24 Ago 2014 - Cantando, viaggiando..
Cantando, viaggiando..
Dopo una breve ma profonda crisi personale e creativa a metà del decennio, la vittoria a Sanremo con il trio ed i successi commerciali sanciti dagli album Invisibile e Royal Albert Hall, gli anni ’80 si chiusero restituendo al suo pubblico un Umberto Tozzi la cui stella tornò a splendere brillantemente. E gli anni ’90 sembravano iniziare da dove il decennio precedente ci aveva lasciato. Con l’album Gli altri siamo noi (oltre 600.000 copie vendute) e l’antologia Le mie canzoni (oltre 800.000 copie), Umberto Tozzi sembrava destinato a vivere un ruolo da assoluto protagonista anche per l’ultimo decennio del secolo scorso. Per la maggior parte dei fan, all’epoca a distanze siderali dai propri idoli (non eravamo ancora nell’epoca di internet e della “condivisione” totale), i successi di inizio anni ’90 sembravano poter soltanto rafforzare e consolidare ulteriormente il lungo rapporto di collaborazione tra Tozzi ed il suo produttore-paroliere Giancarlo Bigazzi. In realtà il rapporto iniziava a scricchiolare già da qualche anno fino al giungere alla sua fine proprio all’indomani della pubblicazione dell’album Gli altri siamo noi. Sappiamo poi bene come sono andate le cose negli anni a seguire, l’uno senza l’altro, Tozzi e Bigazzi non sono stati più capaci di mietere successi come invece erano riusciti a fare unendo i loro due talenti in un sodalizio che in Italia vanta pochi eguali, secondi forse solo a Lucio Battisti e Mogol, con la differenza però di aver saputo esportare con più facilità e maggiori gratificazioni le proprie produzioni anche all’estero. Tuttavia il nuovo corso della carriera di Umberto Tozzi non iniziò male e tutto lasciava credere che in fondo il cantautore torinese avrebbe potuto continuare a camminare ancora a lungo con ruolo da prim’attore nel panorama della musica leggera italiana. Nel 1994, ovvero 20 anni fa, Umberto Tozzi fu ancora una volta protagonista della stagione estiva, esattamente come in passato accadde con pezzi firmati a quattro mani con Bigazzi. Questa volta però, autore di musiche e testi coincidevano nell’unico nome del suo interprete. “Io muoio di te” trionfò al Festivalbar e trainò al successo il primo disco del dopo Bigazzi. Seppure le vendite risultarono molto al di sotto del suo predecessore (circa 300.000 copie), “Equivocando” è forse l’ultimo album veramente ispirato di Umberto Tozzi, senza dubbio l’ultimo album con un successo commerciale riconosciuto ed indiscutibile. Ritrovatosi orfano non solo del suo paroliere, ma anche del suo produttore, Umberto Tozzi decise di ripescare una vecchia conoscenza del passato al quale affidare le sue nuove creazioni. Fu cosi che a 15 anni da Gloria, Umberto Tozzi e Greg Mathieson tornarono a lavorare insieme, dando vita ad un album di spessore, con sonorità per l’epoca molto moderne ed attuali, mettendo una distanza notevole dai suoni e dagli arrangiamenti del disco precedente. Tra i ringraziamenti, Umberto Tozzi cita proprio il produttore californiano “per aver orchestrato con grande gusto” il suo mondo musicale. Equivocando è un piccolo capolavoro di musica pop/rock che strizza l’occhio a certe sonorità d’oltre oceano, non sorprende infatti che tutte le basi musicali siano state registrate in California e con musicisti americani. E’ questa la prima collaborazione tra Tozzi ed uno dei turnisti più apprezzati al mondo, ovvero quel Michael Thompson con il quale Umberto si ritroverà a lavorare ogni volta che le sue strade e quelle di Mathieson torneranno ad incrociarsi. Dovendosi cimentare per la prima volta anche con i testi, Equivocando è forse anche uno degli album più autobiografici della sua lunga carriera. Non solo per le tante canzoni dedicate alla moglie Monica, alla quale va il ringraziamento di Umberto per averlo ispirato durante tutto il periodo creativo, ma anche per le canzoni dedicate ai figli Nicola (la struggente “Senza di te”) e Natasha (la delicata “Tu non lo sai”). L’album contiene anche un brano, “Il mio domani”, al quale Tozzi si dichiarerà più volte molto legato in varie interviste, tanto da imporre alla Warner la presenza di questo brano nel “Best of” pubblicato nel 2002 pur non essendo stato mai un singolo. A proposito di singoli, tre sono