Biografia di Umberto Tozzi

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"Si può dare di più... 4.25 minuti di una seconda eternità"

Quando si guarda alla carriera, ormai pluridecennale di Umberto Tozzi, si è soliti distinguerla in due periodi. Quello che va dagli esordi di “Donna amante mia” del 1976 a “Gli altri siamo noi” del 1991, 15 anni e 10 album inediti e che corrispondente al lungo e fortunato sodalizio con Giancarlo Bigazzi. E quello che va da allora ai giorni nostri, ovvero 26 anni e 7 album inediti. Ma il momento della separazione artistica da Bigazzi non rappresenta l’unico spartiacque nella carriera di Tozzi. Un altro momento importante che segna un prima ed un dopo è indubbiamente il Festival di Sanremo edizione 1987. E se quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario dal grande exploit di “Ti amo”, non possiamo dimenticare che ricorrono anche 30 anni dalla vittoria con il trio.

Se da una parte “Ti amo” segna la nascita della stella Umberto Tozzi, considerando il poco successo commerciale dell’esordio, è indubbio che “Si può dare di più” segna la rinascita dopo un periodo meno felice, contraddistinto da produzioni poco ispirate e soprattutto da un momento personale molto difficile. Ed allora, in un epoca dove era molto più difficile reperire informazioni sui propri beniamini, erano in molti tra i suoi fans a chiedersi dove era finito Umberto Tozzi e cosa stava a significare quel anomalo periodo di silenzio. Ricordiamo infatti che dall’inizio della carriera non c’è stato anno in cui Tozzi non abbia pubblicato un nuovo lavoro, compreso quel 1983 dove anche in assenza di un nuovo album Umberto ebbe comunque un discreto successo estivo con la hit “Nell’aria c’è”. Per cui bastò far perdere le tracce di sé per soli due anni per gettare nel panico il suo pubblico più affezionato.

Nel 1987 invece la carriera di Tozzi prende nuovo slancio. Alla vittoria del Festival segue un altro successo nazional popolare con “Gente di Mare” per poi chiudere l’anno con un album di grande impatto come “Invisibile”. I successi dell’87 sono tanti e talmente importanti da portare Umberto ad esibirsi per primo tra gli artisti italiani in un tempio mondiale della musica come la Royal Albert Hall di Londra, esibizione che resterà per sempre grazie al doppio live omonimo.

La vittoria a Sanremo non ha solo il merito di consolidare il rapporto con i fan che lo hanno seguito dai primissimi successi, ma consente ad Umberto Tozzi di acquisire anche nuovi seguaci che lo scoprono in quell’occasione e che riescono a riscoprire il suo vecchio repertorio grazie all’antologia “Minuti di un’eternità”. Questa raccolta, che nel titolo riprende un verso di “Si può dare di più”, non è un greatest hits nel senso più classico del termine. Mancano infatti alcuni dei successi più grandi come “Tu”, “Stella stai” e soprattutto “Ti amo”. Tuttavia la presenza di brani meno noti, permettendo al repertorio di Tozzi di tornare ad imporsi tra vecchi e nuovi fan.  Dopo la vittoria a Sanremo la stella di Tozzi torna a brillare, ed Umberto sarà protagonista indiscusso della scena musicale italiana per almeno un altro decennio a seguire.

“Si può dare di più” diventa una canzone manifesto, usata per tantissime manifestazioni a scopo benefico, a partire dalle partite della nazionale italiana cantanti, della quale divenne da quel momento l’inno ufficiale. Sanremo 2017 segna il trentesimo anniversario, indubbiamente un momento fondamentale per la carriera di Umberto Tozzi, ma anche uno dei momenti più significativi nella storia del festival. Sarebbe stato bello se qualcuno degli organizzatori avesse proposto una storica reunion del trio sul palco, ma questa è un’altra storia…

