Biografia di Umberto Tozzi

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25 Ott 2014 - ..e adesso sei...

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Guardo fuori ed ammiro lo spettacolo che mi offre questo angolo di natura, nel tratto di ferrovia che dal paese dove vivo porta in città, miracolosamente sopravvissuto (chissà ancora per quanto) alla cementificazione selvaggia. La campagna oggi è un trionfo di colori ed odori che mi arrivano dai finestrini socchiusi nonostante il treno sia pieno di variopinta e variamente odorante umanità. La meraviglia è quella di uno spettatore ad una prima assoluta, in realtà non assisto a niente di inedito considerando che quello  stesso tratto lo faccio ogni santo giorno e ormai da anni per recarmi al lavoro.

Eppure oggi è diverso. Sarà che oggi non ho voluto disperdere i miei pensieri in qualche lettura vagamente impegnata o nell’ascolto di musica sparata in cuffia viaggiando ad occhi chiusi. Oggi è un giorno speciale, non sto andando in città per lavorare, bensì per incontrare Linda. Io e Linda ci siamo conosciuti 10 anni fa ad un pranzo di lavoro. Penso 10 a numero in quanto fa più effetto pensare a quanto tempo sia passato da quel nostro primo, e finora unico, incontro. Lavoravamo per la stessa azienda ma in sedi diverse. A quel pranzo abbiamo avuto modo di scambiare qualche parola ed è bastato per far scattare un pizzico di simpatia tra due, fino ad allora, perfetti sconosciuti che sono riusciti a riconoscersi in un contesto di fatto di grigi colleghi apatici e senza forma che sono soliti popolare occasioni di quel tipo. In tutti questi anni siamo rimasti in contatto, nonostante Linda ad un certo punto abbia pure cambiato lavoro. Un contatto virtuale, fatto di molte mail, qualche sms e, realizzo solo adesso, pochissime telefonate. L’oggetto delle nostre conversazioni su tastiera è presto passato da argomenti di lavoro a scambi di opinioni sull’ultimo spettacolo visto a teatro o l’ultimo libro letto, sul commentare la domenica calcistica al suggerire all’altro di andare a vedere quel cantante quando capitava in città con il nuovo tour. Ognuno ha rappresentato per l’altro un interessante e valido interlocutore, con il quale poter parlare con lo stesso impegno del film comico campione di incassi sulla bocca di tutti come dei mali che affliggono il pianeta manifestando la stessa rabbia ed indignazione davanti le grandi ingiustizie. Momenti di evasione, pura e sincera. Mai in 10 anni un sms dai toni ambigui che potesse far pensare a chissà quale secondo fine di uno o dell’altro protagonista.

Ma allora perché ora mi trovo su questo treno, perché io e Linda ci rivediamo a distanza di 10 anni? La nostra amicizia virtuale è sopravvissuta a scossoni di vario genere che ognuno di noi ha attraversato nella propria vita. Non sempre dall’altra parte si sapeva cosa stesse succedendo da questa parte e viceversa. Adesso però certi scossoni avevano portato entrambi in una condizione nuova, diversa. Linda in realtà è già da qualche tempo fuori dai postumi della separazione dal suo compagno. Da allora nessuna storia o forse niente di significativo, credo o cerco di convincermi (e chissà perché dovrei convincermene aggiungo!).       Io in realtà ne sono fuori da meno tempo, qualcuno potrebbe anche rimproverarmi che la ferita è ancora fresca e che non è il caso di cercare già nuove storie. Ma cosa c’entra questo con il rivedere Linda oggi? In fondo, penso, non c’è niente di male se due persone adulte, entrambe libere, decidono di vedersi – o forse vedersi per la “prima” volta (?). In fondo questo incontro ha solo lo scopo di dare un “senso” all’amicizia di questi anni. Alle tante e-mail, ai vari sms. Ora ci sono tutte le condizioni per potersi dire le stesse cose in presenza dell’altro, magari sulla panchina di un parco o seduti in una caffetteria. Non che prima non si potesse fare, ma di certo ora è più facile (e allora perché no?). Intanto il treno è entrato in città e la campagna ha lasciato la scena ad anonimi palazzoni di periferia. Più si avvicina il momento dell’incontro e più sale una inaspettata emozione, mista anche ad un po’ di ansia. Mi dico che non ha senso e cerco di riportare la calma dentro me. In fondo passeremo la giornata a chiacchierare del più e del meno, ripassando per i soliti argomenti, molti dei quali già abusati in passato. Non c’è motivo di preoccuparsi, o peggio di andare in ansia.