quelli estratti da questo album. La già citata “Io muoio di te”, la dolcissima ballata “Lei” e la title track “Equivocando”. E’ forse proprio questo brano su tutti a certificare ancora una volta il genio musicale di Umberto Tozzi, un brano dalla costruzione insolita, vestita di grandi atmosfere dagli arrangiamenti di Greg Mathieson. Nei pensieri di Tozzi doveva essere questo il singolo di lancio dell’album (come spesso successo in passato, singolo di lancio e album portavano lo stesso titolo). Furono poi i discografici, e lo stesso Mathieson, a convincere Tozzi sulla maggior incisività di “Io muoio di te”. Tozzi in realtà non era molto convinto, così come non era convinto nemmeno troppo dell’arrangiamento del brano che secondo lui, soprattutto nella parte iniziale, aveva un richiamo proprio a quella “Gloria” che segnò la prima collaborazione con Mathieson. Mathieson fu bravo a convincere Tozzi della valenza di quella sorta di “tributo” ad una delle sue canzoni più famose, ed i risultati gli diedero ragione. Equivocando probabilmente non è il disco più bello di Umberto Tozzi in senso assoluto, e sicuramente piacerà poco ai fan legati soprattutto alla produzione firmata insieme a Giancarlo Bigazzi. E’ tuttavia il disco di maggior successo dopo il divorzio artistico tra i due, è probabilmente il disco più bello dal 1994 ad oggi, è purtroppo l’ultimo grande successo di Umberto Tozzi. Un disco che poteva segnare un percorso per gli anni a venire, percorso dal quale Umberto si è allontanato troppo con i dischi successivi per poi riavvicinarsi di nuovo a distanza di molti anni con l’album Today. Forse un po’ tardi.
Domenico, 24.08.2014 graphic by Stefano_D 01 Ago 2014 - Scusa se per un poco non scriverò
SCUSATE SE PER UN POCO NON SCRIVERO'
Nell’estate del 1984, a distanza di due anni dall’ultimo album di inediti, Umberto pubblica il suo ottavo Lp in nove anni di carriera. Questo semplice dato ci fa capire oggi l’imponente mole di lavoro prodotta dalla coppia Bigazzi/Tozzi in un tempo relativamente breve. L’album esce per la prima volta a distanza di due anni dal precedente anche se nel 1983 Umberto seppur con un 45 giri non aveva mancato l’annuale appuntamento discografico. Già , perché per quell’estate la coppia non giudicava interessante per la pubblicazione il materiale nuovo e quello che aveva nei cassetti (ricordiamo che a questo materiale misero mano nel 1991 quando le avvenute circostanze di incompatibilità lavorativa impedirono l’usuale collaborazione), limitandosi a pubblicarne due ( del brano “Come un carillon” Umberto si pentì dopo pochi mesi della pubblicazione). Nel frattempo si erano verificati alcuni eventi nella vita privata di Umberto per cui il nostro decise di prendere fiato dalla frenetica attività lavorativa (l’album venne registrato a Roma anche per rimanere vicino a casa). Per la prima volta inoltre la coppia si vide costretta dagli eventi ad interessarsi anche del vecchio repertorio che straordinariamente iniziava a dare soddisfazioni anche oltre la consueta stagione estiva. L’anno precedente ci fu il clamoroso successo di Gloria negli Stati uniti con la versione di Laura Branigan e i produttori d’oltreoceano iniziarono a mettere gli occhi sul repertorio del Nostro. Risale a quel periodo la registrazione di alcuni hit di Umberto cantati da lui stesso in inglese sperando in un successo anche con la propria voce (che non ebbe però gli sviluppi sperati). Non era da meravigliarsi quindi se per il nuovo materiale di punta del1984 Bigazzi e Tozzi puntassero su una melodia che rispecchiasse vagamente lo schema compositivo di Gloria e che avesse una parola che anche in questo caso potesse avere la stessa valenza sia in italiano che in inglese. Fu così che nacque Hurrah! un brano non di grande spessore ma che ebbe comunque una discreta rotazione nelle radio libere di allora. Umberto oggi guarda con un certo distacco questo lavoro ammettendo che entrambi erano in crisi di idee in quel periodo. L’album segna quindi la fine di un ciclo fortunato e irripetibile. Umberto dopo questo disco, sempre per vicende personali non entrerà in una sala di registrazione per i successivi due anni e quando riprenderà il rapporto di collaborazione con Bigazzi diventerà più staccato non lavorando più a