Biografia di Umberto Tozzi

Radio Filger online :)

Pagine: [1] 2 3 ... 16

abbey-road

LASCIA CHE SIA

Ogni calciatore sa che nelle partite c’è un muro invisibile chiamato fuorigioco, oltre il quale ogni azione perde la sua validità. Il muro invisibile per Bigazzi&Tozzi era noto: scavalcare quella barriera voleva dire entrare in un settore di appannaggio del cantautorato, una sorta di casta di calciatori che ben si guardavano dallo scendere in campo in tornei quali Sanremo, Festivalbar nonché certi spettacoli destinati ad un pubblico di massa, quasi fosse un girone Interregionale, loro che giocavano in Serie A e nelle coppe europee.

Va da sé che la produzione di Bigazzi&Tozzi ha spesso trattato tematiche sociali, ma avendo avuto successo con brani che non trattavano questi argomenti, la credibilità rimase compromessa. I marchi, nei prodotti, hanno determinato rigide barriere, invisibili ma altrettanto concrete: Tavernello potrebbe produrre il miglior spumante in bottiglia ma venderlo con quel marchio sarebbe un suicidio commerciale.

Bigazzi&Tozzi hanno provato nel 1987, a Sanremo (finora snobbato da Umberto), a proporre qualcosa che andasse oltre il “cuore/amore” nei testi, raggiungendo un successo solido, benchè condito da una partecipazione corale con Morandi e Ruggeri che, ripartendo la responsabilità individuale ad un terzo ciascuno, rendeva il tutto plausibile e costituiva una protezione da eventuali critiche individuali. In fondo erano gli anni di Do they Know it’s Chrismas? (Band Aid -1984) e We are the world (USA for Africa - 1985): il solco sulla neve era stato tracciato e la direzione nota e sicura.

Ma quando Umberto si presentò da solo (Gli altri siamo noi – CGD East West 1991), l’attacco da parte di alcuni critici fu spietato. “A quarant’anni Tozzi scopre gli altri” fu il fischio con cartellino rosso dalle pagine de La Repubblica da parte di Gino Castaldo nelle vesti di un arbitro “con un bidone di immondizia al posto del cuore”. Tuttavia Umberto uscì a testa alta da quella edizione: considerato il vincitore morale  della rassegna, si portò a casa il premio Recanati (in fondo Leopardi né Le Ricordanze quando scrive: “Della rana rimota alla campagna… usa l’allitterazione per dare un suono alle parole, cifra stilistica costante di Bigazzi&Tozzi accentuata nel periodo 79/80: basti pensare ai soli titoli, da Qualcosa qualcuno a Stella Stai, da Mamma Maremma a Dimmi di no), per la frase: “i muri vanno giù al soffio di un’idea, Allah come Gesù in Chiesa o dentro una Moschea”. Sono passati 40 anni da quell’album, da quel brano e da quel monito offerto come metafora. Allora fu facile assoggettare le immagini di due anni prima quando il muro di Berlino venne rimosso e la folla di tedeschi festanti e di nuovo uniti divenne la notizia dell’anno. Oggi purtroppo, perché si tratta di costruzione e non demolizione, altre immagini andranno ad innestarsi a quelle ormai d’archivio: la Polonia costruirà un muro di oltre 100 chilometri sul confine con la Bielorussia per respingere gli altri, così come fece l’Ungheria sul confine con la Serbia nel 2015.