Eppure l’ansia mi prende, proprio adesso che il treno ha aperto le porte e mi perdo dentro una massa indefinita di pendolari frettolosi ed agitati. Mi prende l’ansia perché mi chiedo se Linda saprà trovarmi in mezzo a tanta gente (e mi compiaccio di aver fatto una considerazione dalla possibile doppia chiave di lettura …). Poi la vedo lì, appoggiata alla colonna vicino l’imbocco del sottopassaggio che inghiotte a centinaia i miei compagni di viaggio. Mi avvicino, sul mio viso si disegna un sorriso che ha il sapore dell’evidente imbarazzo … o forse sarebbe meglio dire che quel sorriso tradisce un po’ di presuntuosa consapevolezza, pensando già di sapere quali potrebbero essere le conseguenze di questo incontro. D’altra parte mi è evidente che più mi avvicino e più un pensiero si impone su tutti gli altri che affollano la mia testa ed accompagna i miei ultimi passi verso di lei. Un pensiero molto semplice, la guardo e penso che Linda è semplicemente bellissima… 


  Domenico, 25 ottobre 2014                                              graphic by, Stefano_D

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12 Ott 2014 - Un lunedì

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Un lunedì

Non saprei spiegare perché mi comporto così, perché mi ritrovo questa rabbia dentro. Rimane assopita chissà dove per poi svegliarsi e farmi fare cose che non vorrei. La prima volta successe a 15 anni, in prima superiore. Un mio compagno mi prese in giro, senza nessun motivo. Sentii il sangue pulsarmi nelle tempie, il respiro divenne sempre più affannoso. Mi scaraventai su di lui con una forza sconosciuta. Gli feci male, lui finì in ospedale, io venni sospeso. Quando tornai ero evitato da tutti e tutto nei rapporti era cambiato. Divenni un emarginato e mal sopportai di esser lasciato in disparte. Non resistetti a lungo. Un giorno venni accusato per degli oggetti che erano spariti dal laboratorio. Non ero stato io, ma sembrava che qualsiasi malefatta fosse opera mia. Era un lunedì e decisi che non sarei tornato più a scuola.  Iniziai a lavorare in un’impresa edile e a faticare dal sorgere del sole fino al tramonto. Vedevo il mio corpo cambiare. A forza di traportare sacchi di calce le braccia divennero muscolose, le mani  si fecero callose. Iniziai a fumare e smisi di fare progetti sul futuro. Mia madre non sempre c’era. Cambiava spesso lavoro, non riusciva a mantenerne uno oltre i sei mesi. Succedeva che si stancava, oppure non le piaceva o la pagavano poco. Così cambiavano gli impieghi, i turni, gli uomini che la riaccompagnavano a casa. Non ricordo un periodo felice insieme a lei anche perché prima dei 15 anni non ho che vaghi ricordi, immagini appese come post it sulla superficie di un frigorifero dissolto nel tempo. La penso ora che stringo una vecchia foto dove siamo insieme. Mi succede spesso ora che sono in carcere, un posto che sembra fatto apposta per pensare. Nella foto è giovane e ancora bella. Io mi stringo a lei aggrappato alla gonna. Nessuno di noi due ride o sembra felice.  Siamo in una spiaggia e guardiamo in direzioni diverse quasi a cercare un orizzonte migliore per le nostre vite, ignari del fatto che non lo afferreremo mai. Non ho idea di chi l’abbia scattata. Da quando qualche anno fa ha trovato un impiego in un’altra città non ci siamo visti spesso. Qualche volta ci telefonavamo. Se era al lavoro cercavo di isolare la sua voce dai rumori di sottofondo, schiacciando il cellulare all’orecchio. Il mio bagaglio in questa cella è fatto di due fotografie. L’altra è quella di Sara.  