Biografia di Umberto Tozzi

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16 Set 2012 - NORMALE

morana

NORMALE

 

La hall dell’Hotel Majestic accolse Luigi gremita di persone. Uomini distinti in giacca e cravatta e belle signore, di tutte le età, in eleganti tailleur. Luigi da subito accusò una sensazione di disagio, non era solito partecipare a questi convegni, lui era più un “soldato da ufficio”, le relazioni pubbliche non sono mai state il suo forte. Tuttavia quando il capo disse che doveva sostituire lui causa malattia l’addetto commerciale dell’azienda per la quale Luigi lavorava, lui non poté tirarsi indietro. Se non altro il capo fu clemente, conosceva le doti di Luigi ma anche i suoi limiti. Luigi è quello che tutti definirebbero un tipo normale che fa una vita normale, scandita da orari di ufficio, qualche birra con gli amici, la partita a calcetto il giovedì ed altre piccole ed innocue manie. Così per rassicurare subito le sue ansie il capo gli disse che era sufficiente prendere qualche appunto e fargli avere una breve relazione sugli argomenti discussi durante il convegno.

 

Al primo coffee break tutti si lanciarono fuori dalla immensa sala meeting per assaltare il tavolo del buffet dove erano disposti snack dolci e salati per tutti i gusti e una vasta scelta di bevande. Luigi si allontanò da quella folla di alieni e per giustificare il suo stare in disparte finse di leggere gli appuntamenti successivi del convegno attaccati su una bacheca in corridoio. “Ciao, tu devi essere nuovo, non ti ho mai visto agli altri meeting?” le fece una bella ragazza con i capelli raccolti ed un viso marcatamente truccato di nome Luana Marinelli (era il nome che Luigi trovò sul badge appeso intorno al collo di lei). Luana aveva in mano due bicchieri di succo di frutta ACE ed invitò Luigi a prenderne uno. Impreparato all’improvviso ed inatteso incontro Luigi borbottò qualcosa di incomprensibile con l’intendo di spiegare in qualche modo che in fondo si trovava lì per caso pensando così anche di giustificare un certo impaccio. Luana lo interruppe subito dicendogli che “non ho nessuna voglia di partecipare alla cena di gala di questa sera, tu cosa pensavi di fare?”. In quel momento Luigi si ricordo che c’era “anche” una cena di gala, alla quale in effetti non aveva nessuna intenzione di andare, tuttavia il suo piano B prevedeva una tranquilla serata in camera d’hotel a vedere qualsiasi cosa la Tv avesse passato. “Ci vediamo nella hall alle 20.00” fece lei mentre lui cercava ancora di mettere ordine nei suoi disordinati pensieri “ti porto al ristorante di un mio amico dove vado ogni volta che vengo qui per lavoro”.

 

Alle 19.45 Luigi era già seduto su una poltrona della hall ad aspettare Luana. Si era svestito di giacca e cravatta ed indossava abiti casual. Una anonima camicia a tinta unita ed un banalissimo e normalissimo jeans. Si tormentava l’anima chiedendosi se non fosse stato un azzardo accettare l’invito di una sconosciuta, se fosse vestito in maniera adeguata, se fosse stato all’altezza di una serata dai scenari imprevedibili. Alle 20.00 la hall si svuotò, gli altri partecipanti al convegno salirono sui due pullman gran turismo che portavano al ristorante sulla collina dove si sarebbe tenuta la cena di gala. A vedere apparire Luana, che usciva in tutto il suo splendore dall’ascensore, rimasero solo Luigi e gli addetti alla reception. Anche Luana era in abiti casual, e non sembrava più la donna manager conosciuta qualche ora prima, piuttosto la classica ragazza della porta accanto. Capelli sciolti che si adagiavano dolcemente sulle spalle, trucco appena appena accennato, jeans e maglietta che evidenziavano forme non eccessive ma ben proporzionate. Chiese alla reception di far chiamare un Taxi e con la testa fece cenno a Luigi di seguirla mostrando una sicurezza tale che fece sudare freddo il timido ed introverso Luigi.

 

A cena Luana fu un fiume in piena, non smise mai di parlare. Non toccò mai argomenti legati al convegno ed al lavoro. Allo stesso tempo non toccò mai argomenti legati alla sua sfera privata cosi come non chiese nulla di personale a Luigi. Parlando del più e del meno scoprirono di avere molte cose in comune, amavano gli stessi vini, scoprire angoli nascosti e sconosciuti del belpaese, amavano lo stesso genere di film. Avevano entrambi un debole per la musica anni ’80 e cominciarono a snocciolare nomi di artisti e gruppi improbabili visti una volta sola al Festivalbar e poi scomparsi nel nulla, facendo seguire grasse risate a nomi e look che tornavano in mente ora a lui ora a lei. In maniera del tutto normale i due finirono la serata nella camera di Luigi. Al Majestic c’erano solo spaziosissime camere doppie che venivano date anche per uso singola, nella stanza di Luigi un accogliente letto ospitò le loro acrobazie erotiche per tutta la notte.  

