Biografia di Umberto Tozzi

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SCUSATE SE PER UN POCO NON SCRIVERO'

Nell’estate del 1984, a distanza di due anni dall’ultimo album di inediti, Umberto pubblica il suo ottavo Lp in  nove anni di carriera. Questo semplice dato ci fa capire oggi l’imponente mole di lavoro prodotta dalla coppia Bigazzi/Tozzi in un tempo relativamente breve. L’album esce per la prima volta a distanza di due anni dal precedente anche se nel 1983 Umberto seppur con un 45 giri non aveva mancato l’annuale appuntamento discografico. Già , perché per quell’estate la coppia non giudicava interessante per la pubblicazione il materiale nuovo e quello che aveva nei cassetti (ricordiamo che a questo materiale misero mano nel 1991 quando le avvenute  circostanze di incompatibilità lavorativa impedirono l’usuale collaborazione), limitandosi a pubblicarne due ( del brano “Come un carillon” Umberto si pentì dopo pochi mesi della pubblicazione). Nel frattempo si erano verificati alcuni eventi nella vita privata di Umberto per cui il nostro decise di prendere fiato dalla frenetica attività lavorativa (l’album venne registrato a Roma anche per rimanere vicino a casa). Per la prima volta inoltre la coppia si vide costretta dagli eventi ad interessarsi anche del vecchio repertorio che straordinariamente iniziava a dare soddisfazioni anche oltre la consueta stagione estiva. L’anno precedente ci fu il clamoroso successo di Gloria negli Stati uniti con la versione di Laura Branigan e i produttori d’oltreoceano iniziarono a mettere gli occhi sul repertorio del Nostro. Risale a quel periodo la registrazione di alcuni hit di Umberto cantati da lui stesso in inglese sperando in un successo anche con la propria voce (che non ebbe però gli sviluppi sperati). Non era da meravigliarsi quindi se per il nuovo materiale di punta del1984 Bigazzi e Tozzi puntassero su una melodia che rispecchiasse vagamente lo schema compositivo di Gloria e che avesse una parola che anche in questo caso potesse avere la stessa valenza sia in italiano che in inglese. Fu così che nacque Hurrah! un brano non di grande spessore ma che ebbe comunque una discreta rotazione nelle radio libere di allora. Umberto oggi guarda con un certo distacco questo lavoro ammettendo che entrambi erano in crisi di idee in quel periodo. L’album segna quindi la fine di un ciclo fortunato e irripetibile. Umberto dopo questo disco, sempre per vicende personali non entrerà in una sala di registrazione per i successivi due anni e quando riprenderà il rapporto di collaborazione con Bigazzi diventerà più staccato non lavorando più a stretto contatto con il Maestro come era finora avvenuto ma lavorando separatamente ai vari stati di avanzamento della produzione. Bigazzi, sempre attivo nel lavoro, nel frattempo aveva conosciuto una giovane promessa e insieme avevano affinato dei provini. Uno di questi venne lanciato proprio nell’estate dell’84. Si intitolava Self Control e a cantarla in inglese era Raffaele Riefoli in arte Raf. Entrato nella scuderia  di Bigazzi, quest’ultimo gli chiese un parere circa il brano Hurrah di imminente pubblicazione. Raf consigliò di aggiungere “un colpo di rullante” (anche se quella piccola parte di arrangiamento è debitrice più che altro di un brano di allora: “Maniac” di Michael Sembello). L’album contiene tuttavia brani interessanti come “Non ho che te”, “Attimi (e invece sono attimi)” a cui dobbiamo il titolo del nostro forum e “Fuga in sogno” che Umberto riprenderà nell’album Superstar  del 2009 quasi a voler smentire almeno in parte la bocciatura in toto che fece dell’album negli anni successivi. Il disco si chiude con il brano “Guardati indietro”, una esortazione nel momento di difficoltà a non considerare che tutto è perduto, che ci si può rialzare, che anche le cose semplici come quelle importanti possono aiutarci ad affrontare il futuro. Pensando a quello che accadrà ad Umberto da quell’anno in poi, quella canzone messa li in chiusura, risulta oggi ancor più emblematica.