Avevo 22 anni e un altro lavoro. Non riuscivo più a reggere il lavoro del manovale. In fabbrica gli orari erano migliori ma in realtà avevo solo cambiato lo sporco alle mani.  Uscendo dalla fabbrica annusavo l’aria per godermi di essere fuori all’aperto.  E non mi importava se le mie scarpe calpestavano neve, pozzanghere o l’asfalto ancora tiepido, la cosa importante era che non sentissi più gli odori dell’olio e del ferro saldato come una radice amara che ero obbligato a masticare. Li dentro il sole lo potevi solo sognare, specialmente d’inverno quando non lo vedevi quasi mai. Sara l’ho conosciuta a una fermata dell’autobus. Lei ritornava dalle lezioni dell’università. Adesso a ripensarci, quello è forse stato l’inizio del periodo più bello e breve della mia vita. Dopo qualche mese andai a vivere nell’appartamento che i suoi le avevano affittato per studiare. Alla sera la trovavo con i libri aperti sopra il tavolo illuminato da una luce che trafiggeva la nuvola di fumo. Era quello che rimaneva delle sue sigarette che mancavano dal pacchetto, l’aria che aveva respirato. Mi sorrideva, chiudeva il libro con la matita dentro a tenere il segno e mi baciava. Più tardi raccoglievamo i vestiti per terra e preparavamo il tavolo per la cena. Le promettevo che avrei trovato un appartamento più grande di quella piccola stanza con  bagno. Avrei voluto veramente mantenere quella promessa. Ma distrussi tutto, nuovamente. Successe in fabbrica. Il caporeparto ebbe a ridire su come avevo portato a termine quel lavoro. Mi disse che non capivo niente, che non bisognava essere dei geni per compiere quelle operazioni. Ma bisognava avere quella attenzione che non ero in grado di mantenere.  Il rumore divenne un insieme di suoni cupi, deformati come le immagini che vedevo. Davanti a me avevo una persona che mi stava urlando, ma non stava urlando a me. Stava urlando a quella bestia che  mi dormiva dentro, svegliandola.  Lei non sopportava di essere disturbata in quel modo, voleva, doveva stare tranquilla. La bestia prese la mia mano e la mia mano un cacciavite che era sul tavolo. Ricordo ancora la punta ferma a due centimetri dai suoi occhi. Ferma perché altre mani avevano bloccato il mio braccio. Mi cambiarono reparto, iniziai a fare lavori sempre più insopportabili, alla fine salii in ufficio e mi licenziai. Anche quella volta era un lunedì. Non dissi niente a Sara. Non volevo farle sapere che ero anche così. Avevo bisogno dell’immagine che lei aveva di me, diversamente mi sarei sentito  come mi sento adesso: perso del tutto e senza sapere neppure dove. Continuavo a mantenere gli orari della fabbrica uscendo e rientrando a casa, ma iniziavo a passare le mie giornate al bar e li feci amicizia con Luca. Lui non lavorava, i soldi se li procurava vendendo illusioni in bustine al suo giro di disperati. Era diffidente ma dopo qualche settimana si confidò. Anche lui aveva una bestia dentro, forse più imprevedibile e violenta della mia. Me ne accorsi una mattina nebbiosa di novembre quando gli dissi che dovevo andare a far benzina e volle venire anche lui. Arrivati al distributore mi sorprese dicendomi che avrebbe pagato lui. Così mentre  aspettavo di riempire un po’ il serbatoio con una misera banconota, lui entrò alla cassa.  Non capii bene cosa successe, ma vidi un lampo,  seguito da un rumore sordo e Luca che tornava verso di me con una pistola in mano urlandomi di scappare. La mia bestia e la sua scapparono mentre io rimanevo ancora una volta un prigioniero impaurito, incapace di dire o fare qualcosa.

