Biografia di Umberto Tozzi

Radio Filger online :)

Pagine: 1 [2] 3 4 ... 13
2vNBF

Bologna, venerdì 1° agosto 1980 (pomeriggio)


«Alice??? Dai preparati che usciamo»

Non la sopporto quando mi chiama. Beninteso: non che stia facendo qualcosa d’importante. Però a me piace starmene in camera ad ascoltare la radio. Quando mi annoio perché non passano nulla di interessante, ho la cassetta di Umberto. Avrei preferito prendere il disco, ma il giradischi, uno serio intendo, come l’Akai che avevo visto a casa di Nicola, con tanto di amplificatore e casse, per mia madre sarebbe stato troppo costoso.

Per questo non avevo preteso nulla. Come regalo per la mia promozione dall’esame della terza media mi aveva regalato un radio registratore con doppia cassetta e due casse per l’effetto stereo. Quando si accende la luce verde vuol dire che la radio trasmette in stereofonia e così, qualche effetto posso sentirlo. Anche se, per dirla tutta, le emittenti che trasmettono in stereo sono piene di fruscii e non sempre si sente bene. RadioRai esclusa. Però, a parte la Hit Parade del sabato, non ci sono altri programmi interessanti. Meglio la cassetta del mio Umberto, della quale ho fatto subito una copia per non rovinare l’originale. Per fortuna sulla copia l’effetto delle chitarre in Calma, si sente benissimo anche se le casse sono vicine.

«Alice sei pronta?». Dal tono  capisco che se non do segnali, sarebbe entrata in camera e li, come una grandinata d’estate, una serie di rimproveri partendo dal poster che avevo trovato su Ragazza inappiccicato al muro con lo scotch che aveva rovinato l’intonaco, passando sui vestiti buttati sulla sedia, pe terminare sullo zainetto ancora da disfare dopo un mese e mezzo dall’ultimo giorno di scuola.

«Un minuto e arrivo» grido, sperando che ciò impedisca l’irruzione nella mia stanza.

Poco dopo eravamo in strada. Il caldo sembrava più asfissiante sotto i portici nonostante l’ombra. Avevo indossato una maglietta color panna e quei jeans a sigaretta che mi piacevano tanto. Li avevo visti in una bancarella al mercato lo scorso venerdì  e avevo insistito con mamma perché me li prendesse. Certo, era stato un po’ imbarazzante dovermi cambiare nel furgonicino in mezzo a scatoloni e altri vestiti, ma alla fine ero felicissima. Dopo il divorzio da papà, mamma aveva dovuto fare le spese con molta più attenzione. Per arrotondare aveva trovato lavoro presso il bar della stazione ferroviaria, qui in città,  il sabato e la domenica, un turno che era rimasto scoperto. Per questo non dovevo pretendere troppo da lei. Già aveva dovuto pagarmi il biglietto, anzi i biglietti, per il concerto di Umberto allo stadio, qui a Bologna tre settimane fa e ovviamente accompagnarmi. Rimase per tutto il tempo del concerto con le dita infilate nei timpani per coprirsi dal volume.  Però sapeva quanto avevo desiderato incontrarlo. Erano due anni che pregavo per questo e altrettanti che mamma era costretta ad ascoltare le sue canzoni che mettevo al massimo. Sicuramente le sapeva a memoria anche lei.

«Dove stiamo andando mamma?»

«Da un signore». Mentre camminavamo, mia madre mi spiegò che stavamo andando da una specie di medium, uno che poteva vedere cose altrimenti impossibili per noi. Era diventato famoso quando riuscì a trovare l’assassino di una ragazza. Un commissario  della Polizia, che lo conosceva ed erano amici, seguendo tutte le piste investigative possibili e non sapendo più dove sbattere la testa, gli aveva portato una camicia della vittima. «Vedo un uomo. È sposato e ha due figlie, fa un lavoro importante, avevano una storia». Questo fu quello che disse al commissario dopo aver esercitato una specie di rito su un indumento della ragazza. Tra i sospettati c’era infatti una persona con queste caratteristiche. Era il responsabile dell’amministrazione di una famosa agenzia di assicurazione. Il suo ufficio era nello stesso palazzo dove lavorava la vittima e, nonostante non ci fosse una prova decisiva, ma solo alcuni sospetti derivati da testimoni che li avevano visti insieme, alla fine confessò tutto al commissario. Da quel momento questa specie di mago ebbe una notorietà e una fama ancor oggi riconosciuta. Volevo chiedere spiegazioni a mia madre ma qualcosa mi bloccò e rimasi zitta.