stretto contatto con il Maestro come era finora avvenuto ma lavorando separatamente ai vari stati di avanzamento della produzione. Bigazzi, sempre attivo nel lavoro, nel frattempo aveva conosciuto una giovane promessa e insieme avevano affinato dei provini. Uno di questi venne lanciato proprio nell’estate dell’84. Si intitolava Self Control e a cantarla in inglese era Raffaele Riefoli in arte Raf. Entrato nella scuderia di Bigazzi, quest’ultimo gli chiese un parere circa il brano Hurrah di imminente pubblicazione. Raf consigliò di aggiungere “un colpo di rullante” (anche se quella piccola parte di arrangiamento è debitrice più che altro di un brano di allora: “Maniac” di Michael Sembello). L’album contiene tuttavia brani interessanti come “Non ho che te”, “Attimi (e invece sono attimi)” a cui dobbiamo il titolo del nostro forum e “Fuga in sogno” che Umberto riprenderà nell’album Superstar del 2009 quasi a voler smentire almeno in parte la bocciatura in toto che fece dell’album negli anni successivi. Il disco si chiude con il brano “Guardati indietro”, una esortazione nel momento di difficoltà a non considerare che tutto è perduto, che ci si può rialzare, che anche le cose semplici come quelle importanti possono aiutarci ad affrontare il futuro. Pensando a quello che accadrà ad Umberto da quell’anno in poi, quella canzone messa li in chiusura, risulta oggi ancor più emblematica.
Stefano_D 1.08.2014 graphic by Stefano_D 01 Giu 2014 - rain, rain, rain
rain, rain, rain Isabella se ne stava seduta sul suo banco. Trascorreva le ore di lezione facendo disegni a matita su un quaderno a quadretti. Era arrivata in classe da pochi giorni. Sembrava che fare amicizia non le interessasse. Preferiva starsene da sola, nel suo mondo. Solo nell’ora di Arte sembrava felice. Lo si capiva guardandola mentre preparava i colori. Era bravissima con gli acquerelli. Apriva il colore dalla scatola e lo bagnava della giusta quantità. Poi con un piccolo pennello lo stendeva sul foglio e il colore prendeva mille sfumature: ora intense per gli oggetti più vicini, ora tenui per quelli che erano posizionati più lontano. In confronto i miei disegni sembravano pozzanghere in una carta umida che iniziava a incresparsi. Pur essendo in quella classe da ormai cinque anni, neanch’io potevo dire di avere amici. Non li sopportavo. Sempre a parlar male dei prof, salvo poi fingere interesse quando si rivolgevano a loro. Oppure era il contrario. Non l’ho mai capito. Isabella era indifferente a tutti. Non sapevo il perché. Mi bastava sapere che in questo mi assomigliava. La vedevo così diversa dalle altre. Mi piaceva. Un giorno la professoressa ci mise in banco assieme. Potei così guardare da vicino i disegni che faceva. “Sono molto belli” le dissi cercando di rompere il ghiaccio. Lei mi guardò e rimase in silenzio. Mi ero già pentito di quello che le avevo detto quando, per fortuna, mi sorrise. Poi iniziò un nuovo disegno. Quando lo ebbe terminato, strappò il foglio dal quaderno e me lo diede. Erano raffigurati due delfini che con un balzo erano usciti dall’acqua e stavano per rituffarsi. Due pesci fuor d’acqua, come noi due pensai. Con il passare del tempo diventammo amici. Un giorno, uscendo da scuola, iniziò a piovere. Eravamo entrambi in bicicletta. Dallo zaino presi un ombrello pieghevole e glielo diedi. “E tu come farai?” “Io ho il cappuccio del giubbotto, non ti preoccupare”. Non volevo che si bagnasse i capelli. Erano neri e lunghi che facevano risaltare i suoi occhi chiari come un lago di montagna. La vidi allontanarsi con il mio ombrello e rimasi lì a guardarla, mentre la pioggia iniziava a bagnarmi. Mi sentivo felice. Il giorno dopo pioveva ancora. Isabella non si presentò a scuola. Non ci feci caso più di tanto. Neanche il giorno dopo e quelli successivi però Isabella non si fece vedere. Osservavo il banco vuoto incorniciato dalla finestra rigata dalla pioggia. Il telefono risultava spento e non sapevo cosa pensare. Volevo andare a casa sua ma mi accorsi solo allora che non le avevo mai chiesto dove abitasse. Mi feci coraggio e chiesi notizie alla professoressa. Mi rispose che si sarebbe informata. La mattina dopo la professoressa riferì alla classe che Isabella si era trasferita all’estero. Aveva dovuto seguire il padre che si