L’album, che vendette in Italia quasi 200mila copie, fu un successo anche in Francia e pose le basi per un tour europeo ricco di presenze e consensi. Tuttavia, c’è una parte di fans che guarda a questo album con lo stesso sentimento che poco più vent’anni prima, i fans dei Beatles accolsero Leti t be.  L’album dei Fab Four uscì postumo in quanto un mese dell’uscita, venne ufficializzato lo scioglimento del gruppo. Se la coppia Bigazzi&Tozzi avevano spesso guardato ai lavori dei Beatles per ispirarsi (il Nostro dichiarò spesso di essere un fan di McCartney arrivando anche a fare ipotetici parallelismi spazio-temporali che portavano a 5 membri la composizione del gruppo di Liverpool), ora sono i fans di Umberto, con la copertina de “Gli altri siamo noi” in mano che guardano a Leti t be. Il motivo è presto spiegato: l’album uscì postumo. Anche se l’ufficializzazione della rottura tra Bigazzi e Tozzi avvenne tempo dopo, la rottura venne mentre l’album era in preparazione. La vicenda che determinò la rottura è nota e portò quasi immediatamente alla cessazione della collaborazione dopo 16 anni. Alla presentazione dell’album Umberto dichiarò che alcuni brani (messi in coda nella scaletta del disco) erano una specie di regalo ai fans storici. In realtà, i brani non avevano trovato posto negli album Gloria e Poste ’80 e in quelli successivi in quanto vennero giudicati “al di fuori della linea editoriale” e, rimasti nel cassetto, ora costituivano l’adeguato compromesso per chiudere l’album. “Gli altri siamo noi” nel tempo ha assunto questa sfumatura ibrida, un termine di per sé positivo nel mondo anglosassone in quanto espressione di qualcosa di superiore al normale ma, trovarci delle positività è francamente difficile. Verrebbe voglia di tornare indietro e convincerli a riprendersi, a gridare loro “Get Back”. Ma la Storia è andata diversamente e noi fans di B&T abbiamo dovuto accettare quanto accaduto: un sentimento adagiato sulle note di “Let it be”.


Stefano_D 1.11.2021

(Leggi Tutto)

Share on Twitter! Digg this story! Del.icio.us Share on Facebook! Technorati Reddit StumbleUpon
pink-lady
IL COLORE ROSA

Nel 1700, imperante il gusto rococò, il rosa contraddistinse più di altri colori questo periodo. Così come il Tiepolo lo adoperò nei cieli per indicarne il termine della notte e dare la possibilità ad Apollo di sorvolare i quattro continenti allora conosciuti, così come in terra per decorare porcellane e gli abiti di madame de Pompadour. Il rosa fu per i periodi successivi identificato in quel particolare momento dove la società aristocratica perse completamente il senso della realtà (come non dimenticare il “E’ finito il pane? Che mangino brioches” che seppur falsamente attribuito alla regina Maria Antonietta, rende l’idea del distacco allora esistente tra sudditi e governanti). Il colore rosa ha conservato successivamente un’eco decadente, un “fuori dalla realtà” condividendo l’utilizzo in più banali identificazioni di genere. E cos’è il sogno se non un porsi fuori dalla realtà? Nel 1981 la premiata ditta Bigazzi&Tozzi propose il racconto di un accadimento sognato dove gli accadimenti, dilatati proprio come avviene nella fase onirica dove il tempo percepito è notevolmente più ampio di quello reale, durano una notte intera nello spazio musicale effettivo di 7 minuti e 36 secondi. Il tutto legato da un filo, rosa ovviamente, come la benzina, fornitrice di potenza non solo al motore ma metaforicamente utilizzata come causa esplosiva e quindi sfogo di una assenza amorosa che causa dolore e agita il sonno.

Notte rosa, LP targato CGD 1981, che compie quest’anno quarant’anni, è stato il tentativo successivo all’album Tozzi (Poste ’80), di valorizzare non tanto la canzone di punta dell’album ma il complessivo lavoro riversato sul long playing al punto tale che non uscì il 45 giri a lanciare l’album ma fu quest’ultimo a precedere il singolo.