L’uomo ci ospitò in una stanza al piano terra. Aveva pochi capelli in testa, era  piuttosto grassoccio con una sigaretta che gli penzolava dalle labbra. A me diede l’impressione che facesse il capocantiere, come il papà di una mia compagna che gli somigliava parecchio. C’erano pochi mobili e il profumo di incenso si mescolava con quello del tabacco. Le persiane erano abbassate, molto probabilmente per tenere fresca la stanza. Quando mia madre le porse un fazzoletto da uomo, non riuscii ancora a capire il motivo della visita. Poi, il cosiddetto mago, chiese un indumento di mia madre. Dalla borsa estrasse una canottiera e gliela porse. Fu solo in quel momento che intuii che mia madre aveva conosciuto una persona alla quale evidentemente ci teneva se era arrivata a questa situazione, compreso il fatto che non potevamo buttarvi via soldi per sciocchezze.  Distese la canottiera sopra la tavola e iniziò con una specie di pendolino che ruotava sotto la sua mano a disegnare cerchi immaginari sopra l’indumento. Quando ripeté l’operazione per la quarta volta, capii che forse qualcosa non andava. Mia madre fece lo stesso ragionamento: «Qualche problema?».

«Mi appare tutto buio, non riesco a superarlo…».

«E cosa vuol dire? Significa che…..» chiese preoccupata mia madre che non aveva il coraggio di terminare la domanda e  tantomeno di ricevere certe risposte.

«Non saprei. Trovo strano che non riesca a vedere altro. Ma si tranquillizzi…» si affrettò ad aggiungere vedendo le nostre espressioni   «…il buio non significa per forza negatività. Pensi alla notte: non è forse affascinante? E non è forse vero che le cose belle non capitano solo di giorno?»

Un sorriso forzato apparse sul volto di mia madre, mentre a me sembrò pure volgare quello che le aveva appena detto.

«Venga la prossima settimana, mi porti un paio dei suoi indumenti e riproviamo».

Mia madre ripose il fazzoletto e la sua canottiera in una borsetta di plastica e il tutto dentro la sua borsa. Poi estrasse il portafoglio, ma il mago la fermò.

«Non ti ho detto nulla» passando subito a darle del tu, «Mi pagherai la prossima volta».

«Mamma, ma non vorrai mica tornarci da quel tipo!» le dissi una volta fuori mentre ci incamminavamo verso casa.

«Per me è importante Alice, perdonami» mi rispose seria e preoccupata.

Era la prima volta che mia madre mi chiedeva di perdonarla per qualcosa che faceva. Ripetei la frase che mi aveva rivolto dentro di me diverse volte, cercai di capire la sua situazione negli ultimi anni. Il mio silenzio fu la risposta alla sua richiesta di perdono. Capii che dovevo cambiare discorso. Davanti a una bancarella un tipo vendeva cinture di stoffa con la fibbia composta da un doppio anello,infilzate come bovini in un macello e ordinate per colore.

« Posso prenderne una? Umberto ne ha una azzurra, l’ho vista in una foto…» Non mi feci problemi a chiedere perché sapevo che costavano poco.

Mia madre, ancora assorta, esitò. Poi mi sorrise e disse: «Va  bene, scegli».

 

Mai avrei pensato che quella cintura l’avrei conservata per sempre, come una reliquia: era l’ultima cosa che mia madre mi comprò in quel pomeriggio non proprio spensierato, che passammo insieme. 


27/07/2017 Testo e grafica di Stedano_D

(Leggi Tutto)

Share on Twitter! Digg this story! Del.icio.us Share on Facebook! Technorati Reddit StumbleUpon
1038m4i

PIU' TI GUARDO, PIU' MI ACCORGO CHE

«Cosa ti ricordi del tuo esame di maturità?» Me lo chiede mentre sta afferrando il suo bicchiere con doppia cannuccia e con dei pezzi di frutta infilzati in un bastoncino. Osservo il livello del liquido rosa che scende lentamente, appena sopra le sue dita. Mi guarda e accenna un sorriso. Per qualche interminabile istante rimango a guardarla. Sembra ieri quando ci siamo conosciuti per la prima volta. Me la presentò Franco ad una festa. Stavano insieme.