Domenico, 24/01/2017 

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IL GRIDO ...VENT'ANNI DOPO



Era la solita mattina di primavera di metà aprile 1996. Arrivo nel mio ufficio alle 9 (all’epoca lavoravo in una nota ditta di abbigliamento) e mi accingo a svolgere le consuete mansioni quando improvvisamente dalla radio (sintonizzata sulle frequenze di rtl102.5) sento un jingle con un coro di bambini che mi fa sobbalzare, c’era qualcosa di familiare in quel coretto inquietante. Alla fine del coro la coda del jingle informava che la settimana successiva sarebbe uscito il nuovo singolo di Umberto Tozzi. Wow, non stavo nella pelle, addirittura un promo per pubblicizzare l’uscita del singolo che avrebbe anticipato l’album. Bene, dissi, in un epoca in cui internet non esisteva e le notizie musicali le raccoglievi si e no in qualche “Sorrisi e canzoni”, questa per me era una notizia bomba. La settimana seguente aspettai di ascoltare il lancio del singolo e quando la radio lo programmò con tanto di presentazione rimasi estasiato: questo era il sound che volevo, questa era la grinta rock che mi aspettavo dal Nostro ma, soprattutto, restai colpito dal testo di una potenza e di una rabbia devastante. Divenne un’immediata hit radiofonica e per quasi un mese restò il brano più programmato dei principali network. Ricordo un aneddoto: un giorno di li a poco ricevetti in ufficio un noto cantante che all’epoca aveva appena pubblicato il suo secondo album e il singolo era “Non è mai stato subito”, avete capito bene di chi si tratta…, beh mentre si discuteva del più e del meno, la radio partì con “Il Grido”, è gli dissi “vedi Biagio, questo è un pezzo che mi piace!” Lui mi rispose, sorpreso che mi piacesse Tozzi, che sì in effetti era un pezzo tosto.  Il giorno dell’uscita del cd naturalmente corsi al mio negozio di fiducia e ne acquistai una copia. Rimasi colpito dalla copertina: bella, ma il Tozzi rockettaro lo proferisco con i capelli lunghi e, quel look mi spiazzò un attimino. A casa quella sera però, prima di mettere il cd sul lettore, ricordo che ascoltai l’intervista di presentazione a Radio Italia, intervista durante la quale suonarono quasi tutto l’album e dove il nostro si mostro soddisfatto del prodotto e, soprattutto, (strano a posteriori) della promozione e del supporto che la casa discografica gli stava dando; non era mai stato così soddisfatto disse. Finita l’intervista mi misi concentrato all’ascolto dell’album. Il Grido, pezzo già sentito in radio più volte, nella versione cd era un tantino più lungo e con un suono leggermente più morbido, un pezzo in puro AOR (Adult Oriented rock di stampo americano) di una potenza incredibile, con una performance vocale perfetta e graffiante e con un assolo di chitarra di Michael Thompson da brividi, forse il miglior assolo in assoluto in tutti gli album di Umberto. Poi il testo, un testo di denuncia che forse all’epoca sembrava un attimo azzardatpo ma, senz’altro premonitore è oggi attuale più che mai. Quando iniziò la traccia due, “Da che parte stai”, con quel riff hard rock e quel ritmo incalzante, pensai che Tozzi fosse impazzito; maccome due bombe così subito ad inizio cd?! E soprattutto ascoltandone