Stefano_D 1.08.2014                                                                  graphic by Stefano_D

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01 Giu 2014 - rain, rain, rain

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rain, rain, rain

Isabella se ne stava seduta sul suo banco. Trascorreva le ore di lezione facendo disegni a matita su un quaderno a quadretti. Era arrivata in classe da pochi giorni. Sembrava che fare amicizia non le interessasse. Preferiva starsene da sola, nel suo mondo. Solo nell’ora di Arte sembrava felice. Lo si capiva guardandola mentre preparava i colori. Era bravissima con gli acquerelli. Apriva il colore dalla scatola e lo bagnava della giusta quantità. Poi con un piccolo pennello lo stendeva sul foglio e il colore prendeva mille sfumature: ora intense per gli oggetti più vicini, ora tenui per quelli che erano posizionati più lontano. In confronto i miei disegni sembravano pozzanghere in una carta umida che iniziava a incresparsi.

Pur essendo in quella classe da ormai cinque anni, neanch’io potevo dire di avere amici. Non li sopportavo. Sempre a parlar male dei prof, salvo poi fingere interesse quando si rivolgevano a loro. Oppure era il contrario. Non l’ho mai capito. Isabella era indifferente a tutti. Non sapevo il perché. Mi bastava sapere che in questo mi assomigliava. La vedevo così diversa dalle altre. Mi piaceva.

Un giorno la professoressa ci mise in banco assieme. Potei così guardare da vicino i disegni che faceva. “Sono molto belli” le dissi cercando di rompere il ghiaccio.  Lei mi guardò e rimase in silenzio. Mi ero già pentito di quello che le avevo detto quando, per fortuna, mi sorrise. Poi iniziò un nuovo disegno. Quando lo ebbe terminato, strappò il foglio dal quaderno e me lo diede. Erano raffigurati due delfini che con un balzo erano usciti dall’acqua e stavano per rituffarsi. Due pesci fuor d’acqua, come noi due pensai.

Con il passare del tempo diventammo amici.

Un giorno, uscendo da scuola, iniziò a piovere. Eravamo entrambi in bicicletta. Dallo zaino presi un ombrello pieghevole e glielo diedi. “E tu come farai?” “Io ho il cappuccio del giubbotto, non ti preoccupare”. Non volevo che si bagnasse i capelli. Erano neri e lunghi che facevano risaltare i suoi occhi chiari come un lago di montagna. La vidi allontanarsi con il mio ombrello e rimasi lì a guardarla, mentre la pioggia iniziava a bagnarmi. Mi sentivo felice.

Il giorno dopo pioveva ancora. Isabella non si presentò a scuola. Non ci feci caso più di tanto. Neanche il giorno dopo e quelli successivi però Isabella non si fece vedere. Osservavo il banco vuoto incorniciato dalla finestra rigata dalla pioggia. Il telefono risultava spento e non sapevo cosa pensare. Volevo andare a casa sua ma mi accorsi solo allora che non le avevo mai chiesto dove abitasse. Mi feci coraggio e chiesi notizie alla professoressa. Mi rispose che si sarebbe informata.

La mattina dopo la professoressa riferì alla classe che Isabella si era trasferita all’estero. Aveva dovuto seguire il padre che si spostava per lavoro e essendo il suo unico genitore e non avendo altri parenti vicini, non c’erano state altre soluzioni perché restasse. Una doccia fredda per me. Ero arrabbiatissimo. Non ci eravamo neanche salutati e non sapevo neanche il perché. Volevo uscire dall’aula per urlare. Non avevo più speranza di rivederla. Eravamo come i cerchi paralleli nell’acqua, generati dal sasso che con rabbia avevo scagliato nel fiume vicino a casa.