 

Quando Luigi si svegliò si ritrovò da solo, Luana aveva già lasciato la sua stanza. Si preparò di gran fretta per non arrivare tardi all’ultima sessione del meeting. Nella immensa sala riunioni cercava il volto di Luana tra centinaia di volti indefiniti e non prestava la minima attenzione a cosa dicevano i relatori che si alternavano al tavolo presidenziale. Nemmeno a fine meeting riuscì a trovarla tra mani che si stringevano e pacche sulle spalle di chi si dava appuntamento al prossimo meeting. Luigi corse alla reception per chiedere di Luana ma il portiere rispose “la sig.ra Marinelli ha fatto check-out mezz’ora fa ed ha lasciato l’hotel”. Come un cretino Luigi si rese conto che di Luana non sapeva nulla se non nome e cognome. Non sapeva di che città fosse, non si erano nemmeno scambiati il numero di telefono, non aveva nemmeno memorizzato il nome della sua azienda scritto sotto al suo sul badge che portava al collo. Nessun indizio che potesse in qualche modo far risalire a lei. Certo, con una giusta mancia forse il portiere non si sarebbe sottratto dal fornire qualche informazione in barba al rispetto della privacy. O magari poteva chiedere agli organizzatori del convegno un elenco delle aziende invitate. Ma erano entrambe cose che non rientravano lontanamente nel suo modo di fare. Luigi era talmente deluso da non sentire nemmeno il portiere che lo chiamava. “lei è l’ospite della 407 vero? La sig.ra Marinelli le ha lasciato questa”. Era una busta da lettera dell’hotel con dentro un foglio. “Ciao Luigi, sono stata bene con te, ma la nostra storia finisce qui. Io adesso torno a casa dove sono una moglie ed una mamma. Partecipo a questi meeting per concedermi qualche piccola distrazione dalla mia vita di tutti i giorni, che altrimenti sarebbe una vita troppo normale. Magari se torni ci vediamo al prossimo meeting…”. Luigi accartocciò il foglio e lo buttò in un cestino della hall pensando che di questo meeting non sarebbe rimasto null’altro se non una relazione da scrivere al capo e per la quale non sapeva da dove cominciare…

 

16.09.2012 Domenico                                                      graphic by Stefano_D

 

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Da una finestra ti vedevo andar via

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Miriam se ne stava in spiaggia con la sua compagnia. Due giorni prima aveva dato un esame all’università; aveva deciso che una domenica al mare poteva proprio permettersela prima del successivo impegno previsto per metà luglio.

Quando arrivò Davide con due suoi amici, Miriam non potè far nulla per evitare di guardarlo.

Era quel che si dice un bel ragazzo, con le sue spalle larghe, il ventre piatto e muscoli che denunciavano delle costanti presenze in palestra.

Anche le sue amiche lo notarono ed iniziò tra loro un tam tam silenzioso fatto sguardi, sorrisi e colpetti di gomito.

Anche lui, seppure inconsapevolmente, non si sottraeva dal farsi notare. Non rimase lì con loro, ma si tuffò in acqua nonostante fosse un pomeriggio di fine maggio e l’acqua non proprio tiepida. Iniziò a nuotare fino al limite del pontile per poi ritornare indietro.

Dallo zainetto estrasse un asciugamano e si rivestì. Portava dei pantaloni con molte tasche, degli scarponi sempre slacciati e una camicia con le maniche arrotolate.

Più tardi Miriam se lo ritrovò su un divanetto in vimini del bar della spiaggia. Fecero le presentazioni. Non capì cosa facesse esattamente di lavoro. Le disse di aiutare lo zio che aveva un’autofficina, ma di occuparsi prevalentemente di vendere le automobili…insomma, era spesso in giro….

Era diverso da Massimiliano, anzi quasi l’opposto.

Si erano conosciuti alcuni anni fa dopo il trasloco per lavoro che aveva dovuto fare il padre di Miriam, così erano andati ad abitare nella stessa via. Era frequentando il quartiere e la stessa scuola che si erano conosciuti. Massimiliano era poi andato all’università e Miriam lo incontrava nei pomeriggi in biblioteca. Poi si era iscritta nella sua Facoltà e quindi capitava che s’incontrassero di nuovo nelle pause di lezione oppure nel tragitto in treno.