spostava per lavoro e essendo il suo unico genitore e non avendo altri parenti vicini, non c’erano state altre soluzioni perché restasse. Una doccia fredda per me. Ero arrabbiatissimo. Non ci eravamo neanche salutati e non sapevo neanche il perché. Volevo uscire dall’aula per urlare. Non avevo più speranza di rivederla. Eravamo come i cerchi paralleli nell’acqua, generati dal sasso che con rabbia avevo scagliato nel fiume vicino a casa. Una mattina, al termine delle lezioni, il bidello mi fermò e mi diede una lettera. L’aprii, nonostante gli spintoni che continuavo a ricevere dai miei compagni che stavano uscendo. Una barca a vela che provava andare controvento. Era di Isabella. Si scusava per esser partita in quel modo, senza preavviso. Mi raccontò di suo padre, della nuova città. Mi diede dei nuovi recapiti. Sul retro c’era un disegno. Aveva rappresentato una ragazza che camminava sotto la pioggia. Solo l’ombrello era colorato, rosso come quello che le avevo dato. Rossi come gli occhi che probabilmente avevo in quel momento. Una lacrima mi cadde sul disegno che tenevo in mano, finendo lì, tra le mille gocce che lei aveva disegnato.
1.06.2014 testo e immagine by Stefano_D 30 Mar 2014 - ENTRO OPPURE NON ENTRO
Entro oppure non entro Allungo la mano per spegnere la sveglia. Ci siamo penso. Oggi sarà una giornata particolare. Con uno sforzo mi trovo seduto sul letto. La tentazione di ributtarmi giù è forte ma non voglio che lei mi trovi in casa. A tentoni raggiungo la finestra e spalanco il balcone. Una luce debole illumina la camera. Sono le 6 e quarantacinque e sta piovendo a dirotto. La parte del letto dove dorme Eleonora è ancora intatta. Lei rientrerà tra circa un’ora dal turno di notte. Rimetto a posto le coperte. Spero di conservarle un po’ del mio calore. In cucina lo sbuffo di vapore della caffettiera mi riporta ai consueti riti quotidiani in una giornata che non so ancora che piega prenderà. Raccolgo l’ombrello, chiudo la porta a chiave e salgo in auto. Mi concedo un’ultima illusione di normalità. All’edicola la signora mi allunga il Corriere. Un sorriso e frasi di circostanza. Arrivo al posto di lavoro ma, invece di entrare nel parcheggio tiro dritto. Vago senza meta per diversi chilometri. Mi fermo in un bar dove non c’ero mai stato. Ordino una brioche e un cappuccino. Cerco un tavolino vicino alla finestra e mi siedo. Lo schienale della panca curva verso il vetro. Sopra c’è una grata per il condizionamento mascherata con dei fiori finti. Piove ancora e il vetro è appannato. Una verità di plastica e una realtà grigia e velata. Mi esce questa frase mentre osservo alzando gli occhi dalla mia tazza. Mi viene in mente il primo giorno di lavoro allo Studio, il timore del titolare e poi il lavoro di sera e di domenica per dimostrare di essere all’altezza. Le promesse di promozioni, l’importanza che mi veniva attribuita a voce a cui però non corrispondeva ai fatti. I pagamenti che divennero sempre più complicati da ottenere e umilianti da sollecitare. Ma avevo sempre resistito per il rapporto che avevo instaurato con i clienti, per la fiducia e le soddisfazioni che mi davano. Con il titolare andava sempre peggio. Sapevo che prima o poi avrebbe toccato un limite insuperabile. E’ successo ieri. Mi ha chiamato nel suo ufficio. Pensavo fosse per saldare i due mesi e mezzo di onorario. Si è messo a discutere di una pratica che avevo seguito mentre lui era in vacanza da qualche parte nel mondo. Mi aspettavo che si complimentasse per come era stata istruita e per il buon esito imminente. Mi ha contestato dettagli insignificanti, marginali e pretestuosi. Mentre parlava mi sentivo un estraneo, come sdoppiato in quella stanza. Mi vedevo seduto in un angolo. Umiliato e incapace di reagire. Se fosse stato un sogno avrei cercato di svegliarmi, ma non era cosi. Devo reagire. Me lo ripetevo mentalmente tre, quattro volte. “Domani non vengo. Non verrò più”. Mentre dicevo questo mi sentivo ancora su un altro angolo della stanza stupito di quello che stavo osservando. Avevo la voce alterata, lo sguardo sprezzante. Poi non dicevo più nulla. C’era un silenzio e io me ne stavo uscendo da quell’ufficio. Ora sono qui seduto in un bar in mezzo a
persone sconosciute e sto pensando se per caso il mio capo mi ha cercato.
