Biografia di Umberto Tozzi

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15 Feb 2015 - PEZZI DI ALTRI NOI

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Pezzi di altri noi

E’ una di quelle mattine che solo certe giornate d’inverno ti sanno regalare. L’aria è tersa, fredda, ma il cielo è azzurro, limpido, c’è il sole ed una luce bellissima. Il blu del cielo e del mare si abbracciano in una sottile linea d’orizzonte che oggi si riesce solo ad immaginare. E’ una di quelle giornate in cui ringrazio il destino per avermi fatto arrivare in questo angolo d’Italia. Ad aiutarmi nel trovare il confine tra cielo e mare ecco spuntare all’orizzonte la sagoma del traghetto della Superfast Ferries in arrivo dalla Grecia.

Sorrido… sorrido pensando al  disappunto con il quale avevo accettato il trasferimento da Trieste a Bari.

Già lasciare la mia Roma per andare al Nord-Est fu tutt’altro che facile e mi trasferii già allora con un misto di tristezza e paure nel cuore. Si paura di non ritrovarmi in un'altra città, in mezzo a gente diversa da me. Ed invece Trieste fu una piacevole sorpresa. Con l’eleganza delle sue piazze, con i suoi caffè storici del centro, Trieste ha un atmosfera mitteleuropea  che mi ha conquistato. Ma non solo, a Trieste si respira forte aria di Est, dove questo termine evoca la storia. Terra di confine, crocevia di popoli che si mescolano, e trovi testimonianza di questo nella vita quotidiana. Nella cucina ad esempio, dove piatti della tradizione italiana si mischiano a piatti di origine austriaca o slava. D’altra parte i balcani e le musiche gitane alla Goran Bregovich sono dietro l’angolo, le avverti più vicine degli Appennini e delle melodie nostrane.

 

Adesso sono a Bari. Gli stessi pregiudizi che mi ero portato in valigia trasferendomi al settentrione me le sono portate in questo viaggio nel meridione. Ma così come Trieste anche Bari è stata una piacevole scoperta, smontando tutti i luoghi comuni che mi portavo dietro. “Bari ti accoglie” recitavano i manifesti dell’ufficio turistico locale quando arrivai in aeroporto, ed effettivamente così è stato. E mi sono trovato bene anche a Bari, come a Trieste. Anche questa terra di confine, terra di passaggio, ce lo racconta la storia. E’ vero che qui il confine naturale è il mare, però  anche qui si guarda ad Est anche se non ti vengono in mente guerra fredda e blocchi contrapposti, gitani, Likrofi e Gulasch.  Dalla Puglia, guardare al mare e pensare cosa c’è oltre ti fa venire soprattutto in mente l’Oriente. Terre lontane, mercanti di spezie, gente dalla pelle scura, olivastra.   

 

Il traghetto è ormai entrato in porto. Teresa, la mia collega degli uffici portuali mi porta con altrettanta puntualità il caffè e me lo porge sorridendo. Adesso insieme assisteremo al solito spettacolo del traghetto che si svuota la pancia piena di vetture ma soprattutto pullman turistici e camion. E sappiamo bene, io e Teresa, quanto questi traghetti sono “vettori” di disperati che nascondendosi sotto i grandi mezzi, provano ad arrivare nel nostro paese. Molti provano a scappare via appena il pullman o il camion ha lasciato la nave, rischiando di essere scoperti dalla vigilanza del porto, altri aspettano che i mezzi siano definitivamente fuori in strada. Sono per lo più asiatici, in gran parte provenienti dall’Afghanistan o dal Pakistan. La loro storia è quella ben raccontata nel libro “Nel mare ci sono i coccodrilli” di Fabio Geda. Ognuno di loro infatti potrebbe essere Enaiatollah, il protagonista. Viaggi lunghi ed interminabili, oltre che costosissimi e soprattutto molto pericolosi,  attraverso l’Iran, la Turchia e la Grecia, rischiando più volte di non poter proseguire. E poi, per chi ci riesce, il sognato sbarco nella Europa occidentale, per arrivare in Italia o molto più spesso per proseguire oltre e raggiungere parenti o amici in altri paesi del Nord Europa.

 

Bevo il caffè e guardo Teresa. Lei non è come me. Lei è del posto, di “Bari vecchia” come orgogliosamente tiene a sottolineare, vantandosi di aver giocato a calcio con Antonio Cassano nei prati che circondano il castello normanno-svevo quando erano entrambi bambini. Tuttavia il suo volto è una sintesi di questo posto e con i suoi lineamenti  è indubbiamente figlia di questa terra, dalla quale sono passati in molti e lei potrebbe benissimo avere antenati spagnoli o discendente di qualche mercante di spezie venuto dal lontano oriente. Il caffè è finito, torno al lavoro.


