finlandia. Poi rispose al messaggio di Milena “Sì, sono ancora alla Feltrinelli, ed ho preso un pensierino anche per te”. La risposta non tardò ad arrivare “Un pensierino per me? Ma tu sei pazzo! Uffa… ora devo aspettare che riapre l’ufficio per averlo…”. Già, Carlo e Milena si sarebbero rivisti soltanto dopo Natale, ma ormai era evidente che c’era una soluzione anche a questo problema. Carlo fotografò la copertina della guida con il telefonino ed allegò la foto inviando un nuovo sms a Milena “No, non ti faccio aspettare, domani ti vengo a trovare e te lo porto. E se sei sempre dell’idea di andare in Lapponia magari ci andiamo insieme!”

 


        Domenico, 20/12/2014          graphic by Stefano_D

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01 Dic 2014 - Hey Joe....

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HEY  JOE...


Caro Joe....solo io, Mao, Fortu e Gianfra, sappiamo quanti momenti di Gloria abbiamo vissuto
insieme a te,girando il mondo nei vari Tour che abbiamo fatto, negli anni piu'
belli e importanti della mia carriera. Dalla sala prove a Tabiano Castello all'Australia, suonando
insieme nei piu' bei posti del mondo, dall'Albert Hall di Londra all'Opera House di Sidney.
Gli altri non sanno quanto tu sia comunque stato il nostro faro guida, per la tua professionalita'
e l'impegno che hai sempre messo affinche' i nostri concerti fossero perfetti e piu' Rock possibili.
Perche' quella e' sempre stata la tua anima, sia nella vita che nella professione.
Sei poi stato per noi, l'unico "Navighetor" in tutti i viaggi che abbiamo fatto insieme.
Solo tu sapevi anche in Aereo, passando sulla Groenlandia quanti abitanti vivevano e come,
10.000 metri sotto il nostro aereo che ci portava chissa dove......!!!!
Quanto abbiamo viaggiato insieme.....!!!! Quanto abbiamo riso e ci siamo divertiti insieme....
Per me, Mao, Fortu e Gianfra eri il nostro riferimento,anche se spesso il nostro gioco era
come successe a New York, cercare di cambiarti la combinazione della tua valigia, per mandarti nel panico al momento dell'imbarco, visto che li avevi il tuo passaporto......!!!!
Eh....si Joe.....tante ne avrei da ricordare......!!!! E da raccontare.....!!!!
Ti ho sempre voluto tanto bene.....e non solo io.....!!!! Starai sicuramente meglio dove sei,
lasciando a noi il compito di piangere, perche' anche se ci vedavamo poco, tutti noi abbiamo sempre parlato di te, ricordandoti sempre con tanto affetto come per caso e' successo oggi,
ero con Monica, che mi ha dato questa triste notizia, con sua mamma Rina e con la sorella di
Monica , Emanuela. Persone con le quali anche tu hai passato goliardicamente tanti bei
momenti. Ci ritroveremo su un palco in Paradiso Joe. Tienimi un posto come chitarrista
Rock....naturalmente....!!!!

Tuo sincero amico Umberto Tozzi.

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