«Pregavo che Umberto non facesse un disco!» risposi confidando nella sua memoria sui miei gusti musicali.

«E venni esaudito. Mi risparmiò dal cercare ossessivamente sulle radio il nuovo disco, così potei studiare senza distrazioni. Era la prima estate senza una sua canzone nuova. Indimenticabile anche per questo».

«E il tuo associare una canzone ad un’estate? Il tuo sistema sarà andato in tilt!» Ridiamo insieme mentre appoggia il bicchiere sul tavolino.

«In realtà c’era un brano che mi piaceva moltissimo. Si chiamava Appetite ed era…fammi pensare…si era degli Prefab Sprout…se non ricordo male. Ma tutto l’album di quel 1985 non era niente male…suonato e arrangiato molto bene. E tu? Cosa mi dici della tua maturità?»

«Io l’ho fatta dieci anni dopo di te. Mi ricordo che era di lunedì, come oggi». Sorride. Poi alza lo sguardo in alto a destra come a cercare visivamente nel suo archivio qualcosa che ora mi dirà.

«Passai una domenica allucinante, me lo ricordo bene. Per radio passavano spesso una canzone di Raf che mi piaceva molto…non ricordo il titolo…parlava di due che si ritrovano dopo qualche tempo in un caffè…»

«Io e te!»

«Si, proprio come noi, ora…»

«No…intendevo che il titolo era Io e te. Anche quel brano aveva una ritmica niente male» mi affrettai ad aggiungere.

Un tuono fa vibrare i vetri e mi cancella lei, i tavolini in ferro verde all’ombra di platani secolari e la nostra chiacchierata. Mi porta alla realtà: comprendo che stavo rivivendo ad occhi aperti quanto era accaduto oggi pomeriggio. Sono le otto di sera e dal divano vedo un cielo che si è fatto nerissimo. Faccio uno sforzo per ritornare a quei momenti ma, chissà perché, visualizzo solo il momento del congedo.

«Ora devo rientrare in ufficio. Mi ha fatto piacere incontrarti. Grazie per il break». Poi prende dalla borsa una penna e su una salvietta scrive il suo numero. Dice che è quello privato e lo tiene spento in orario di lavoro.

«Ci sentiamo per un caffè? Non farmi aspettare anni però!» e sorridendo me la porge.

Stop.

Il mio sogno ad occhi aperti finisce qui mentre osservo sulla salvietta, che avevo piegato come un prezioso appunto, i numeri scritti con inchiostro blu. Vado sulla mensola dei cd e cerco quello di Raf…eccolo qui…Manifesto…traccia numero 3: Io e te. Mentre parte la canzone, leggo il libretto interno…Drums: Neil Conti. Mi sorge un dubbio…cerco il cd “Steve McQueen” dei Prefab Sprout. Mi ricordo che ne avevo acquistato una ristampa. Eccolo! Nel retro leggo i componenti del gruppo…Drums: Neil Conti!

Un lampo all’orizzonte illumina a giorno per qualche istante il cielo. Il suo sguardo all’insù, i suoi sorsi, la sua voce mi riappaiono in sequenza, vivi e presenti mentre Raf canta “…tu, ormai, mi stai guardando mentre te ne vai…”


10/07/2017       Testo e grafica di Stefano _D

(Leggi Tutto)

Share on Twitter! Digg this story! Del.icio.us Share on Facebook! Technorati Reddit StumbleUpon
f3f715

Lyon Part Dieu – Torino Porta Nuova andata e ritorno

 

Quella mattina Angela si alzò presto. Nonostante fosse un giorno normale della settimana avrebbe preparato il sugo, quello buono della domenica, perché quella mattina aspettava l’arrivo del suo fratellino. Sarebbe arrivato in tarda mattinata se all’alba a Lyon Part Dieu non avesse perso la coincidenza per Torino Porta nuova.