È interessante sottolineare questo cambiamento da parte della produzione (Gianni Bella nel libro di Pierguido Asinari dichiara, con una percepibile stizza, che Bigazzi lo spingeva principalmente verso i 45 giri, mentre, approdato successivamente a Mogol, ha potuto ampliare lo spazio musicale cui esprimersi), che con Notte rosa realizza un album che si discosta molto dal sound dei precedenti nonostante sia il terzo album consecutivo arrangiato da Greg Mathieson. Mentre la cosa poteva disorientare i “piccoli fans” (nel dicembre 1980 scrissi una lettera(!) ad Umberto di “protesta” pregandolo di abbandonare il rock a favore di qualcosa di meno duro), il processo aveva un suo perché. La spiegazione involontaria mi arrivò in una risposta che Umberto diede ad un giornalista nel 1982 a conclusione di una intervista in occasione del lancio dell’album Eva. Giornalista: “Come sarà il prossimo disco Umberto? Meno arrabbiato e meno aggressivo?” Umberto: “Mi auguro diverso da questo e il più evolutivo possibile”. Ecco svelato il modus operandi quindi: non fermarsi ad un sound che aveva funzionato ma cercare di esplorare sempre nuovi orizzonti. A seconda dei critici, almeno alcuni, l’obiettivo venne raggiunto: Notte rosa, anche a distanza di tempo viene riconosciuto come forse il più innovativo sotto il punto di vista della ricerca musicale. Non di meno l’uso della voce. In Please, Umberto realizza quelli che Bigazzi definirà “anelli di voce”. Un utilizzo inedito dello spettacolare timbro di voce del Nostro. Quarant’anni dopo Notte rosa mantiene gran parte di quella innovazione a testimonianza di un target alto, capace di cavalcare con dignità non solo gli anni, ma anche i decenni. Nel frattempo molte cose sono cambiate, la benzina da rosa è diventata verde e forse tra quarant’anni non ci sarà più, ma lo smalto per unghie “rosa pompadour” cosi come il brano “Notte rosa”, nuovo o “usato su eBay”, si possono ancora acquistare.


Stefano_D, 9.10.2021

(Leggi Tutto)

Share on Twitter! Digg this story! Del.icio.us Share on Facebook! Technorati Reddit StumbleUpon
notte-rosa

Quando Umberto fece esplodere la notte

La lunghissima carriera di Umberto Tozzi ci porta, anno dopo anno, al voler ricordare i capitoli più significativi della sua storia musicale. In questo 2021 appena iniziato, ricordiamo con grande piacere i 40 anni della canzone Notte Rosa e dell’omonimo album. Torniamo infatti al 1981 quando Notte Rosa chiude una riuscitissima trilogia di 3 LP realizzati insieme all’arrangiatore americano Greg Mathieson. Prosegue con questo nuovo disco l’intento di sganciarsi dall’etichetta di cantante per l’estate, etichetta che Tozzi si ritrovò suo malgrado addosso dopo i successi di Ti amo e Tu, e che in realtà non riuscirà mai a cancellare del tutto. Seppure tutti e tre gli album realizzati tra il 1979 ed il 1981 avevano un pezzo forte (Gloria, Stella Stai e appunto Notte Rosa), in questi dischi Umberto e Giancarlo Bigazzi fecere un grande lavoro su testi, musiche e suono,  per far sì che i dischi avessero un loro valore oggettivo e non essere solo il contenitore della hit di turno. 

L’album Notte Rosa nasce in quella Maremma tanto cara ad Umberto e Giancarlo, pare infatti che gran parte delle canzoni siano state scritte durante un ritiro presso le Terme di Saturnia. Per la veste delle canzoni i due continuano ad affidarsi alla maestria del sarto Greg, confermando in buona parte il team di musicisti che aveva lavorato al precedente album Tozzi (Poste’80). La title track, particolarmente innovativa per i tempi, resta a 40 anni di distanza una delle canzoni più belle e più amate di Umberto Tozzi. Non otterà il successo clamoroso di altri 45 giri usciti in precedenza, ma sarà per sempre una delle sue hit più famose, immancabile in qualsiasi raccolta o scaletta live. L’ascoltatore viene facilmente trasportato in una dimensione notturna e on the road ed accompagna Umberto in questo viaggio immaginario che lo riporta alla sua amata. Un viaggio attraverso un’intera notte, dove il cielo rosa  fa pensare alle suggestioni di un bel tramonto o di un’alba mentre il suono delle chitarre può essere facilmente associato al rombo del motore della sua macchina. Tutti elementi che, insieme al testo ed alla sentita interpretazione, conferiscono al brano una forte carica emotiva ed erotica.