Prendo in mano il telefono che è ancora spento. Non lo accendo. Il problema adesso
è dirlo a Eleonora. Non volevo anticiparle nulla per telefono ieri quando ci
siamo scritti per la buonanotte. E non volevo farmi trovare a casa quando lei
rientrava. Ma devo farmi coraggio. Decido di rientrare. Quando arrivo nel
piazzale vedo la sua macchina parcheggiata. Faccio una corsa per non bagnarmi e
salgo nell’appartamento. Nello specchio dell’ascensore mi accorgo di avere gli
occhi rossi. Ho pianto. Davanti alla porta ho un’ultima esitazione. Entro oppure non entro? Vorrei che lei
capisse tutto senza che io le debba spiegare quello che è successo. Ho bisogno
di lei. Giro la chiave. 30.03.2014 Stefano_D graphic by Stefano_D 02 Mar 2014 - PROFUMO DI SPIGO![]() PROFUMO DI SPIGO Marina prese il suo giubbotto e chiuse la porta dello stanzino del guardaroba. Guardò l’orologio: la mezzanotte era passata da venti minuti. Anche questa giornata di lavoro all’ agriturismo era terminata. Uscì dalla porta secondaria e attraversò il giardinetto per raggiungere il parcheggio. Tra i tavolini all’aperto notò la luce rossa della sigaretta di Carlo. Lui era il proprietario e quello era il suo modo chiudere la serata prima di ritirarsi al primo piano dove si era ricavato due stanze: da quasi vent’anni quella era la sua casa e tutto il suo mondo. Era da un po’ che voleva chiederglielo. Così si fece coraggio, prese una sedia, appoggiò le chiavi e la borsa sul tavolino e si sedette vicino a lui. “Non ti ho mai chiesto come mai hai scelto questo posto.. Tu non sei di queste parti” gli chiese mentre anche lei si accese una sigaretta. Carlo sorrise “Se devo essere sincero ti dirò che non l’ho scelto io. Però mi ricordo il giorno che decisi che qui ci avrei cucinato. Altro non potevo fare”. Carlo aveva voglia di raccontare. Quella sera lo fece volentieri. Iniziò da quel viaggio in treno fatto più di vent’anni prima che lo riportava in questo posto dopo tanto tempo. Era seduto sullo scompartimento e guardava il mare lungo quel tratto di costa toscana dove la ferrovia lo stava portando da Roma a Grosseto. Non poteva non pensare alla sua infanzia quando i suoi genitori lo lasciavano a trascorrere lunghi periodi in quella casa dove era rimasta a vivere Emma, la sorella di sua madre. Immaginava quella grande stanza dove c’era la cucina e quell’ onnipresente profumo di lavanda che le piaceva mettere a seccare in mazzolini per poi riporli nei cassetti tra la biancheria. Un profumo che si era fissato per sempre nella sua memoria inchiodandone i ricordi. Ricordava che per quanto grande fosse la casa tutto si svolgeva in quella cucina dove lei era sempre indaffarata. In quella cucina Carlo aveva visto Emma fare il pane, la polenta, le tagliatelle all’uovo e mescolare dentro grossi pentoloni la frutta e lo zucchero per preparare le marmellate. Tutti gli ingredienti erano lì fuori a portata di mano. Il campo di mais, le galline nel recinto dietro la casa, i due ciliegi maestosi che insieme ad un melo e un albicocco rappresentavano macchie di desiderata ombra estiva che il prato non poteva offrire. Ogni tanto a Carlo piaceva correre in mezzo all’erba e spesso se ne tornava con un mazzolino di fiori che erano i più diversi possibili. Entrava in casa nascondendolo dietro la schiena, le diceva di chiudere gli occhi e poi glielo porgeva come avrebbe fatto con la sua mamma se fosse stata lì. Emma metteva quel mazzolino in un vaso di vetro rimasto vuoto dalla conserva di pomodori, lo riempiva con un po’ d’acqua e poi lo ammirava a voce alta. ”Margherita, tarassaco, veronica, malva, sambuco, calendule….ma lo sai che questi fiori oltre che belli si possono anche mangiare?” Carlola guardava soddisfatto della sua raccolta e del dono che le aveva fatto e curioso l’ascoltava divertito. “Li puoi mettere nell’insalata, il sambuco nelle marmellate, i petali di rosa nel riso. Un giorno, quando diventerai più grande t’insegnerò come