Angela vestì la sua bambina, le mise quel vestitino bianco con un allegro ananas disegnato appena sopra l’orlo, fece poi alla piccola due codini frettolosamente davanti allo specchio, si mise il solito ombretto, quello scuro che risaltava gli occhi verdi, e partì verso la stazione di quel paese dove viveva ormai da qualche anno da quando era arrivata in Italia.

I freni del treno fecero un lungo suono stridulo e metallico prima di fermarsi, Angela con gli occhi veloci attraversò il flusso di gente che scendeva dal treno, cercava Christian, eccolo, accidenti com’era diventato grande dall’ultima volta che l’aveva visto, lui veniva verso di lei con quel caschetto regolare, un sorriso e i suoi 14 anni, posò a terra la valigia abbracciò la sorella e salutò la piccola che con un gesto spontaneo si nascose dietro le gambe della mamma.

A Christian piaceva l’Italia, un giorno diceva, un giorno verrò qui e ci vivrò per sempre.

Stava bene in quel piccolo appartamento. Vedeva la sorella serena, ridere ogni qual volta lui raccontasse buffi aneddoti sulla loro famiglia in Francia e con il cognato parlava tanto, spesso di calcio e di auto, già sapeva in cuor suo che un giorno sarebbe diventato un meccanico proprio come lui.

Le giornate passarono in fretta, una mattina come tante, un martedì giorno di mercato, dal balcone Christian sentì per l’ennesima volta in quella mattinata una canzone, corse dalla sorella in cucina richiamando la sua attenzione e le disse «Angèle, j’adore cette chanson», Angela si asciugò le mani andò sul balcone e riconobbe un ritornello che sentiva ultimamente in radio.

Con la scusa di andare a prendere il pane Angela corse giù e comprò quel 45 giri, salì le scale un po’ di corsa con quella bustina rossa trasparente e con un po’ di affanno raggiunse il fratello e porgendogli il disco sorridendo gli sussurrò «Pour toi!», Christian sorpreso da quella tempestività sfilò il 45 giri dalla bustina, osservò una rigida copertina in bianco e nero con un uomo sorridente a braccia conserte sopra, riuscì solo a dire emozionato «merci Angèle»

Il disco fu la colonna sonora dei giorni rimanenti della sua permanenza in Italia, la copertina fissa tra le mani della piccola che in poco tempo sapeva scombinate parole a memoria delle due canzoni del disco.

 Il giorno della partenza prima di chiudere la valigia andò da quella bimba che con il disco in mano gli sorrise, con la poca intenzione di renderglielo. Fece il cenno di metterlo dietro la schiena, forse per lei si trattava di dover salutare lo zio e inconsciamente tenere quel disco era quasi come farlo trattenere ancora qualche giorno con loro. Angela chiese alla piccola di restituire quel disco fino a quando il suo tono non divenne fermo e deciso «Kathy, adesso basta, dai quel disco allo zio!»

La bambina allentò la presa e consegnò il 45 giri al legittimo proprietario, lui si abbassò, le scompigliò i capelli e le disse:

 «Kathy, ti prometto che riporterò questo disco appena tornerò e riascolteremo insieme la musica ogni volta che sarò qui».

Zio Christian mantenne la promessa. Quel 45 giri tornò in Italia per sempre.


Kathy (Per Angela), 20/05/2017                          graphic by Stefano_D

(Leggi Tutto)

Share on Twitter! Digg this story! Del.icio.us Share on Facebook! Technorati Reddit StumbleUpon
35d3gqh


IL GIRO DEL MONDO IN GIRO DI DO

 

Diciamoci la verità… essere un fan di Umberto Tozzi non ci ha reso la vita facile. Se da una parte le sue canzoni ci hanno fatto volare alto sulle ali di grandi emozioni, da un’altra parte abbiamo sempre dovuto rendere conto ad amici e parenti che, più o meno benevolmente, ci hanno preso in giro su alcuni versi cantati dal nostro. E tralasciamo le arrabbiature dovute a stroncature di preparatissimi critici musicali. Se c’è una canzone di Tozzi che negli anni ha attirato su di sé le maggiori attenzioni sul testo, questa è proprio “Ti amo”, canzone che in questo anno con l’angolo a spigolo compie 40 anni tondi tondi. Fu infatti proprio in un anno spigoloso, molto spigoloso, che “Ti amo” venne alla luce per diventare un successo prima nazionale e poi planetario. E’ probabilmente questo resta il peccato originale della premiata ditta Bigazzi-Tozzi, cantare nel 1977 di guerrieri di carta igienica e di donne che stirano cantando non passò sotto silenzio. Eppure, a giudicare dal successo della canzone, deve essere stato maggiore l’impatto positivo che questi versi hanno avuto sul pubblico che ha finito col premiare la farfalla che muore sbattendo le ali, le lenzuola di lino e sottane sulla luce. E pazienza se ancora oggi qualcuno si chiede chi era il guerriero di carta igienica e se sul web è stato addirittura lanciato un premio con questo nome per premiare i versi più assurdi del pop italiano.