Una mattina, al termine delle lezioni, il bidello mi fermò e mi diede una lettera. L’aprii, nonostante gli spintoni che continuavo a ricevere dai miei compagni che stavano uscendo. Una barca a vela che provava andare controvento. Era di Isabella. Si scusava per esser partita in quel modo, senza preavviso. Mi raccontò di suo padre, della nuova città. Mi diede dei nuovi recapiti. Sul retro c’era un disegno. Aveva rappresentato una ragazza che camminava sotto la pioggia. Solo l’ombrello era colorato, rosso come quello che le avevo dato. Rossi come gli occhi che probabilmente avevo in quel momento. Una lacrima mi cadde sul disegno che tenevo in mano, finendo lì, tra le mille gocce che lei aveva disegnato.


1.06.2014 testo e immagine by Stefano_D 

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INTERVISTA ESCLUSIVA A MONICA TOZZI
(a cura di Elisabetta)

Innanzi tutto vogliamo ringraziarti per aver accettato di rilasciare questa intervista ad “Attimi” che è un sito dedicato alla musica di tuo marito Umberto. Ci scuserai pertanto se le nostre domande saranno sbilanciate in questo senso.

Si dice che dietro ogni grande uomo ci sia una grande donna ed in effetti nel caso di Umberto Tozzi è così!

1)   Hai un passato da modella, era il lavoro che avresti voluto fare da bambina o avevi altre aspettative?
        Il lavoro di modella è iniziato per caso, andavo al liceo e un'amica mi ha coinvolto in una sfilata…Avrei voluto fare il medico! Grande rimpianto!


2)   Come è cambiata la tua vita dopo l'incontro con Umberto?
        La mia vita è cambiata radicalmente dopo l'incontro con Umberto…Intanto ho smesso subito di lavorare …per ovvi motivi.. e poi mi sono trasferita a Roma  dove lui già viveva.
Cambio totale di tutto..casa, città , amici..


3)   Quali sono i tuoi gusti musicali? Ti piacevano  le canzoni di Umberto prima di conoscerlo o preferivi altri generi?
        Non ascoltavo Umberto quando l'ho conosciuto,mi ha fatto scoprire lui il suo mondo..
Io ero una fan scatenata di Cristopher Cross, Duran Duran, ascoltavo solo Eros e Battisti di italiani.


4)   Nel 1991 e nel 1994 sei stata la protagonista dei  videoclip de "Gli innamorati" e di Lei (tra l'altro in un sondaggio su Attimi Gli innamorati è risultato uno dei videoclip più apprezzati) Cosa ti ricordi di quei momenti?
Non hai più ripetuto queste esperienze finora, pensi che accadrà ancora in futuro o capitolo chiuso?
        E' stata un'esperienza divertente, Umberto aveva scritto quelle canzoni pensando a noi e ha voluto che fossi io a fare quei due video. E' stato bello!!!  Mai dire Mai! Regola numero uno.


5)    Monica, tu sei indubbiamente la principale musa ispiratrice di molte canzoni di Umberto. Che effetto ti fa ascoltarle ? Ti riconosci in quelle bellissime parole?
         Mi emoziono sempre perché riconosco la nostra storia, riconosco lui e me..so che le scrive per me e questo mi gratifica immensamente e mi commuove.


6)   Umberto ti chiede consigli riguardo i suoi progetti artistici?
        Umberto chiede sempre il mio parere, si fida, sa che se una cosa non mi piace non riesco a mentire, che sia una canzone o un progetto...grande responsabilità! E comunque lui è un grande e non teme giudizi anche se negativi, li ritiene costruttivi. E' un uomo con una intelligenza enorme!


7)   Qual è la tua canzone preferita del repertorio di Umberto?
        Bella domanda! non so esattamente quante canzoni mi ha dedicato, in tantissime mi riconosco e mi emoziono, ma quando sento Brava.. ho i brividi.. gli ho chiesto io di farla in concerto, lui non la ama particolarmente.