 Domenico, 15/02/2015                                                 graphic by Stefano_D 

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Quello che segue è un racconto preso dal sito di Guido Guglielminetti che, come è noto ai fan di Umberto Tozzi, è stato il suo bassista nei primi dischi. La storia riporta aneddoti interessantissimi di quel periodo della fase artistica del Nostro e la dice lunga sulle peripezie che i fantastici giovani del '51, '52 hanno dovuto attraversare prima di trovare la strada giusta per la loro vita di musicisti professionisti. La foto, inedita, che accompagna il racconto è stata gentilmente inviata ad Attimi dallo stesso Guido Guglielminetti che ringraziamo per la cortese disponibilità.


AL NIGHT...

Non eravamo sicuramente un gruppo da Night, ma secondo chi ci fece la proposta, eravamo talmente bravi che non avremmo avuto problemi. Secondo me si sbagliava. Sto parlando del 1970 più o meno. Eravamo il gruppo di Franco Tozzi, fratello maggiore di Umberto, gli “OFF SOUND”: Mario Bosio: organo Hammond (pesava una tonnellata, non Mario, l’Hammond!) Roberto Cohen: batteria, Umberto Tozzi: chitarra e voce, Guido Guglielminetti: basso.
Il nostro repertorio abituale girava intorno ai Beatles principalmente, poi Three dog night, Rod Argent, Crosby Stills Nash and Young, Bee Gees, Brian Auger ecc. Tutta roba che con il Night non c’entrava quasi niente. Le uniche cose che noi definivamo “da Night” erano: Brasil e Summertime. Un po’ poco direi! Io proprio non ricordo chi procurò questo contratto, forse Roberto, un po’ in stile “Blues Brothers” spacciando il nostro per un gruppo in grado di intrattenere la spettabile clientela di un Night club per più di tre ore. Ma quando mai!!! Comunque andammo. Peccato non ricordi come si chiamava il Night club, magari c’è ancora.
Il posto era immerso nella nebbia della profonda Brianza, intorno, oltre alla nebbia stessa non c’era nulla. Credo che tutti i lavoratori del Night, forse anche le signorine, risiedessero lì. Sicuramente noi sì. Il nostro impegno sarebbe stato per quindici giorni.
“E ora che cazzo ci facciamo qui per quindici giorni?”
Voi non potete immaginare che cosa fosse quel posto, vorrei essere uno scrittore per potervelo descrivere, non lo sono quindi dovrete lavorare molto di fantasia, tenete presente che nella realtà era molto peggio di quanto riuscirò a descrivere.
 