È passato un mese da quando mia madre è venuta a trovarmi in carcere. Eravamo seduti uno di frnte all’altro, giù al parlatoio. Un vetro ci divideva. C’è sempre stata una barriera invisibile tra di noi, anche nei lunghi anni quando abitavamo insieme in quel appartamento al quarto piano. Una cella della quale avevo le chiavi. Sara non l’ho più vista. La capisco, non merita uno come me. Lei deve vivere in quel altrove dove tutti possono costruire la loro vita e dove io ho vissuto solo per pochi . Vorrei tanto tornarci, ma potrò farlo solo un giorno che è lontanissimo. Ora non posso. Ha vinto la bestia. È lei che mi tiene qui. Ho letto una frase, ma non ricordo in quale libro è racchiusa: “la morte è l’inizio di una nuova vita”. Solo così potrei liberarmi da questo animale e io da questo posto. Non voglio diventare vecchio qui o fuori di qui. Mi sono procurato una cintura.  Il cielo che vedo dal cortile è un piccolo rettangolo blu. Domani è lunedì. 


12.10.2014, Stefano_D graphic by Stefano_D

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24 Ago 2014 - Cantando, viaggiando..

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Cantando, viaggiando..

Dopo una breve ma profonda crisi personale e creativa a metà del decennio, la vittoria a Sanremo con il trio  ed i successi commerciali sanciti dagli album Invisibile e Royal Albert Hall, gli anni ’80 si chiusero restituendo al suo pubblico un Umberto Tozzi la cui stella tornò a splendere brillantemente. E gli anni ’90 sembravano iniziare da dove il decennio precedente ci aveva lasciato. Con l’album Gli altri siamo noi (oltre 600.000 copie vendute) e l’antologia Le mie canzoni (oltre 800.000 copie), Umberto Tozzi sembrava destinato a vivere un ruolo da assoluto protagonista anche per l’ultimo decennio del secolo scorso. Per la maggior parte dei fan, all’epoca a distanze siderali dai propri idoli (non eravamo ancora nell’epoca di internet e della “condivisione” totale), i successi di inizio anni ’90 sembravano poter soltanto rafforzare e consolidare ulteriormente il lungo rapporto di collaborazione tra Tozzi ed il suo produttore-paroliere Giancarlo Bigazzi. In realtà il rapporto iniziava a scricchiolare già da qualche anno fino al giungere alla sua fine proprio all’indomani della pubblicazione dell’album Gli altri siamo noi. Sappiamo poi bene come sono andate le cose negli anni a seguire, l’uno senza l’altro, Tozzi e Bigazzi non sono stati più capaci di mietere successi come invece erano riusciti a fare unendo i loro due talenti in un sodalizio che in Italia vanta pochi eguali, secondi forse solo a Lucio Battisti e Mogol, con la differenza però di aver saputo esportare con più facilità e maggiori gratificazioni le proprie produzioni anche all’estero. Tuttavia il nuovo corso della carriera di Umberto Tozzi non iniziò male e tutto lasciava credere che in fondo il cantautore torinese avrebbe potuto continuare a camminare ancora a lungo con ruolo da prim’attore nel panorama della musica leggera italiana. Nel 1994, ovvero 20 anni fa, Umberto Tozzi fu ancora una volta protagonista della stagione estiva, esattamente come in passato accadde con pezzi firmati a quattro mani con Bigazzi. Questa volta però, autore di musiche e testi coincidevano nell’unico nome del suo interprete. “Io muoio di te” trionfò al Festivalbar e trainò al successo il primo disco del dopo Bigazzi. Seppure le vendite risultarono molto al di sotto del suo predecessore (circa 300.000 copie), “Equivocando” è forse l’ultimo album veramente ispirato di Umberto Tozzi, senza dubbio l’ultimo album con un successo commerciale riconosciuto ed