8)   Umberto durante la sua carriera ha raggiunto traguardi prestigiosi, quale avvenimento ti ha reso più orgogliosa di lui?
         Sono fiera e orgogliosa di lui, come potrei non esserlo.. ha scritto pagine di musica che resteranno nella storia della musica italiana, e la sua versione di Gloria nell'ultimo film di Scorsese..beh..quella mi ha fatto davvero gongolare.

9)   Ti vediamo spesso ai concerti nei teatri,  sicuramente sarai contenta di vedere quanto è apprezzato Umberto in giro per il mondo ma c'è un concerto a cui hai partecipato che ti è rimasto impresso per qualche motivo particolare?
        sono strafelice di vedere i teatri  pieni e l'amore che i suoi fans gli dimostrano SEMPRE.
Dopo tanti anni si potrebbe pensare che ho fatto l'abitudine ai suoi concerti, invece mi diverto sempre, mi piace da morire.Il concerto che mi è piaciuto di più???? sicuramente il primo!!


10)   Durante il corso degli anni  hai sicuramente conosciuto tanti personaggi famosi ed importanti, c'è qualcuno in particolare che ti ha colpito maggiormente per la sua umanità e generosità e che ti è rimasto nel cuore?
        Ho conosciuto molti personaggi del mondo dello spettacolo, alcuni dotati di grande umanità e generosità, e grande riservatezza…ed è per questo che non mi sento di nominarli….sorry…..
   
11)    Sei una donna molto sensibile che non rimane indifferente di fronte ai bisognosi ed in particolare ai bambini, ricordiamo il progetto per aiutare il reparto pediatrico di un ospedale di Nizza di cui tu sei stata sicuramente la promotrice, ci racconti come si è concluso questo progetto? Cosa siete riusciti a realizzare in questo ospedale?
        Amo i bambini e gli anziani, sono indifesi ..
Il progetto dell'Ospedale di Nizza è nato anche quello x caso, due amici ci avevano detto che mancavano dei macchinari nel reparto Prenatale, ma non mi piace fare pubblicità sulle azione benefiche. La beneficenza si fa, non ri racconta e non si deve usare a scopi pubblicitari, secondo me.


12)   Hai dei sogni nel cassetto che non hai ancora realizzato?
        SI!!!!! Sognare Sempre!!
vorrei andare a vivere a Londra, ma a mio marito piace il mare e quindi chissà ..forse un giorno…mai dire mai..

       
13  )   Cosa ne pensi di Attimi?
        Di voi di Attimi penso che siete una squadra fantastica.
adoro chi non si arrende mai e voi con il vostro amore per la musica di Umberto, con la vostra presenza costante ne siete la dimostrazione.
Graziee!!!!!!!!
Monica



questa è la domanda extra e personale
Come vi siete conosciuti e come ti ha conquistata Umberto?
Io e Umberto ci siamo conosciuti a Sanremo..io ero li per una sfilata e lui per un concerto..
Per lui è stato un colpo di fulmine, io ci ho messo un po'..
Sai come mi ha conquistata??
Con la sua caparbietà  e con la sua dolcezza.. Inizialmente non volevo saperne, poi mi sono perdutamente innamorata di lui..


Betti 13.04.2014

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30 Mar 2014 - ENTRO OPPURE NON ENTRO

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Entro oppure non entro

Allungo la mano per spegnere la sveglia. Ci siamo penso. Oggi sarà una giornata particolare. Con uno sforzo  mi trovo seduto sul letto. La tentazione di ributtarmi giù è forte ma non voglio che lei mi trovi in casa. A tentoni raggiungo la finestra e spalanco il balcone. Una luce  debole illumina la camera. Sono le 6 e quarantacinque e  sta piovendo a dirotto. La parte del letto dove dorme Eleonora è ancora intatta. Lei rientrerà tra circa un’ora dal turno di notte. Rimetto a posto le coperte. Spero di conservarle un po’ del mio calore.