il testo non riuscivo ad intuire con chi realmente ce l’avesse, tant’è che confusi il destinatario di quel testo (cosa oggi risaputa) con un esponente politico dell’epoca (Rutelli). La terza traccia “No keys no doors” è una bellissima ballata rock, anche questa in puro stile AOR, che a tutt’oggi reputo come una delle perle migliori di questo lavoro e che avrei sicuramente scelto come secondo singolo al posto di E Ti voglio, traccia nr. 4, ballata blues rock ma che ricorda fin troppo “Attimi” dall’album “Hurràh!”. La cosa migliore del pezzo è decisamente l’assolo finale di chitarra sempre di Michael Thompson. Si passa poi al rocker ritmato di “Ridammi la tua bocca”, tipico pezzo tozziano molto coinvolgente.  Con “Monotonia Rap” sono andato completamente in estasi, un altro pezzo rock ottimamente confezionato con un testo che potrebbe essere un inno al rock e rappresenta appieno la mia idea di musica (quella vera) e il mio totale rifiuto del rap e tutto quello che rappresenta. La successiva “Rosanna” è un vero e proprio omaggio (non cover) ai Toto e alla loro Rosanna, omaggio riuscitissimo, quasi a voler testimoniare che l’ispirazione e il sound di tutto l’album sia proprio la band californiana. Segue “Miracolo d’amore, bellissima e struggente ballata, giustamente poi scelta come terzo singolo. “Arriverà per sempre carnevale”, altra stupenda ballata rock, parte con un assolo di chitarra inconfondibile. Bellissimi testi e musica, siamo di fronte ad un'altra perla che, ahimè questa è l’Italia, fosse stata cantata da un Ligabue, la si sentirebbe ancora in qualunque radio nazionale. “Angeli” e “No Bandiere” chiudono questo capolavoro, la prima è una ballata rock davvero raffinata, siamo sempre a livelli di qualità altissimi, mente con “No Bandiere” Tozzi ritorna alle tematiche sociali con un pezzo molto intimo e indovinato contro ogni forma di guerra. Alla fine dell’ascolto mi dissi: questo è il disco che ho sempre sognato da Umberto, non avrei mai immaginato che dopo lo stupendo “Equivocando” il nostro potesse superarsi con un prodotto simile. Ci era davvero riuscito, grazie ad una produzione e ad un team di lavoro (Greg e la sua band) che insieme al nostro sono sempre stati sinonimo di qualità. L’album vendette subito moltissimo, entrò dritto al 3^ posto nella classifica degli album, e raggiunse le 150mila copie in breve tempo. Ma dopo l'enorme promozione iniziale (moltissime furono le interviste e i passaggi radio e televisivi, Festivalbar, etc), si cominciò a notare una certa freddezza già con il secondo singolo (che, ripeto a parer mio comunque fu una scelta errata) che ebbe un responso radio tiepido. Ascoltare 4/5 volte al giorno “Bumbum” di Irene Grandi, o 10 volte al giorno “Hai un momento Dio” del Liga e si e no beccare due passaggi di “E ti voglio” ti fa capire la proporzione di investimento dedicato al secondo estratto da questo album rispetto ai diretti concorrenti dell'epoca. Davvero peccato, perché ritengo che se si fosse creduto (tutti: casa discografica e Umberto compreso) di più in quel progetto e soprattutto in quella direzione musicale, la carriera di Umberto avrebbe, a mio avviso, avuto un andamento assai diverso da lì ad oggi.