indiscutibile. Ritrovatosi orfano non solo del suo paroliere, ma anche del suo produttore, Umberto Tozzi decise di ripescare una vecchia conoscenza del passato al quale affidare le sue nuove creazioni. Fu cosi che a 15 anni da Gloria, Umberto Tozzi e Greg Mathieson tornarono a lavorare insieme, dando vita ad un album di spessore, con sonorità per l’epoca molto moderne ed attuali, mettendo una distanza notevole dai suoni e dagli arrangiamenti del disco precedente. Tra i ringraziamenti, Umberto Tozzi cita proprio il produttore californiano “per aver orchestrato con grande gusto” il suo mondo musicale. Equivocando è un piccolo capolavoro di musica pop/rock che strizza l’occhio a certe sonorità d’oltre oceano, non sorprende infatti che tutte le basi musicali siano state registrate in California e con musicisti americani. E’ questa la prima collaborazione tra Tozzi ed uno dei turnisti più apprezzati al mondo, ovvero quel Michael Thompson con il quale Umberto si ritroverà a lavorare ogni volta che le sue strade e quelle di Mathieson torneranno ad incrociarsi. Dovendosi cimentare per la prima volta anche con i testi, Equivocando è forse anche uno degli album più autobiografici della sua lunga carriera. Non solo per le tante canzoni dedicate alla moglie Monica, alla quale va il ringraziamento di Umberto per averlo ispirato durante tutto il periodo creativo, ma anche per le canzoni dedicate ai figli Nicola (la struggente “Senza di te”) e Natasha (la delicata “Tu non lo sai”). L’album contiene anche un brano, “Il mio domani”, al quale Tozzi si dichiarerà più volte molto legato in varie interviste, tanto da imporre alla Warner la presenza di questo brano nel “Best of” pubblicato nel 2002 pur non essendo stato mai un singolo. A proposito di singoli, tre sono quelli estratti da questo album. La già citata “Io muoio di te”, la dolcissima ballata “Lei” e la title track “Equivocando”. E’ forse proprio questo brano su tutti a certificare ancora una volta il genio musicale di Umberto Tozzi, un brano dalla costruzione insolita, vestita di grandi atmosfere dagli arrangiamenti di Greg Mathieson. Nei pensieri di Tozzi doveva essere questo il singolo di lancio dell’album (come spesso successo in passato, singolo di lancio e album portavano lo stesso titolo). Furono poi i discografici, e lo stesso Mathieson, a convincere Tozzi sulla maggior incisività di “Io muoio di te”. Tozzi in realtà non era molto convinto, così come non era convinto nemmeno troppo dell’arrangiamento del brano che secondo lui, soprattutto nella parte iniziale, aveva un richiamo proprio a quella “Gloria” che segnò la prima collaborazione con Mathieson. Mathieson fu bravo a convincere Tozzi della valenza di quella sorta di “tributo” ad una delle sue canzoni più famose, ed i risultati gli diedero ragione.  Equivocando probabilmente non è il disco più bello di Umberto Tozzi in senso assoluto, e sicuramente piacerà poco ai fan legati soprattutto alla produzione firmata insieme a Giancarlo Bigazzi. E’ tuttavia il disco di maggior successo dopo il divorzio artistico tra i due,  è probabilmente il disco più bello dal 1994 ad oggi, è purtroppo l’ultimo grande successo di Umberto Tozzi.  Un disco che poteva segnare un percorso per gli anni a venire, percorso dal quale Umberto si è allontanato troppo con i dischi successivi per poi riavvicinarsi di nuovo a distanza di molti anni con l’album Today. Forse un po’ tardi.


Domenico, 24.08.2014                                                            graphic by Stefano_D

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SCUSATE SE PER UN POCO NON SCRIVERO'