Gli stessi elementi si ritrovano facilmente anche in altri brani dell’album. Il viaggio notturno ed il desiderio fisico tornano prepotentemente in Roma Nord, le chitarre si impongono prepotentemente in brani come Super Lady, Amantenova, Per Angela e Barbara. Le canzoni ruotano in buona parte intorno alla figura femminile, sia che si tratti di pezzi con contenuti trasgressivi, sia che si tratti di bellissime e romantiche ballate tipo Please e Marea. In perfetta linea con il suo predecessore “Tozzi”, “Notte Rosa” è un disco con una particolare attenzione al suono che, soprattutto ad inizio anni 80, fa di Umberto il meno italiano tra i cantautori italiani. L’attenzione per il suono non si limita solo alla scelta dei musicisti e degli arrangiamenti; in questo album c’è, infatti, anche un grande lavoro prodotto per valorizzare al massimo le qualità di interprete di Tozzi. E’ indubbio che la voce di Umberto sia un marchio di fabbrica unico ed inconfondibile, ma è soprattutto in questo disco che Umberto ne fa uno straordinario uso, quasi a maneggiarla come fosse un ulteriore strumento. Bigazzi in una intervista descrisse la voce di Umberto in alcune parti del brano Please come “anelli di una catena”.  In questo disco Umberto alterna tonalità basse a tonalità altissime, il tutto condito con il suo riconoscibilissimo falsetto. La capacità di giocare in maniera formidabile con la propria voce trova la sua sintesi perfetta nel brano Amico Pianoforte.

Per concludere, a distanza di 40 anni dalla sua pubblicazione, Notte Rosa resta uno degli album più riusciti di Umberto Tozzi nella sua interezza. La qualità generale è forse leggermente più bassa rispetto al suo predecessore, ma sicuramente di gran lunga superiore rispetto a molti degli album che seguiranno negli anni. Forse manca, dopo Notte Rosa, un secondo o terzo pezzo dello stesso spessore, ma il livello medio delle altre canzoni è comunque molto alto. E’ un disco che una volta schiacciato il tasto Play si lascia ascoltare fino alla fine, senza necessità di saltare tracce. Per gli amanti del vinile, interrompere l’ascolto è  necessario soltanto per girare lato. 


6/02/2021, Domenico

(Leggi Tutto)

Share on Twitter! Digg this story! Del.icio.us Share on Facebook! Technorati Reddit StumbleUpon
i1189444_EditorialeDomposte80a

TOZZI (POSTE ’80)

Da quando internet ha permesso ai fan di Umberto Tozzi di interagire e confrontarsi sul vasto repertorio del cantautore torinese, si sono susseguiti moltissimi dibattiti ed approfondimenti riguardo tantissimi aspetti a lui correlati. Anche sul nostro forum, Attimi, negli anni sono state aperte tantissime discussioni per eleggere le migliori canzoni, i migliori album, le migliori copertine, e molto altro ancora. In merito agli album alcuni titoli, con maggiore frequenza si sono imposti su altri. Tra questi si ritaglia un posto in primissima fila l’album TOZZI del 1980, da molti indicato anche con il nome di “Poste ‘80” per via della copertina che ritraeva Umberto in un francobollo con tanto di timbro postale.

L’ottimo lavoro fatto l’anno precedente per l’album Gloria, convince Umberto che la strada intrapresa con il musicista e arrangiatore americano Greg Mathieson è quella giusta, e che bisogna continuare in quella direzione: legare la poesia della lingua italiana ad un sound di grande respiro internazionale. Il ritorno negli Union Studios di Monaco di Baviera avviene confermando in buona parte la stessa squadra del disco precedente. Ma per un ulteriore salto di qualità, Mathieson convince Umberto ed il produttore Giancarlo Bigazzi ad ingaggiare un pezzo da novanta, in termini calcistici quello che oggi verrebbe definito un “Top Player”, ovvero Lee Ritenour. Il chitarrista americano vantava già un curriculum di tutto rispetto con grandi collaborazioni a livello internazionale, diventando in breve tempo un session man molto richiesto.

La presenza di Lee Riteneur da all’album una chiara connotazione rock, ed il chitarrista californiano si ritaglia un ruolo fondamentale e facilmente riconoscibile. Abbinando questo elemento alla maestria di Greg Mathieson alle tastiere e negli arrangiamenti, ed alla grande capacità compositiva di Tozzi e Bigazzi, il risultato finale non poteva che essere esplosivo. Ulteriore valore aggiunto, le eccezionali capacità interpretative di Umberto, le quali trovano in questo disco una delle migliori espressioni della sua carriera.