Periferia di Milano, dove non è più città ma non è ancora campagna, dove “...le fabbriche non mettiamole qua, è troppo triste, poi nessuno viene più a laurà, e quelli che ci vengono poi si suicidano..” La nebbia della notte spariva verso le undici del mattino e quella del pomeriggio/sera/notte, saliva alle 11.15.
In quel quarto d’ora di luce purtroppo si vedeva bene il posto in cui stavi, perciò pregavi tornasse presto la nebbia a nascondere tutto!!!
Noi arrivammo col furgone da Torino verso le 11.00. Non fu facile trovare quel posto, stiamo parlando dell’era “pre-tomtom”, ma comunque nessun navigatore ci avrebbe mai portato lì. Abbiamo chiesto in qualche bar, strada facendo, per fortuna lo conoscevano tutti!! Quindi dopo un po’ di tentativi lo abbiamo trovato.
Simpatico il proprietario!!! Ci informò subito circa le regole severissime che vigevano in quel posticino: Non potevamo avere contatti “...di nessun tipo” con gli altri lavoratori del Night, soprattutto con  le signorine naturalmente, ma neanche con i camerieri!! E non avremmo potuto portare nessuno. Sai che disgrazia! E chi mai avrebbe avuto il coraggio di portare qualcuno in un posto del genere!
Ci assegnò una stanza con quattro letti e ci mostrò il “LOCALE” come lo chiamava lui, maiuscolo!!! Bene...che dire? Una cantina, con quelle poltroncine orribili a forma di poltroncine da Night alcune rosse altre blu, Il pavimento era appiccicoso in modo imbarazzante. Io chiesi sottovoce a Roberto, il più grande di noi, come mai il pavimento fosse così appiccicoso, ma lui mi disse:”...lascia perdere”.
Ora sono grande e ancora non so perché fosse appiccicoso, ma non lo voglio più sapere.
Per fortuna il palco sul quale avremmo piazzato gli strumenti non era troppo piccolo e ci permetteva di sistemarli in modo adeguato!! Peccato che la scala per arrivarci fosse strettissima e portare giù gli strumenti fu un’impresa estrema. Avremmo voluto uccidere Mario e suonare in tre, ma ci fece pena, anche perché aveva fatto un sacco  di debiti per comprarsi l’Hammond che costava tanti soldi (naturalmente i debiti erano dei genitori, ma non era comunque un buon motivo per ucciderlo, o forse si?).
Un imperativo del posto era: non girare assolutamente per il “LOCALE” nelle pause “...mi raccomando brevi”. Dovevamo stare dietro al palco, il più possibile nascosti alla vista.
Iniziavamo a suonare verso le 10.00 mi pare, e continuavamo  fino alle 2/3 del mattino. Superato un primo momento di imbarazzo dovuto più che altro ai volumi, suonavamo troppo forte e fummo subito minacciati dal simpatico proprietario, nessuno si accorse mai che facevamo sempre praticamente gli stessi 10/11 pezzi in modi diversi, Umberto cantava in perfetto inglese da Night, cioè quella lingua finta che non dice assolutamente nulla ma che dell’inglese imita il suono, un po’ come fa Celentano ancora oggi, Roberto alla batteria non faceva altro che spazzolare il rullante ed io con i toni chiusi facevo la parodia del walking bass con note scelte a caso di volta in volta.
I signori che frequentavano il prestigioso LOCALE non credo si siano mai accorti che c’era un gruppo che suonava, quindi mai nessuno si è lamentato.
Dal palchetto in cui stavamo noi a suonare si vedeva solo la piccola pista rotonda sulla quale qualche volta capitava ci fosse un anziano ragioniere, un metro e sessanta per un metro e sessanta abbarbicato intorno ad una signorina vestita poco e molto sorridente. Intorno alla pista c’era la penombra, per cui non ho mai capito se oltre all’occasionale ragioniere ci fosse mai qualcun altro in quel Night club.
L’odore è la cosa che non dimenticherò mai! Era Champagne (si fa per dire) misto a moquette sporca di cane bagnato e sudore di vecchio con l’alitosi. Spero di aver reso l’idea. Quella era una cripta, altro che “LOCALE”, lì l’aria non entrava neanche avesse voluto offrire una bottiglia a tutti quanti!
Normalmente finito di suonare e saliti in camera, perché solo quello potevamo fare, ci facevamo un pokerino prima di dormire e si facevano quasi sempre le 5/6 del mattino. Il grosso problema erano i pomeriggi. La cripta ( Il locale) era chiusa, quindi non si poteva suonare, lì attorno non c’era niente oltre la nebbia, quindi non facevamo altro che aspettare la sera. Finché un giorno….
A parte quanto ho scritto finora non ricordo nient’altro di quel periodo; come fosse la camera in cui dormivamo, dove mangiassimo cosa, non lo so più.
Il posto era una casa di un paio di piani credo, ma a parte la cantina, pardon “IL LOCALE” non ricordo come fosse fatta dentro. So che fuori aveva un cortile abbastanza grande, cintato e chiuso da un cancello con le punte e questo lo ricordo molto bene!
Era da una settimana che eravamo lì. Ormai non ci parlavamo neanche più da quanto eravamo abbruttiti, secondo il nostro orologio biologico era passato già un mese, ormai pensavamo che da lì non ce ne saremmo andati mai più perché in realtà eravamo prigionieri, oppure perché eravamo morti e quello era il Purgatorio.
Quel giorno usciti in cortile scoprimmo che c’era il sole. Fermi tutti! C’era il sole è un’espressione un po’ forte, diciamo che la nebbia si era diradata un po’ e c’era una strana luminescenza che faceva pensare che il sole da qualche parte ci fosse ancora.
Ma questo bastò per ridarci un po’ di entusiasmo e come premio per il nostro ritrovato buonumore trovammo, in un angolo, una palla.
 