Avevano entrambi il numero di telefono di uno e dell’altra: se lo erano scambiati un giorno mentre erano con amici comuni per organizzare un’uscita. Tuttavia, nonostante Miriam avesse creato delle occasioni queste non si erano mai evolute.

Massimiliano si era sempre dimostrato premuroso verso gli impegni scolastici di Miriam, ma non era mai andato oltre. Nonostante Miriam gli piacesse, non aveva mai voluto fare quel passo in più che lo separava da una storia possibile. Non si sentiva pronto e sapeva che con questo comportamento prima o poi Miriam avrebbe perso quell’ interesse particolare che dimostrava nei suoi confronti. Quanto avrebbe sofferto nel perdere l’interesse di Miriam non poteva però immaginarlo.

Davide era un tipo pratico, con lui non esistevano le sfumature. Non lo sapeva neanche lei cosa lo rendesse affascinante al di là della bellezza. Con lui successe tutto velocemente e Miriam si sentiva innamorata. Passò il mese successivo a studiare per l’esame tutto il giorno, ma alla sera passava Davide a casa sua per portarla fuori. Massimiliano, quando sentiva il rumore della moto, si affacciava alla finestra, la vedeva scendere, sorridergli, mettersi il casco e sparire abbracciata a lui. Si rese conto che l’aveva persa, che lui non era più importante: era uno qualsiasi e quindi nessuno.

Dopo alcune volte, quando sentiva il rumore della moto, iniziò a non guardare più. Incominciò a non sopportare quella situazione. E quando gli capitava d’incontrare Miriam da qualche parte la salutava freddamente: non riusciva più a parlarle.

 

Una sabato sera di fine agosto Davide passò a prenderla. Le promise di portarla ad una festa dove si sarebbe divertita.

Fecero una serie di stradine non asfaltate, attraversarono l’argine ed entrarono dove una volta c’era il letto del fiume finché non  arrivarono ad una casa fatta in sassi.

Nel cortile c’erano diverse auto e moto, parcheggiate in modo disordinato. Si tolsero il casco e solo allora poterono sentire il volume della musica che si diffondeva all’esterno. Entrarono. Non c’era un’unica stanza, ma tanti piccoli ambienti, ognuno con una musica diversa e divani dove gente seduta fumava e rideva. Nella stanza più grande era sistemato un bancone. Un tipo riempiva bicchieri svuotando caraffe e li appoggiava sul bancone. Miriam non sapeva cosa esattamente fosse quello che si era trovata nel suo bicchiere. Ne assaggiò con un sorso il contenuto ma non andò oltre. Tra tanti volti anonimi riconobbe Patrizia. Si erano conosciute alle superiori, ma poi si erano perse di vista. Si salutarono velocemente. In un’altra situazione Miriam sarebbe rimasta indifferente a quell’incontro. In quel caso invece le sembrò una presenza rassicurante. Davide la fece sedere, ma l’abbandonò quasi subito. “Non ti muovere, torno subito!” le aveva detto.

Lei non rispose. Con lo sguardo lo seguì mentre lui con un suo amico prese le scale e salì di sopra.

La cosa non le piacque. Aspettò dieci minuti. “Adesso arriva” pensò. Invece non succedeva nulla. Poco dopo scese l’amico da solo. La sua preoccupazione aumentò.. Avrebbe voluto che Davide si prendesse cura di lei, ma in realtà, adesso che ci pensava, non era mai successo. Di questo ora provava delusione. Si fece coraggio e decise di salire al piano di sopra. Fece le scale e si trovò in un corridoio buio. Le porte erano chiuse tranne una che era rimasta semiaperta. Da quella stanza usciva una luce. Fu naturale per lei avvicinarsi, spostò la porta e steso sul letto vide Davide. Era da solo e per terra c’erano delle bottiglie e fili di fumo sospesi nel vuoto.

“Stai male? Hai bisogno di qualcosa?”

Davide non le rispose. La guardò con gli occhi arrossati, le fece una risata e si sdraiò di nuovo sul letto.

Si sentì sola come mai le era successo. Lasciò la stanza, scese e cercò tra le persone Patrizia. “Sei qui con la tua macchina?” le chiese. “Mi devi fare un favore, portami subito a casa”.

La mattina dopo quando si svegliò e si rese conto che il silenzio della domenica mattina avvolgeva tutto quello che stava intorno, iniziò a sentirsi meglio. Apprezzò la sua stanza, le sue cose come se fosse tornata da un lungo viaggio.