Della realizzazione di questo disco, esiste un raro video realizzato all’epoca dalla Rai e curato dal critico musicale Mario Luzzato Fegiz. Il documentario, dal titolo “Intrigo a Monaco”, testimonia l’atmosfera piacevole e rilassata che si respirava in studio durante la realizzazione del disco e ci mostra il modus operandi del duo Bigazzi/Tozzi. Particolarmente significativo in tal senso una scena iniziale dove si vede i due simpaticamente discutere sulla composizione del brano Luci ed Ombre, lasciando emergere la paternità della parte melodica a Bigazzi, mentre il ritornello con atmosfera country rock appartiene ad Umberto.  

 

Le canzoni

Il compito di aprire e lanciare il disco viene affidato al brano Stella stai. E’ uno dei rarissimi casi, nella carriera di Tozzi, in cui il brano di punta non coincide con il titolo dell’album. Scelta dettata dal voler valorizzare il più possibile l’intero lavoro e non metterlo all’ombra di una grande Hit. Stella Stai diventa ad ogni modo un brano di grande successo e consolida la popolarità di Umberto Tozzi. E’ forse la canzone simbolo del “non-sense” lirico del duo Bigazzi-Tozzi, dove si cerca soprattutto la sonorità delle parole per una perfetta aderenza con la melodia, a dispetto di qualsiasi significato. Ma la canzone ha una sua validità, a cominciare da un ritmo incalzante per poi passare ad un ritornello che conquista e resta facilmente in testa “Colorando il cielo del sud, chi viene fuori sei tu, sei tu, colorando un figlio si può dargli i tuoi occhi se no, se no, che torno a fare a questa porta, voglio tenerti fra le mie braccia, altrimenti torno a lei, lo sai, per questo stella stai. Scivola, scivola, scivola…”.Il brano non sale sul podio, ma viene subito dopo il trittico Ti amo – Tu – Gloria. La grandezza di Stella Stai è confermata anche dalla sua recente riscoperta, visto che il brano è stato ripreso per la colonna sonora del film Spider-man, Far From Home e utilizzato per una importante campagna pubblicitaria per la quale è stata reinterpretata addirittura dalla grande Mina. Così come l’intero album, di Stella stai esiste anche una riuscitissima versione in lingua spagnola dal titolo Claridad. Resta invece il rammarico per una mancata versione in lingua inglese. Le potenzialità radiofoniche di Stella stai erano tali che una versione in lingua anglosassone avrebbe potuto ripetere il successo planetario di Gloria nella versione di Laura Branigan.

Segue un altro pezzo da 90, A cosa servono le mani. Canzone dalla composizione straordinaria ed originale, con continui cambi di passo e di ritmo. Canzone che conferma una volta di più le grandi doti di Tozzi come compositore. Note di merito anche al testo, lungo ed articolato, frutto del genio di Giancarlo Bigazzi “suonavo il pianoforte su di lei, credevo fosse un'arte e adesso che ne faccio delle mani se lei non c'è”. Forse troppo lunga per le radio, non è mai diventata un singolo. Resta comunque un grande classico per i fan. La felice intuizione di includere la canzone in una raccolta da 800 mila copie come Le mie canzoni del 1991 ha comunque permesso al brano di raggiungere un pubblico più esteso.

Con la terza traccia apprezziamo la vena rock del cantautore torinese in una delle sue rappresentazioni meglio riuscite. Calma gode di un arrangiamento straordinario ed un’ottima esecuzione, con la chitarra di Lee Ritenour in bella evidenza. Così come in tutto il disco, Tozzi alterna tonalità alte e basse e da sfoggio del suo falsetto. Il testo ci racconta di una relazione che deve fare i conti con i problemi della quotidianità “Tenga domani non venga un altro lavoro chi me lo darà”, e riesce a risolverli grazie all’amore “Scusa qui nessuno ti accusa, chiuso ti ho portato una rosa, vedi che non sono poi tanto orso e ti penso sempre e poi tu mi compri solo sorridendo”. Come altri pezzi di questo album, la canzone si fa apprezzare dal vivo, e anche se Tozzi negli anni ha smesso di proporla in scaletta, per fortuna l’album live In Concerto ha lasciato una traccia indelebile.