Filippo, 23 settembre 2016                                       Graphic by, Stefano_D




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Foto: TOZZI TALKS TURKEY -Umberto Tozzi, lett, who co -wrote the Laura Branigan hit, "Gloria," visits with Leeds Levy, center, president of MCA Music, his domestic publishing company, and his manager, Franco Dal Dello of Sugarmusic, Italy. Branigan also covers his tune "Mama" on her new LP. Da Billboard del 16 aprile 1983.


I CAPOLAVORI NASCONO DALLA LUNGIMIRANZA

Nella tarda primavera del 1982 Enzo Bearzot convocò per i Mondiali in Spagna Paolo Rossi. Aveva solo tre partite all'attivo nel campionato appena termina  in quanto doveva scontare una squalifica (poi ridotta). Era il periodo del cosiddetto “calcioscommesse”. Bearzot lo preferì a Pruzzo, capocannoniere per il secondo anno consecutivo.  Con il senno di poi  oggi possiamo  dire che ci aveva “visto lungo”, ma le polemiche gli arrivarono da tutte le parti. Si arrivò al punto che Zoff, come capitano annunciò che i giocatori erano in silenzio stampa come risposta alle critiche continue.

Sette anni prima dei Mondiali in Spagna, Franco Daldello  con un guizzo lungimirante decise di far conoscere due persone che mai prima si erano incontrate, intuendo che l’unione di quei due elementi potesse dare buoni frutti. Uno era il maestro Bigazzi, con alle spalle già diverse hit memorabili. L’altro era un giovane musicista che agli occhi del manager della CGD si era fatto apprezzare più che dell’abilità strumentale per le sue doti di autore avendo vinto come tale l’edizione di Canzonissima 74. I due si ritrovarono a Firenze in casa Bigazzi. Umberto ricorda che ci arrivò con la sua 127 e “provarono a vedere cosa sarebbe successo”. Dopo una decina di giorni ebbero del materiale che riportato a Milano venne giudicato interessante dai vertici della CGD. Non solo, ma la voce di Umberto nei provini piacque al punto che proposero al Nostro di fare un album cantando lui stesso i suoi lavori. Fu così che esattamente 40 anni fa arrivò sul mercato il disco di un cantautore che non sapeva ancora se suonare nelle band, tuffarsi per sempre nella carriera artistica personale oppure trovarsi un lavoro più “normale”. Il disco non ebbe successo, vendette cinquemila copie  e per mia fortuna, una copia la trovai ancora con il cellophane cinque anni dopo. Ma ancora una volta una lungimiranza, questa volta di Alfredo Cerruti  (a quel tempo direttore artistico della CGD e componente degli Squallor ), permise che un brano contenuto in quel primo album potesse avere una seconda possibilità e affidato a Fausto Leali (poi ripreso anche da Mina), divenne un discreto successo nazionale.  Nell’estate del 76 quindi, nelle radio libere che iniziavano a saturare l’etere, nell’aria ogni tanto risuonavano le note di una canzone scritta dall’inedita coppia Bigazzi/Tozzi il cui titolo era un imperativo rivolto al futuro, e nella sua innocenza, lungimirante: “…io camminerò, tu mi seguirai…”

                          Stefano, 14/07/2016

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 AL DI LA' DI QUESTO ADDIO

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 Eppure non ho sognato.

A volte mi sorprendo a pronunciare questa frase per strada, come se sentissi la voce di un altro.

 (Patrick Modiano)


Mi guardo intorno e incrocio gli sguardi degli altri passanti.  Chissà se gli altri si accorgono quando la sento, perché, quando succede, rallento i miei passi e fisso lo sguardo nel vuoto. Al lavoro non si accorgerebbe nessuno di questa cosa: mi metto a guardare un punto invisibile sulla scrivania. I miei colleghi non ci fanno caso, almeno credo sia così.

“Mi mancherai, immensamente…”

E una sera, seduti in macchina, sotto l’insegna del supermercato che ci illuminava di rosso e blu, mi dicevi che basta, bisognava finire qui. Ne hai avuto di coraggio, più di me, questo è sicuro. Poi con le lacrime agli occhi, ti sei voltata e hai visto le mie. Forse in quel momento ti sei resa conto che no, non era possibile finire, non così, non in quel modo almeno, perché ancora c’era qualcosa da tenere vivo. Invece sapevo che la decisione l’avevi già presa. Quello era stato solo il primo tentativo. Come quegli atleti del salto in alto che si concentrano, scattano e quando sono lì per saltare, capiscono che no, non è tutto perfetto. Ma non per questo rinunciano. Ritornano sui loro passi senza voltarsi indietro, guardano verso il basso perché è da li che raccolgono il coraggio e si rimettono in posizione.

“Mi mancherai, immensamente…”

Domenica pomeriggio ero al mare, anche se è ancora inverno. Quando si vuole fuggire da qualcosa, ci si mette in macchina e si corre fin dove la strada finisce. La strada termina al mare. Camminavo lungo la spiaggia. Più lontano, da un gruppo di ragazzi, mi arrivavano le loro risate. Poi arrivò il tramonto. I cieli diventarono improvvisamente rosso sangue, il sole lo si poteva guardare senza fastidio, ma quello che sentivo erano brividi. Brividi di tristezza, non di freddo. Come un dolore lancinante nel petto, mi si bloccò qualsiasi parola volessi pronunciare, qualsiasi altro passo volessi fare, qualsiasi direzione volessi prendere. Mi fermai, mi appoggiai al muretto come in preda ad una stanchezza che non avrei saputo giustificare. Lingue di fiamma coprivano la spiaggia e la città che se ne stava sullo sfondo e sembrava coperta da una tela blu traforata dalle poche luci degli hotel ancora deserti. Mi passò vicino una coppia a passeggio, non si erano accorti che, come impaurito, mi ero fermato. Meglio così. E sentii, solo io, quella voce, quella frase, come uscita da un’onda improvvisa, che divenne urlo, poi schiuma, per sparire poi lentamente nella sabbia.