Nell’estate del 1984, a distanza di due anni dall’ultimo album di inediti, Umberto pubblica il suo ottavo Lp in  nove anni di carriera. Questo semplice dato ci fa capire oggi l’imponente mole di lavoro prodotta dalla coppia Bigazzi/Tozzi in un tempo relativamente breve. L’album esce per la prima volta a distanza di due anni dal precedente anche se nel 1983 Umberto seppur con un 45 giri non aveva mancato l’annuale appuntamento discografico. Già , perché per quell’estate la coppia non giudicava interessante per la pubblicazione il materiale nuovo e quello che aveva nei cassetti (ricordiamo che a questo materiale misero mano nel 1991 quando le avvenute  circostanze di incompatibilità lavorativa impedirono l’usuale collaborazione), limitandosi a pubblicarne due ( del brano “Come un carillon” Umberto si pentì dopo pochi mesi della pubblicazione). Nel frattempo si erano verificati alcuni eventi nella vita privata di Umberto per cui il nostro decise di prendere fiato dalla frenetica attività lavorativa (l’album venne registrato a Roma anche per rimanere vicino a casa). Per la prima volta inoltre la coppia si vide costretta dagli eventi ad interessarsi anche del vecchio repertorio che straordinariamente iniziava a dare soddisfazioni anche oltre la consueta stagione estiva. L’anno precedente ci fu il clamoroso successo di Gloria negli Stati uniti con la versione di Laura Branigan e i produttori d’oltreoceano iniziarono a mettere gli occhi sul repertorio del Nostro. Risale a quel periodo la registrazione di alcuni hit di Umberto cantati da lui stesso in inglese sperando in un successo anche con la propria voce (che non ebbe però gli sviluppi sperati). Non era da meravigliarsi quindi se per il nuovo materiale di punta del1984 Bigazzi e Tozzi puntassero su una melodia che rispecchiasse vagamente lo schema compositivo di Gloria e che avesse una parola che anche in questo caso potesse avere la stessa valenza sia in italiano che in inglese. Fu così che nacque Hurrah! un brano non di grande spessore ma che ebbe comunque una discreta rotazione nelle radio libere di allora. Umberto oggi guarda con un certo distacco questo lavoro ammettendo che entrambi erano in crisi di idee in quel periodo. L’album segna quindi la fine di un ciclo fortunato e irripetibile. Umberto dopo questo disco, sempre per vicende personali non entrerà in una sala di registrazione per i successivi due anni e quando riprenderà il rapporto di collaborazione con Bigazzi diventerà più staccato non lavorando più a stretto contatto con il Maestro come era finora avvenuto ma lavorando separatamente ai vari stati di avanzamento della produzione. Bigazzi, sempre attivo nel lavoro, nel frattempo aveva conosciuto una giovane promessa e insieme avevano affinato dei provini. Uno di questi venne lanciato proprio nell’estate dell’84. Si intitolava Self Control e a cantarla in inglese era Raffaele Riefoli in arte Raf. Entrato nella scuderia  di Bigazzi, quest’ultimo gli chiese un parere circa il brano Hurrah di imminente pubblicazione. Raf consigliò di aggiungere “un colpo di rullante” (anche se quella piccola parte di arrangiamento è debitrice più che altro di un brano di allora: “Maniac” di Michael Sembello). L’album contiene tuttavia brani interessanti come “Non ho che te”, “Attimi (e invece sono attimi)” a cui dobbiamo il titolo del nostro forum e “Fuga in sogno” che Umberto riprenderà nell’album Superstar  del 2009 quasi a voler smentire almeno in parte la bocciatura in toto che fece dell’album negli anni successivi. Il disco si chiude con il brano “Guardati indietro”, una esortazione nel momento di difficoltà a non considerare che tutto è perduto, che ci si può rialzare, che anche le cose semplici come quelle importanti possono aiutarci ad affrontare il futuro. Pensando a quello che accadrà ad Umberto da quell’anno in poi, quella canzone messa li in chiusura, risulta oggi ancor più emblematica.


Stefano_D 1.08.2014                                                                  graphic by Stefano_D

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01 Giu 2014 - rain, rain, rain

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rain, rain, rain

Isabella se ne stava seduta sul suo banco. Trascorreva le ore di lezione facendo disegni a matita su un quaderno a quadretti. Era arrivata in classe da pochi giorni. Sembrava che fare amicizia non le interessasse. Preferiva starsene da sola, nel suo mondo. Solo nell’ora di Arte sembrava felice. Lo si capiva guardandola mentre preparava i colori. Era bravissima con gli acquerelli. Apriva il colore dalla scatola e lo bagnava della giusta quantità. Poi con un piccolo pennello lo stendeva sul foglio e il colore prendeva mille sfumature: ora intense per gli oggetti più vicini, ora tenui per quelli che erano posizionati più lontano. In confronto i miei disegni sembravano pozzanghere in una carta umida che iniziava a incresparsi.