Io non lo so se chi legge può rendersi conto di quanto quella scoperta ci riempì di entusiasmo, in un attimo dimenticammo tutto lo squallore che ci circondava.
Due contro due, i giubbotti a terra a delimitare una porta unica e via!!!
Do il primo calcio, fui proprio io, lo ricorderò sempre.
La palla compì una parabola ed andò a conficcarsi su una punta del cancello emettendo un soffio disperato, fine del gioco!
 
Ci guardammo solamente, io temevo mi uccidessero, ma non ci parlammo neanche. Io liberai la palla dalla punta del cancello e la misi nell’angolo in cui l’avevo trovata.
 
Punto


Racconto di Guido Guglielminetti                 http://www.guidoguglielminetti.com/

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…nell’attesa del Natale che verrà …(non sarò più solo)

Ore 17.00 del 23 Dicembre. Con un ora di anticipo Carlo spegne il pc ed esce dall’ufficio. Si è fatto dare un permesso perché come al solito si è in ridotto all’ultimo momento per i regali. “Niente regali quest’anno!” era il ritornello che girava in casa già dalla fine di Novembre a causa di crisi economiche, Imu, Tasi  e tutto il resto lasciando poco spazio ed entusiasmo per i regali di Natale. Regali che spesso si rivelavano inutili o ricevuti con poca euforia. Ma Carlo non era d’accordo: Natale senza regali non è Natale. Un pensierino, per quanto piccolo, andava fatto, e pazienza se non ne avrebbe ricevuti in cambio. Li faceva per il piacere di farli.

Evidentemente non era l’unico a pensarla così, nonostante il periodo poco felice Via Appia era comunque nel solito  caos isterico da shopping prenatalizio. Macchine in doppia fila, vetrine accattivanti, gente che entrava ed usciva dai negozi con le buste piene. E dopo un autunno tiepido il primo vero freddo dell’inverno aiutava a creare la giusta atmosfera, senza trascurare il contributo dato dall’odore di caldarroste nell’aria e dai dolci natalizi di ogni tipo che invitavano al sospiro ogni volta che Carlo passava davanti ad una pasticceria.
La Feltrinelli era il luogo giusto dove poter trovare qualcosa per accontentare tutti: tra libri, cd, dvd, video games e gadget vari avrebbe trovato il giusto pensierino per gli amici più cari ed i parenti più stretti. Dall’elenco dei destinatari mancava una persona, dopo qualche anno Carlo tornava a dover trascorrere le festività natalizie nella condizione di single. Questo gli metteva un po’ tristezza e soprattutto temeva di non sopravvivere a tutta quella  vera o presunta euforia che girava intorno.  Era solo già da un po’ e sembrava non soffrirne particolarmente, ma gli creava qualche imbarazzo non essere felice in un periodo dell’anno in cui sembra che non si possa non esserlo.
“Ancora impegnato con gli ultimi acquisti alla Feltrinelli?”, fu questo sms a distoglierlo dai suoi tristi pensieri mentre dubbioso sfogliava un libro di ricette che pensava di regalare alla sorella. E’ strano che Carlo riuscì a sentire il “Bip Bip” del telefonino, il cellulare era nascosto in una tasca del giaccone. Riuscire a sentirlo non era facile, tra il vocio delle tante persone che affollavano il negozio ed i brani di Umberto Tozzi che si ascoltavano in sottofondo per pubblicizzare il suo cofanetto natalizio da qualche giorno in vendita. A proposito, quel doppio CD/DVD live era il regalo ideale per suo cugino Domenico che non ha mai nascosto la sua passione per l’autore di Gloria.  Il messaggio era della sua collega Milena. Cosa ne sapeva lei della Feltrinelli? pensò Carlo mentre la bocca curvava in un sorriso di compiacimento. Ora ricordava di averglielo detto lui stesso poche ore prima durante una breve pausa caffè in ufficio. Improvvisamente l’umore di Carlo cambio, i suoi pensieri d’incanto non erano più tristi. Qualcuno stava passando una mano di rosso natalizio al mondo grigio e malinconico che lo circondava solo fino a pochi minuti fa.  Milena non usciva più dalla sua testa. Lei che con il Natale fa  una cosa sola, ama tutto ciò che con questa festa ha a che fare. E’ lei che ogni anno si offre di addobbare l’ufficio, di acquistare le cartoline d’auguri – e ne trova sempre di originalissime – per i fornitori così come di confezionare i cesti per i clienti. Qualche giorno fa, durante un’altra delle tante pause caffè condivise, Milena confidò a Carlo il sogno di una vita: un viaggio in Lapponia per vedere il villaggio di Babbo Natale! Milena aveva da poco superato la boa dei 40 anni ed aveva anche lei qualche dispiacere sulle spalle, ma quando parlava di Natale aveva l’entusiasmo contagioso di una bambina. Fu così che Carlo si fiondò al reparto Turismo e prese una guida turistica della Finlandia. Poi rispose al messaggio di Milena “Sì, sono ancora alla Feltrinelli, ed ho preso un pensierino anche per te”. La risposta non tardò ad arrivare “Un pensierino per me? Ma tu sei pazzo! Uffa… ora devo aspettare che riapre l’ufficio per averlo…”. Già, Carlo e Milena si sarebbero rivisti soltanto dopo Natale, ma ormai era evidente che c’era una soluzione anche a questo problema. Carlo fotografò la copertina della guida con il telefonino ed allegò la foto inviando un nuovo sms a Milena “No, non ti faccio aspettare, domani ti vengo a trovare e te lo porto. E se sei sempre dell’idea di andare in Lapponia magari ci andiamo insieme!”