In cucina lo sbuffo di vapore della caffettiera mi riporta ai consueti riti quotidiani in una giornata che non so ancora che piega prenderà. Raccolgo l’ombrello, chiudo la porta a chiave e salgo in auto. Mi concedo un’ultima illusione di normalità. All’edicola  la signora mi allunga il Corriere. Un sorriso e frasi di circostanza. Arrivo al posto di lavoro ma, invece di entrare nel parcheggio tiro dritto. Vago senza meta per diversi chilometri. Mi fermo in un bar dove non c’ero mai stato. Ordino una brioche e un cappuccino. Cerco un tavolino vicino alla finestra e mi siedo. Lo schienale della panca curva verso il vetro. Sopra c’è una grata per il condizionamento mascherata con dei fiori finti. Piove ancora e il vetro è appannato. Una verità di plastica e una realtà grigia e velata. Mi esce questa frase mentre osservo alzando gli occhi dalla mia tazza. Mi viene in mente il primo giorno di lavoro allo Studio, il timore del titolare e poi il lavoro di sera e di domenica per dimostrare di essere all’altezza. Le promesse di promozioni, l’importanza che mi veniva attribuita a voce a cui però non corrispondeva ai fatti. I pagamenti che divennero sempre più complicati da ottenere e umilianti da sollecitare. Ma avevo sempre resistito per il rapporto che avevo instaurato con i clienti, per la fiducia e le soddisfazioni che mi davano. Con il titolare andava sempre peggio. Sapevo che prima o poi avrebbe toccato un limite insuperabile. E’ successo ieri. Mi  ha chiamato nel suo ufficio. Pensavo fosse per saldare i due mesi e mezzo di onorario. Si è messo a discutere di una pratica che avevo seguito mentre lui era in vacanza da qualche parte nel mondo. Mi aspettavo che si complimentasse per  come era stata istruita e per il buon esito imminente. Mi ha contestato dettagli insignificanti, marginali e pretestuosi. Mentre parlava mi sentivo un estraneo, come sdoppiato in quella stanza. Mi vedevo seduto in un angolo. Umiliato e incapace di reagire. Se fosse stato un sogno avrei cercato di svegliarmi, ma non era cosi. Devo reagire. Me lo ripetevo mentalmente tre, quattro volte. “Domani non vengo. Non verrò più”. Mentre dicevo questo mi sentivo ancora su un altro angolo della stanza stupito di quello che stavo osservando. Avevo la voce alterata, lo sguardo sprezzante. Poi non dicevo più nulla. C’era un silenzio e io me ne stavo uscendo da quell’ufficio.

Ora sono qui seduto in un bar in mezzo a persone sconosciute e sto pensando se per caso il mio capo mi ha cercato. Prendo in mano il telefono che è ancora spento. Non lo accendo. Il problema adesso è dirlo a Eleonora. Non volevo anticiparle nulla per telefono ieri quando ci siamo scritti per la buonanotte. E non volevo farmi trovare a casa quando lei rientrava. Ma devo farmi coraggio. Decido di rientrare. Quando arrivo nel piazzale vedo la sua macchina parcheggiata. Faccio una corsa per non bagnarmi e salgo nell’appartamento. Nello specchio dell’ascensore mi accorgo di avere gli occhi rossi. Ho pianto. Davanti alla porta ho un’ultima esitazione. Entro oppure non entro? Vorrei che lei capisse tutto senza che io le debba spiegare quello che è successo. Ho bisogno di lei. Giro la chiave.