Pur essendo in quella classe da ormai cinque anni, neanch’io potevo dire di avere amici. Non li sopportavo. Sempre a parlar male dei prof, salvo poi fingere interesse quando si rivolgevano a loro. Oppure era il contrario. Non l’ho mai capito. Isabella era indifferente a tutti. Non sapevo il perché. Mi bastava sapere che in questo mi assomigliava. La vedevo così diversa dalle altre. Mi piaceva.

Un giorno la professoressa ci mise in banco assieme. Potei così guardare da vicino i disegni che faceva. “Sono molto belli” le dissi cercando di rompere il ghiaccio.  Lei mi guardò e rimase in silenzio. Mi ero già pentito di quello che le avevo detto quando, per fortuna, mi sorrise. Poi iniziò un nuovo disegno. Quando lo ebbe terminato, strappò il foglio dal quaderno e me lo diede. Erano raffigurati due delfini che con un balzo erano usciti dall’acqua e stavano per rituffarsi. Due pesci fuor d’acqua, come noi due pensai.

Con il passare del tempo diventammo amici.

Un giorno, uscendo da scuola, iniziò a piovere. Eravamo entrambi in bicicletta. Dallo zaino presi un ombrello pieghevole e glielo diedi. “E tu come farai?” “Io ho il cappuccio del giubbotto, non ti preoccupare”. Non volevo che si bagnasse i capelli. Erano neri e lunghi che facevano risaltare i suoi occhi chiari come un lago di montagna. La vidi allontanarsi con il mio ombrello e rimasi lì a guardarla, mentre la pioggia iniziava a bagnarmi. Mi sentivo felice.

Il giorno dopo pioveva ancora. Isabella non si presentò a scuola. Non ci feci caso più di tanto. Neanche il giorno dopo e quelli successivi però Isabella non si fece vedere. Osservavo il banco vuoto incorniciato dalla finestra rigata dalla pioggia. Il telefono risultava spento e non sapevo cosa pensare. Volevo andare a casa sua ma mi accorsi solo allora che non le avevo mai chiesto dove abitasse. Mi feci coraggio e chiesi notizie alla professoressa. Mi rispose che si sarebbe informata.

La mattina dopo la professoressa riferì alla classe che Isabella si era trasferita all’estero. Aveva dovuto seguire il padre che si spostava per lavoro e essendo il suo unico genitore e non avendo altri parenti vicini, non c’erano state altre soluzioni perché restasse. Una doccia fredda per me. Ero arrabbiatissimo. Non ci eravamo neanche salutati e non sapevo neanche il perché. Volevo uscire dall’aula per urlare. Non avevo più speranza di rivederla. Eravamo come i cerchi paralleli nell’acqua, generati dal sasso che con rabbia avevo scagliato nel fiume vicino a casa.

Una mattina, al termine delle lezioni, il bidello mi fermò e mi diede una lettera. L’aprii, nonostante gli spintoni che continuavo a ricevere dai miei compagni che stavano uscendo. Una barca a vela che provava andare controvento. Era di Isabella. Si scusava per esser partita in quel modo, senza preavviso. Mi raccontò di suo padre, della nuova città. Mi diede dei nuovi recapiti. Sul retro c’era un disegno. Aveva rappresentato una ragazza che camminava sotto la pioggia. Solo l’ombrello era colorato, rosso come quello che le avevo dato. Rossi come gli occhi che probabilmente avevo in quel momento. Una lacrima mi cadde sul disegno che tenevo in mano, finendo lì, tra le mille gocce che lei aveva disegnato.


1.06.2014 testo e immagine by Stefano_D 

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