 


        Domenico, 20/12/2014          graphic by Stefano_D

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01 Dic 2014 - Hey Joe....

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HEY  JOE...


Caro Joe....solo io, Mao, Fortu e Gianfra, sappiamo quanti momenti di Gloria abbiamo vissuto
insieme a te,girando il mondo nei vari Tour che abbiamo fatto, negli anni piu'
belli e importanti della mia carriera. Dalla sala prove a Tabiano Castello all'Australia, suonando
insieme nei piu' bei posti del mondo, dall'Albert Hall di Londra all'Opera House di Sidney.
Gli altri non sanno quanto tu sia comunque stato il nostro faro guida, per la tua professionalita'
e l'impegno che hai sempre messo affinche' i nostri concerti fossero perfetti e piu' Rock possibili.
Perche' quella e' sempre stata la tua anima, sia nella vita che nella professione.
Sei poi stato per noi, l'unico "Navighetor" in tutti i viaggi che abbiamo fatto insieme.
Solo tu sapevi anche in Aereo, passando sulla Groenlandia quanti abitanti vivevano e come,
10.000 metri sotto il nostro aereo che ci portava chissa dove......!!!!
Quanto abbiamo viaggiato insieme.....!!!! Quanto abbiamo riso e ci siamo divertiti insieme....
Per me, Mao, Fortu e Gianfra eri il nostro riferimento,anche se spesso il nostro gioco era
come successe a New York, cercare di cambiarti la combinazione della tua valigia, per mandarti nel panico al momento dell'imbarco, visto che li avevi il tuo passaporto......!!!!
Eh....si Joe.....tante ne avrei da ricordare......!!!! E da raccontare.....!!!!
Ti ho sempre voluto tanto bene.....e non solo io.....!!!! Starai sicuramente meglio dove sei,
lasciando a noi il compito di piangere, perche' anche se ci vedavamo poco, tutti noi abbiamo sempre parlato di te, ricordandoti sempre con tanto affetto come per caso e' successo oggi,
ero con Monica, che mi ha dato questa triste notizia, con sua mamma Rina e con la sorella di
Monica , Emanuela. Persone con le quali anche tu hai passato goliardicamente tanti bei
momenti. Ci ritroveremo su un palco in Paradiso Joe. Tienimi un posto come chitarrista
Rock....naturalmente....!!!!

Tuo sincero amico Umberto Tozzi.

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23 Nov 2014 - E invece...