 

         30.03.2014 Stefano_D                                                                     graphic by Stefano_D

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02 Mar 2014 - PROFUMO DI SPIGO

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PROFUMO DI SPIGO

Marina prese il suo giubbotto e chiuse la porta dello stanzino del guardaroba. Guardò l’orologio: la mezzanotte era passata da venti minuti. Anche questa giornata di lavoro all’ agriturismo era terminata. Uscì dalla porta secondaria e attraversò il giardinetto per raggiungere il parcheggio. Tra i tavolini all’aperto notò la luce rossa della sigaretta di Carlo. Lui era il proprietario e quello era il suo modo chiudere la serata prima di ritirarsi al primo piano dove si era ricavato due stanze: da quasi vent’anni quella era la sua casa e tutto il suo mondo. Era da un po’ che voleva chiederglielo. Così si fece coraggio, prese una sedia, appoggiò le chiavi e la borsa sul tavolino e si sedette vicino a lui. “Non ti ho mai chiesto come mai hai scelto questo posto.. Tu non sei di queste parti” gli chiese mentre anche lei si accese una sigaretta. Carlo sorrise “Se devo essere sincero ti dirò che non l’ho scelto io. Però mi ricordo il giorno che decisi che qui ci avrei cucinato. Altro non potevo fare”. Carlo aveva voglia di raccontare. Quella sera lo fece volentieri. Iniziò da quel viaggio in treno fatto più di vent’anni prima che lo riportava in questo posto dopo tanto tempo.

Era seduto sullo scompartimento e guardava il mare lungo quel tratto di costa toscana dove la ferrovia lo stava portando da Roma a Grosseto. Non poteva  non pensare alla sua infanzia quando i suoi genitori lo lasciavano a trascorrere lunghi periodi in quella casa dove era rimasta a vivere Emma, la sorella di sua madre. Immaginava quella grande stanza dove c’era la cucina e quell’ onnipresente profumo di lavanda che le piaceva mettere a seccare in mazzolini per poi riporli nei cassetti tra la biancheria. Un profumo che si era fissato per sempre nella sua memoria inchiodandone i ricordi. Ricordava che per quanto grande fosse la casa tutto si svolgeva in quella cucina dove lei era sempre indaffarata. In quella cucina Carlo aveva visto Emma fare il pane, la polenta, le tagliatelle all’uovo e mescolare dentro grossi pentoloni la frutta e lo zucchero per preparare le marmellate. Tutti gli ingredienti erano lì fuori a portata di mano. Il campo di mais, le galline nel recinto dietro la casa, i  due ciliegi  maestosi che insieme ad un melo e un albicocco rappresentavano macchie di desiderata ombra estiva che il prato non poteva offrire. Ogni tanto a Carlo piaceva correre in mezzo all’erba e spesso se ne tornava con un mazzolino di fiori che erano i più diversi possibili. Entrava in casa nascondendolo dietro la schiena, le diceva di chiudere gli occhi e poi glielo porgeva come avrebbe fatto con la sua mamma se fosse stata lì. Emma metteva quel mazzolino in un vaso di vetro rimasto vuoto dalla conserva di pomodori, lo riempiva con un po’ d’acqua e poi lo ammirava a voce alta. ”Margherita, tarassaco, veronica, malva, sambuco, calendule….ma lo sai che questi fiori oltre che belli si possono anche mangiare?” Carlola guardava soddisfatto della sua raccolta e del dono che le aveva fatto e curioso l’ascoltava divertito. “Li puoi mettere nell’insalata, il sambuco nelle marmellate, i petali di rosa nel riso. Un giorno, quando diventerai più grande t’insegnerò come fare”.