 

Chiude il Lato A la ballata “Fermati allo stop”. Brano melodico, meno rock, con atmosfera più soft, quasi a voler rasserenare l’anima dell’ascoltatore dopo la frenesia del brano precedente. Un invito a fermarsi e non lasciarsi sopraffare dal ritmo della vita moderna. Un invito a guardarsi intorno e soffermarsi su quei dettagli che nella fretta non sempre riusciamo a notare ed apprezzare. A spezzare l’incalzare di flash ed affreschi, un ritornello arioso “alla Tozzi”, una vera parentesi nel testo come dice la stessa canzone “La parentesi nel testo è per te, anima mia e poi dimmi che non ho fantasia, tu sei oh tu sei un raggio di luce che parla e che tace, L'unica voce che ho”.

Si torna a sonorità più rock con la prima traccia del Lato B, Dimmi di no. Si tratta, dopo Stella stai, del brano più popolare di questo album. Praticamente immancabile nelle scalette live e sempre presente negli album dal vivo di Umberto. Al centro della canzone, 30 secondi di pura goduria musicale, con il falsetto di Umberto ad accompagnare le tastiere di Greg Mathieson. Il testo ci racconta di un amore tormentato, dove il protagonista invoca un no definitivo per voltare pagina “Dimmi di no e così non ci penso più, sparirò quando ci sei tu, starò attento a non incontrarti, ad odiarti ci proverò ma non credo ci riuscirò”, anche se il sentimento e l’attrazione fisica sono ancora dominanti “Oggi con te sarebbe sempre amore vero, anche e soprattutto far l'amore, e di più chi mi manca non è l'abitudine a te e al tuo bianco pigiama”.

Con la successiva ed intensa Gabbie, Umberto Tozzi e Giancarlo Bigazzi ci portano tra i palazzi di periferia di una grande città del nord, tra famiglie di immigrati “Brandelli di Sicilia fra le nebbie”, abbandono scolastico “Me ne andai lunedì da scuola pieno di rabbia”, tossicodipendenza “il coraggio non è che una siringa per me”. Un contesto dove sbagliare strada è facile “farsi giustizia da sé è diventata una febbre” e dove non sempre si ha il lieto fine. Dal punto di vista musicale, il brano è perfettamente in linea con la produzione del disco.  Greg Mathieson, Lee Ritenour e tutti gli altri musicisti accompagnano il cantato di Umberto regalando la giusta colonna sonora alla storia raccontata. Brano che si apprezza ancora di più nella versione live del già citato disco dal vivo In Concerto con un finale strumentale da brividi.

Come già successo con Calma, Tozzi e Bigazzi approfittano di una canzone d’amore per toccare anche tematiche sociali. E così dopo aver parlato della perdita del lavoro e dei conseguenti problemi economici,

con Nemico Alcool si parla di dipendenza. Il tema della droga è spesso stato presente nelle canzoni di Tozzi, in questo caso si affronta il tema della dipendenza dall’alcool. Una dipendenza che può portare alla rovina di una carriera lavorativa, così come alla fine di una relazione “e pensa che anche lei ti odiava al punto che

mi ha detto o me o lui ed io pazzo ho scelto lei”. Uscire da una dipendenza non è facile, ed infatti nella canzone il protagonista sembra vivere di alti e bassi tra la voglia di smettere “fai che adesso sia l'ora che lei ritorni e ad un altro vada tu”e devastanti ricadute “vai giù nemico alcool tira fuori le virtù che hai”.

Il disco si conclude con l’ottava ed ultima traccia Luci ed Ombre. Altra canzone nella quale si alternano diversi cambi di ritmo, con una netta distinzione tra le strofe, melodiche e con un arrangiamento drammatico ed in linea con il testo, ed un ritornello più veloce e con un arrangiamento dove prevalgono le chitarre. Ancora una volta, la storia d’amore raccontata è il pretesto per dare spazio anche a tematiche di vita quotidiana “Un giorno al mare amore mio un po' al risparmio tu ed io fette di pane ed allegria, la cinquecento di papà e chi la cambia finchè va, e poi quanti ricordi ha” e di natura esistenziale “Cento scalini fin lassù, attenta vado avanti e tu dammi la mano amore mio, che strano come una città di clackson possa dire addio e e faccia ancor pensare a Dio”.