fare”. Quel giorno non arrivò mai. La famiglia di Carlo si trasferì a Roma ma soprattutto non fece più le vacanze nella campagna toscana. Le lunghe giornate estive da “mamma” Emma divennero così un ricordo. Si iscrisse all’Istituto alberghiero: la passione per le alchimie culinarie a cui aveva assistito affascinato da bambino era cresciuta e voleva scoprirne tutti i segreti possibili. Finita la scuola iniziò come apprendista nelle cucine di un ristorante dove continuò ad imparare e appena gli fu possibile, sperimentare le sue idee. Poi venne il servizio militare, ovviamente in cucina nelle mense degli ufficiali. Terminato anche quel periodo riprese a lavorare al ristorante. Con il tempo sentiva sempre più il desiderio di avere un locale suo. Iniziò colloqui con banche e si mise a visionare offerte di cessioni. Cercò di coinvolgere anche un suo amico al quale gli confidò il suo progetto. Sembrava però che tutti questi sforzi, per un motivo o per l’altro non riuscissero a concretizzarsi. Il suo amico era titubante, i prezzi li considerava sovrastimati, le banche volevano garanzie che avrebbero coinvolto la casa dei genitori. Un giorno gli arrivò la notizia che “mamma” Emma se ne era andata lasciando a lui la casa e il podere circostante. Per quanto potesse ritenersi fortunato per quell’aiuto insperato che gli veniva ora incontro, non poteva dirsi contento. Era triste di quel rapporto che si era interrotto per sempre. Un rapporto che lo legava verso i giorni spensierati di un’infanzia ormai lontana. Fu così che si trovò su quello scompartimento che da Roma lo stava portando a Grosseto. Giunto a destinazione Carlo prese un taxi per raggiungere il casale che distava una dozzina di chilometri. Quando l’auto lasciò la provinciale per immettersi nella stradina che tagliava il prato lasciando dietro di sé una nuvola di polvere, a Carlo si strinse il cuore. Fece fermare il taxi dal cancello e percorse a piedi il vialetto. La casa era lì, davanti a lui, senza vita. L’erba era cresciuta indisturbata prendendo il sopravvento sui fiori delle aiuole davanti a balconi chiusi ormai da troppo tempo. Prese la chiave che il notaio gli aveva lasciato in una busta e entrò. La stanza era freddae quel freddo lo sentì tutto. Apri un balcone e le pareti, i mobili così come i ricordi riaffiorarono irruenti dalla penombra. Tirò un cassetto e vi trovò le tovaglie e un mazzetto di lavanda legato in un fazzoletto che si sbriciolò tra le dita regalando un profumo che sembrava venire da lontano. Su un altro cassetto trovò un quaderno di scuola. Lo prese e sulla prima pagina c’era scritto: Per Carlo. Sfogliò le pagine successive con le mani tremolanti e si accorse che era unaraccolta di ricette dove ognuna contemplava un fiore diverso. Si sedette sulla sedia vicino al tavolo e scoppiò in lacrime. “Quel giorno decisi che avrei fatto rivivere quel posto. E decisi anche come sarebbero stati i miei piatti” disse sorridendo a Marina che era rimasta ad ascoltarlo vincendo il fastidio dell’umidità che sentiva sulle spalle. Gli rispose: ”Hai fatto benissimo. Emma sarebbe orgogliosa di quello che hai fatto”. Lasciò Gianni a un’altra sigaretta. ”Buonanotte capo! A domani”. “Notte! A domani”. Marina proseguì in direzione della macchina. Attraversò la siepe di lavanda che divideva il cortile dal parcheggio: adesso sapeva perché Carlo ne avesse piantata così tanta e perché suoi tavoli un mazzetto non mancava mai quand’era in fiore. Sorrise dentro di sé. Mise in moto e si avviò verso l’uscita. Prima di lasciare il cancello si soffermò sull’insegna: agriturismo mamma Maremma. Fu solo in quel momento che realizzò che mamma Emma era racchiusa in quel nome. Sorrise di nuovo e ripartì. Riguardò di nuovo l’insegna nello specchietto: si faceva più piccola e invisibile nella polvere che si sollevava fino a diventare una piccola luce in quella notte senza luna di primavera.
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