Ma “Ti amo” non è stata oggetto di critiche solo per il suo testo, è anche la parte musicale che ha fatto storcere il naso a molti, accusando la canzone di reggersi unicamente su un semplice giro di Do. Premesso che ottenere successo con un pezzo apparentemente facile non può essere considerato un demerito –  semmai un merito – invitiamo chiunque ad accomodarsi e ripetere il successo di “Ti amo”. Il trionfo mondiale del brano è qualcosa di molto raro nel panorama musicale italiano. Pochissimi artisti italiani hanno visto una loro canzone arrivare al grado di popolarità raggiunta da “Ti amo”, canzone che a distanza di anni è ancora conosciutissima, grazie anche alle tante versioni che negli anni si sono susseguite. Proprio il suo successo internazionale ci conferma la valenza della sua parte musicale, a dispetto di un testo italiano non sempre comprensibile all’estero e a dispetto di versioni in tantissime lingue diverse dove spesso non si è tenuto fede al testo originale. Evidentemente la canzone vive di una forza propria, data da una melodia che arriva subito e prima di qualsiasi testo ci venga messo sopra.

E’ probabile che dopo i primi passaggi in radio, quando Umberto Tozzi era tutto sommato ancora sconosciuto ai più, in molti si saranno chiesti se dietro questa canzone ci fosse un idiota o un genio, e questo bastava per far capire che eravamo davanti ad una potenziale hit. Quest’anno Umberto Tozzi festeggia il quarantesimo anniversario di questo intramontabile successo. Lo fa insieme ai suoi fan con una nuova produzione discografica ed un tour celebrativo. Per l’occasione Tozzi ha lanciato una ulteriore nuova versione, facendosi accompagnare da Anastacia. La cantante americana si aggiunge così ad un lungo elenco di voci femminili che negli anni hanno cantato “Ti amo” nel mondo e che include tra le altre Dalida, Lena K e la bellissima Monica Bellucci.

Ma la forza di “Ti amo” sta nel fatto che anche a distanza di quattro decenni sia ancora la versione originale a suscitare le maggiori emozioni. La versione che ha permesso al brano di fare il giro del mondo e che ha permesso ad Umberto Tozzi di spiccare il volo verso una carriera di grandi successi e soddisfazioni dopo un debutto non fortunatissimo. E se continuiamo a preferire la versione originale è anche perché, oltre a testo e musica, questo brano si regge sulla splendida voce di Tozzi e la sua grande estensione. Nonostante tante versioni, non riusciamo a dire che qualcuno abbia cantato “Ti amo” di come abbia fatto il suo autore.

Sulla genesi della canzone e del suo successo vale anche la pena ricordare un paio di aneddoti interessanti citati dallo stesso Tozzi nella sua autobiografia “Non solo io”. Come quello che vuole il mix originale gettato in un cestino da Giancarlo Bigazzi, in quanto la qualità del suono non soddisfò l’allora presidente della CGD Guido Crepax, peccato che poi fu proprio il mix originale, successivamente recuperato, a finire sul disco e a ottenere il successo che tutti conosciamo. Oppure quello che vuole un noto discografico francese bocciare il brano dicendo che in Francia non avrebbe venduto una sola copia. Peccato che fu proprio la Francia per prima a portare oltre confine la musica di Umberto Tozzi e far iniziare proprio da lì il suo giro del mondo in giro di Do e dove ancora oggi lui è per tutti “Monsieur Ti amo”.