Domenico, 26/09/2020 graphic by Stefano_D

(Leggi Tutto)

Share on Twitter! Digg this story! Del.icio.us Share on Facebook! Technorati Reddit StumbleUpon

          ImagesTime.com - Free Images Hosting

GLORIA SE NE E' ANDATA

Gloria se ne è andata.

Si è portata via la radiosveglia, quella che faceva una soffusa luce verde in camera e i vestiti dall’armadio.  Li ha messi nel set di valige che le avevano regalato le sue amiche per le nozze. Le foto di noi sul comò sono rimaste lì.

C’è stato un periodo che rientravo a casa alla sera tardissimo dall’officina. Molti clienti erano contenti perché trovano l’auto pronta già il giorno dopo. Volevo arrivare stanchissimo per addormentarmi subito. La mattina scappavo il più presto possibile. Gli avventori abituali del bar delle 7 e 30 che facevano colazione con me erano la mia nuova famiglia. Non ci parlavamo neanche ma era riassicurante vederli ogni giorno e immaginare quale vita, quali legami avessero al di fuori di quei tavolini, al di fuori di quella vetrata. Qualche volta riuscivo a sorridere mentre ero alla cassa ai discorsi in corso tra la barista e qualche cliente. Pagavo così la mia voglia di normalità.

Gloria se ne è andata. Me l’ha portata via. È stato come rubarmi l’ossigeno dall’aria.

“Devi proprio andarci?” le chiesi.

“Lo sai che in ufficio sono l’unica che ha studiato il russo al linguistico. E comunque non posso tirarmi indietro. Ci tengo alla mia carriera. Ricordati che sono l’ultima assunta. La fiera di San Pietroburgo è molto importante per la Ditta”.

“La Ditta” è Pietro Malnati. Ha ereditato dal padre un capannone e una attività di falegnameria. Ora è lanciatissimo negli arredi su misura. Gloria dopo la laurea in architettura ha trovato impiego nell’ufficio tecnico di questa ditta. Fai disegni bellissimi di arredi interni. Con una matita tra le sue dita affusolate disegna colonne di legno, con un tratto leggero fa linee che sembrano imprecise e senza senso, poi quando ha finito capisci che sono le venature del materiale. Lui le realizza prendendo tubi arancioni in plastica per le fognature, le riempie di segatura e poi le riveste con un foglio sottile, giusto un millimetro di legno incollato e già lucido. E le vende in Russia.  Lui è andato a San Pietroburgo insieme a lei.

Gloria se ne è andata. Me l’ha portata via. È stato come rubarmi il sale dalla cena.

L’appartamento dove eravamo andati a vivere in affitto era piccolo ma ci bastava. Avevo trovato una piccola casa con giardino. Lei fece in progetto di ristrutturazione, io la domenica abbattevo muri, gettavo massetti, lisciavo pareti in cartongesso. Sembrava una casa distrutta dalla guerra ma eravamo felici perché immaginavamo le nostre cose: il soggiorno, la cucina, la camera, anche il giardino. Respiravo polvere e la sua felicità come fosse nebbia, non sapevo cosa volesse dire essere stanco.

 Gloria se ne è andata. Me l’ha portata via. È stato come rubarmi il sole in un giorno d’estate.

Ho aspettato il suo ritorno. L’avrei perdonata. Un giorno stavo guidando. Pioveva. Ho dovuto fermarmi sul ciglio della strada in una piccola rientranza del guardrail: stavo piangendo e non vedevo bene la strada. Ho battuto i pugni sul volante e ho spento la macchina. I camion che transitavano sulla statale davano degli scuotimenti come un vento leggero può far cadere le foglie ingiallite. In quel momento capii che non ci sarebbe più stato il futuro che avevamo immaginato.

Ora vive con il Malnati in una villetta ovviamente ben arredata, hanno un figlio e un cane. Lui me l’ha portata via.

È stato come rubarmi l’ossigeno dall’aria, il sale dalla cena, il sole in un giorno d’estate.

 

Stefano Dalto (31.12.20219)

Immagine: Michelangelo Pistoletto – Ragazza che scappa – 1967 - (quadro specchiante: immagine disegnata su specchio)

(Leggi Tutto)

Share on Twitter! Digg this story! Del.icio.us Share on Facebook! Technorati Reddit StumbleUpon
Pagine: [1] 2 3 ... 16
Torna su