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E invece…

Ero al secondo, forse terzo bicchiere di Cynar, non saprei. Non mi mettevo certo a contarli.  Diluito con acqua tonica e una fetta di limone, s’intende. Lo consideravo un amaro alle erbe, una sorta di medicinale. Più lo bevo, pensavo, meglio sto. Non mi sbagliavo, stavo bene, mi sentivo bene. Insomma, lei notò che stavo per prendere il terzo bicchiere e diventò seria.  Mi misi a parlare di carciofi. Forse il discorso era caduto sulla politica, su chi ci rappresentava, dei carciofi appunto. Forse era semplicemente chiacchierare, dire cose senza senso come più mi era facile. Ora in quel locale avevo qualcuno con cui parlare.  Eravamo all’inizio della storia e iniziavamo a conoscerci. Mi chiese di spiegarle la differenza tra destra e sinistra. Non so cosa centrassero i carciofi. Ma come potrei farle capire cosa sono per me i progressisti che si comportano da conservatori? E i conservatori che pensano solo a quello che è loro, facendoti credere che è anche tuo? “Piuttosto” le dissi, cambiando argomento,” qual è il cardo e qual è il decumano?  Non me lo ricordo mai. Per me il cardo è il nord/sud come il cardo, il carciofo appunto che se ne cresce in verticale! Come quasi tutte le piante, perché ci sarebbero le tappezzanti che…. come le orchidee…”. Avevo anche pensato a una varietà di rosmarino ma non lo dissi, già mi sembravano troppe le cose che dicevo e che non risultavano collegate tra loro. Lei si mise a ridere. Era bellissima quando rideva. Avrei voluto vederla sempre cosi felice e, di più, esserne io la causa. Anche solo per osservare quella curva del sorriso che le sue labbra prendevano a forte velocità.” Ma no!”, mi rispose “ Si dice cardo perché deriva da cardine, quello dei portoni che lo bloccano con due aste di acciaio verso il soffitto e il pavimento,…. nord/sud…. in questo senso…”. “Potenza del liceo classico” le dissi preparandomi a ricevermi uno “scemo” che, da come me lo diceva, suonava come un “grazie” a un complimento  nascosto in una battuta di cellophane. Un “grazie” bellissimo, specialmente se detto da quelle labbra. Le diedi un bacio. La trovavo irresistibile. Mi allontanò il bicchiere, mi prese sottobraccio e uscimmo dal locale. Mi fece promettere che se avevo sete, solo lei doveva essere la mia acqua.” Magari non proprio acqua!”, le dissi. “Piuttosto quelle cose colorate che bevi tu,  quei mix di frutta e carote dove ci metti il ghiaccio d’estate”. Che quando gliele portavano le dicevo sempre “Muoviti a berlo che freddo il minestrone non è più buono!”

Io abbandonai i miei amari scuri alle erbe con fette di acido incastrate sul bordo. Li barattai per i suoi occhi chiari, per la sua dolcezza, i suoi piccoli e grandi guai che ogni settimana irrimediabilmente attirava.  Stavo bene. Ma sapevo anche che il mio benessere  era un’anomalia. Di quella storia, bella e triste come un film romantico, mi era già apparso il finale. Solo a me. Non era bello per quanto mi riguardava perché rimanevo solo e lei se ne andava felice con un altro. Non so se fosse questa cosa che mi bloccò quando lei iniziò ad allontanarsi. Si allontanò veramente.  Piccoli segnali, giorno dopo giorno, come piccole ma troppe crepe che ti fanno capire che  l’edificio è costruito male e allora  è meglio allontanarsi perché non è più sicuro. Ti può travolgere e forse non usciresti più. Chiunque altro sarebbe corso da lei, avrebbe bussato alla sua porta, l’avrebbe implorata di ritornare, riempirle di promesse che però sarebbero state come cene raffinate servite fredde a una persona senza più appetito. Così quando successe, perché tutti i film arrivano a una fine, lasciai che le cose accadessero. Come se tutto non capitasse a me ma a un altro del quale non mi importava poi granché. Rimasi dentro a quell’edificio pericolante e inevitabilmente soffrivo. Cercavo di convincermi che sarebbe tornata, che con quello lì non avrebbe funzionato.  “Domani mi chiama, vedrai” mi ripetevo. Ma quando si parla da soli, soli forse lo si è già. Ora  faccio i conti. Settembre se ne è andato senza quel domani dove lei si fa viva, mi chiede come va e tutta  la sua distanza svanisce come un brutto sogno dal quale si cerca di svegliarsi. E il dolore è solo di quell’altro, non più tuo. È passato un anno da quando l’incontrai. Sono di nuovo  qui, seduto sullo sgabello dove ci conoscemmo, circondato dal vociare che il locale offre a quest’ora. Forse non sono nel posto adatto considerando che me ne sto muto mentre tutti parlano con tutti. Ma almeno non sono solo, almeno è così se mi guardo intorno. Abbasso subito lo sguardo e fisso le mani. Stringono  l’amaro, la medicina che non prendo da allora. Lo butto giù in pochi sorsi. So che si troverà a suo agio nelle vene, dentro di me, colme come sono di amarezza che mi circola spinta dal cuore. Quello che vorrei adesso è averla ancora qui di fronte. Vorrei parlarle, magari non come un tempo, se fosse possibile anche solo per un minuto. Vorrei parlarle mentre mi sorride, mi prende la mano e mi  allontana da questo piccolo cimitero di bicchieri.


23.11.2014, Stefano_D                                                               graphic by Stefano_D

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