Pare che poi Ti amo non nasca in “Do”, bensì in “La maggiore”. Ma questo non lo dite in giro, dopo 40 anni potrebbe essere una verità destabilizzante per molti…


Domenico, 29.03.2017

(Leggi Tutto)

Share on Twitter! Digg this story! Del.icio.us Share on Facebook! Technorati Reddit StumbleUpon
Image and video hosting by TinyPic


"Si può dare di più... 4.25 minuti di una seconda eternità"

Quando si guarda alla carriera, ormai pluridecennale di Umberto Tozzi, si è soliti distinguerla in due periodi. Quello che va dagli esordi di “Donna amante mia” del 1976 a “Gli altri siamo noi” del 1991, 15 anni e 10 album inediti e che corrispondente al lungo e fortunato sodalizio con Giancarlo Bigazzi. E quello che va da allora ai giorni nostri, ovvero 26 anni e 7 album inediti. Ma il momento della separazione artistica da Bigazzi non rappresenta l’unico spartiacque nella carriera di Tozzi. Un altro momento importante che segna un prima ed un dopo è indubbiamente il Festival di Sanremo edizione 1987. E se quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario dal grande exploit di “Ti amo”, non possiamo dimenticare che ricorrono anche 30 anni dalla vittoria con il trio.

Se da una parte “Ti amo” segna la nascita della stella Umberto Tozzi, considerando il poco successo commerciale dell’esordio, è indubbio che “Si può dare di più” segna la rinascita dopo un periodo meno felice, contraddistinto da produzioni poco ispirate e soprattutto da un momento personale molto difficile. Ed allora, in un epoca dove era molto più difficile reperire informazioni sui propri beniamini, erano in molti tra i suoi fans a chiedersi dove era finito Umberto Tozzi e cosa stava a significare quel anomalo periodo di silenzio. Ricordiamo infatti che dall’inizio della carriera non c’è stato anno in cui Tozzi non abbia pubblicato un nuovo lavoro, compreso quel 1983 dove anche in assenza di un nuovo album Umberto ebbe comunque un discreto successo estivo con la hit “Nell’aria c’è”. Per cui bastò far perdere le tracce di sé per soli due anni per gettare nel panico il suo pubblico più affezionato.

Nel 1987 invece la carriera di Tozzi prende nuovo slancio. Alla vittoria del Festival segue un altro successo nazional popolare con “Gente di Mare” per poi chiudere l’anno con un album di grande impatto come “Invisibile”. I successi dell’87 sono tanti e talmente importanti da portare Umberto ad esibirsi per primo tra gli artisti italiani in un tempio mondiale della musica come la Royal Albert Hall di Londra, esibizione che resterà per sempre grazie al doppio live omonimo.

La vittoria a Sanremo non ha solo il merito di consolidare il rapporto con i fan che lo hanno seguito dai primissimi successi, ma consente ad Umberto Tozzi di acquisire anche nuovi seguaci che lo scoprono in quell’occasione e che riescono a riscoprire il suo vecchio repertorio grazie all’antologia “Minuti di un’eternità”. Questa raccolta, che nel titolo riprende un verso di “Si può dare di più”, non è un greatest hits nel senso più classico del termine. Mancano infatti alcuni dei successi più grandi come “Tu”, “Stella stai” e soprattutto “Ti amo”. Tuttavia la presenza di brani meno noti, permettendo al repertorio di Tozzi di tornare ad imporsi tra vecchi e nuovi fan.  Dopo la vittoria a Sanremo la stella di Tozzi torna a brillare, ed Umberto sarà protagonista indiscusso della scena musicale italiana per almeno un altro decennio a seguire.

“Si può dare di più” diventa una canzone manifesto, usata per tantissime manifestazioni a scopo benefico, a partire dalle partite della nazionale italiana cantanti, della quale divenne da quel momento l’inno ufficiale. Sanremo 2017 segna il trentesimo anniversario, indubbiamente un momento fondamentale per la carriera di Umberto Tozzi, ma anche uno dei momenti più significativi nella storia del festival. Sarebbe stato bello se qualcuno degli organizzatori avesse proposto una storica reunion del trio sul palco, ma questa è un’altra storia…

Domenico, 24/01/2017 

(Leggi Tutto)

Share on Twitter! Digg this story! Del.icio.us Share on Facebook! Technorati Reddit StumbleUpon
Pagine: 1 [2] 3 4 ... 13
Torna su