Quel giorno non arrivò mai. La famiglia di Carlo si trasferì a Roma ma soprattutto non fece più le vacanze nella campagna toscana. Le lunghe giornate estive da “mamma” Emma divennero  così un ricordo. Si iscrisse all’Istituto alberghiero: la passione per le alchimie culinarie a cui aveva assistito affascinato da bambino era cresciuta e voleva scoprirne tutti i segreti possibili. Finita la scuola iniziò come apprendista nelle cucine di un ristorante dove continuò ad imparare e appena gli fu possibile, sperimentare le sue idee. Poi venne il servizio militare, ovviamente in cucina nelle mense degli ufficiali. Terminato anche quel periodo riprese a lavorare al ristorante.  Con il tempo sentiva sempre più il desiderio di avere un locale suo. Iniziò  colloqui con banche e si mise a visionare offerte di cessioni. Cercò di coinvolgere anche un suo amico al quale gli confidò il suo progetto. Sembrava però che tutti questi sforzi, per un motivo o per l’altro non riuscissero a concretizzarsi. Il suo amico era titubante, i prezzi li considerava sovrastimati, le banche volevano garanzie che avrebbero coinvolto la casa dei genitori.  Un giorno gli arrivò la notizia  che “mamma” Emma se ne era andata  lasciando a lui la casa e il podere circostante. Per quanto potesse ritenersi fortunato per quell’aiuto insperato che gli veniva ora incontro, non poteva dirsi contento. Era triste di quel rapporto che si era interrotto per sempre. Un rapporto che lo legava verso i giorni spensierati di un’infanzia ormai lontana.

Fu così che si trovò su quello scompartimento che da Roma lo stava portando a Grosseto. Giunto a destinazione Carlo prese un taxi per raggiungere il casale che distava una dozzina di chilometri. Quando l’auto lasciò la provinciale per immettersi nella stradina che tagliava il prato lasciando dietro di sé una nuvola di polvere, a Carlo si strinse il cuore. Fece fermare il taxi dal cancello e percorse a piedi il vialetto. La casa era lì, davanti a lui, senza vita. L’erba era cresciuta indisturbata prendendo il sopravvento sui fiori delle aiuole davanti a balconi chiusi ormai da troppo tempo. Prese la chiave che il notaio gli aveva lasciato in una busta e entrò. La stanza era freddae quel  freddo lo sentì tutto. Apri un balcone e le pareti, i mobili così come i ricordi riaffiorarono irruenti dalla penombra. Tirò un cassetto e vi trovò le tovaglie e un mazzetto di lavanda legato in un fazzoletto che si sbriciolò tra le dita regalando un profumo che sembrava venire da lontano. Su un altro cassetto trovò un quaderno di scuola. Lo prese e sulla prima pagina c’era scritto: Per Carlo. Sfogliò le pagine successive con le mani tremolanti e si accorse che era unaraccolta di ricette dove ognuna contemplava un fiore diverso. Si sedette sulla sedia vicino al tavolo e scoppiò in lacrime.

“Quel giorno decisi che avrei fatto rivivere quel posto. E decisi anche come sarebbero stati i miei piatti” disse sorridendo a Marina che era rimasta ad ascoltarlo vincendo il fastidio dell’umidità che sentiva sulle spalle. Gli rispose: ”Hai fatto benissimo. Emma sarebbe orgogliosa di quello che hai fatto”. Lasciò Gianni a un’altra sigaretta. ”Buonanotte capo! A domani”.  “Notte! A domani”. Marina proseguì in direzione della macchina. Attraversò la siepe di lavanda che divideva il cortile dal parcheggio: adesso sapeva perché Carlo ne avesse piantata così tanta e perché suoi tavoli un mazzetto non mancava mai quand’era in fiore. Sorrise dentro di sé. Mise in moto e si avviò verso l’uscita. Prima di lasciare il cancello si soffermò sull’insegna: agriturismo mamma Maremma. Fu solo in quel momento che realizzò che mamma Emma era racchiusa in quel nome. Sorrise di nuovo e ripartì. Riguardò di nuovo l’insegna nello specchietto: si faceva più piccola e invisibile nella polvere che si sollevava fino a diventare una piccola luce in quella notte senza luna di primavera.

 

Stefano_D                                                                 graphic by Stefano_D

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