“Mi mancherai, immensamente…”

3/06/2016 Stefano_D

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12 Apr 2016 - Luci e ombre

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LUCI E OMBRE

Una luce fioca, che pulsa come una nebulosa nello spazio nero, mi fa capire che ho gli occhi aperti. Sento delle voci lontane, come un sottofondo. Non riesco a sentire il mio corpo, a muovere le mani e le gambe. È come se non lo avessi più, come se fossi fatto solo di pensieri. Un’ ombra è vicino a me. Non so chi sia, ma sembra che si prenda cura di me, almeno lo spero. Chiudo gli occhi con una certa fatica. Il buio ora è totale.

Li riapro dopo un tempo imprecisato.

Sulla parete di fronte il sole entrando da una finestra proietta fasci di luce paralleli: sono in una stanza quindi, ma non è la mia camera.

Un’ombra si avvicina, è un’ombra chiara. Si avvicina a me, mi afferra un braccio, almeno così credo. Non so cosa stia facendo, ma quasi subito si allontana.

Richiudo gli occhi.

Buio. Le voci in sottofondo piano piano si spengono.

Quando riapro gli occhi fatico a capire se luce nella stanza è quella del giorno o di una lampada.

Vorrei sapere quanto tempo è passato, se ho dormito per ore oppure solo per pochi minuti. Mai come ora avrei bisogno di un orologio.

D’istinto guardo il mio polso sinistro ma vedo solo un braccio disteso e un liquido trasparente che mi entra nelle vene: attraversa un ago fissato con dei cerotti.

L’ombra che mi stava vicino è tornata: è mia madre. Mi inumidisce le labbra e sembra che voglia raccogliere le parole che non riesco a pronunciare.

Provo a sorridere. Non so se riesco a farlo, se lei lo capisce. Spero di si. Mi dice delle cose ma percepisco solo il suo tono rassicurante. Scorgo un accenno di sorriso. Non riesco a rimanere sveglio. La stanchezza mi fa chiudere gli occhi. Buio.

Stringo il volante. C’è Stella seduta accanto e davanti abbiamo una domenica al mare e una vettura che procede lenta. La sorpasso per non perdere tempo. Una macchina sbuca da una strada laterale. D’istinto chiudo gli occhi e affondo il pedale del freno. Una frenata lunga che sembra non finire mai. Arriva un botto fortissimo e tutto attorno è come un vortice. Le lamiere stridono come  versi sgraziati di airone. Piovono gocce di vetro.  Il vortice si calma e cala un silenzio irreale. Lo interrompe un gocciolio di un qualche liquido.

Vorrei chiamare Stella ma la voce non mi esce. Lo sterno è schiacciato da una massa di plastiche scure dalla quale escono fili rossi e gialli.

Delle macchine si fermano, voci che chiedono: «Siete vivi?»

Non riesco proprio a parlare a farmi sentire da quelli che stanno intorno a me. Sento sempre più voci. Ne distinguo una che dice: «Qui ci vuole la fiamma ossidrica».

Da lontano mi arrivano le sirene dell’ambulanza e penso che mai come in questa circostanza, quell’urlo acuto e penetrante possa darmi sollievo.

Le cesoie massacrano le lamiere e tirano fuori Stella.

In quella confusione sento due parole: “telo” e “morta”.

Ho ancora gli occhi chiusi e su questo letto d’ospedale  mia madre allunga la mano e con un fazzoletto mi asciuga le lacrime.


12/04/2016 Stefano_D (ah ecco gli alberi)

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