Quando uscì dalla doccia accese il telefonino e subito si trovò un messaggio.

Non guardò subito chi lo avesse mandato: era certa che fosse di Davide che la cercava. Poi guardò. Con sorpresa si accorse che lo aveva mandato Massimiliano. Erano mesi che non ne riceveva più da lui.

Lesse quello che c’era scritto:  “Come stai?” E in quelle poche parole vide quelle attenzioni e sentì l’abbraccio di cui aveva bisogno.

 

 

                                                                                   Stefano_D     3.09.2012

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esserciarcobaleno

Il Tozzi solidale, aggiustato e corretto.

Se si volesse individuare un filo conduttore in alcune delle canzoni prodotte da Umberto Tozzi durante la sua lunghissima carriera, credo si possa affermare, senza temere di essere smentito, di poterlo trovare negli appelli solidaristici che negli anni ha avuto modo di riproporre in più occasioni. Su tutte i più ricorderanno principalmente canzoni come “Si può dare di più” e “Gli altri siamo noi”.  L’invito presente nel primo brano – che parte da una situazione esistenziale di debolezza (“cosa ti manca cosa non hai”) - prosegue nel secondo con un approfondimento della condizione in cui si trovano “gli altri”, i più deboli, che in questo mondo piccolo e globalizzato, per forza di cose, “siamo anche noi”. L’indeterminatezza della prima canzone, in sostanza, trova compimento in quest’ultima attraverso il rilievo di un concetto socio-politico.

Con l’ultimo disco appena uscito (“Yesterday, Today”), il cantante e autore torinese ci ripropone il tema con un pezzo dal titolo particolarmente evocativo e che, per molti aspetti, potrebbe racchiudere concettualmente il significato dell’intero disco dedicato agli inediti: “Esserci”.

Il brano esprime con maggior forza un’istanza angosciata (“bisogno che ho di  abitare più in là di quello spazio che avrò”) che Tozzi sembra combattere contro un tempo che “forse lo tradirà”, aggiungiamo noi, se non realizzerà gli intenti che si propone.

L’urgenza, la corsa contro il tempo è dovuta alla realizzazione di un progetto che superi la condizione esistenziale dell’ esistere come semplice presenza, l’affermazione della possibilità di stare in una situazione di cambiamento che, forse, non risolverà il suo personale problema (“per la coscienza non so”), ma lo proietterà verso una condizione che potrà dare senso all’essere, senza però interrogarsi o risolvere l’eterno problema metafisico di “cos’è l’essere”. Il desiderio espresso in “Esserci” riguarda il prendersi cura degli altri, che Tozzi identifica come deboli, al fine di mutare un destino e, così, ricostruirlo.

Nel tentativo di superare un malessere esistenziale personale, nel corso degli anni Umberto Tozzi sembra passare, quindi, da un’azione istintuale non troppo meditata e, per certi aspetti, inautentica, in quanto fondata su un senso di colpa (“Si può dare di più”), all’impegno sociale consapevole anch’esso viziato dalla percezione di un privilegio (i “comodi deserti” de “Gli altri siamo noi”), per approdare, infine, ad una filosofia di vita, corretta e sistematizzata alla sua parte più genuina.

Dopo Vasco Rossi con Nietzsche, non è che Tozzi abbia cominciato a documentarsi su Heidegger?

 

                                                                                                Lorenzo, 7.06.2012                        graphic by Stefano_D

 

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21 Mag 2012 - YESTERDAY, TODAY

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YESTERDAY, TODAY

Quando un artista pubblica un nuovo disco usa dire, soprattutto tra i media “Torna con un nuovo disco …”. Lo abbiamo letto e sentito anche dopo la conferenza stampa con la quale Umberto Tozzi presentava il suo nuovo lavoro dal titolo “Yesterday, Today”. Raramente come in questa circostanza quello di Umberto Tozzi è stato accolto davvero come un “ritorno” dai suoi fedelissimi fan. In realtà non è che Tozzi sia stato assente dalle scene per tanto tempo, al suo ultimo album di inediti del 2005 (Le Parole), sono seguite le collaborazioni con Marco Masini (2006), il doppio cd “Non solo live” e “Superstar”, entrambi del 2009. E soprattutto tanti live in giro per l’Italia che hanno permesso a Tozzi di tenere saldo il rapporto con il suo pubblico.

 

Nonostante questo però con “Yesterday, Today” il tempo sembra essersi fermato a quasi 20 anni fa, quando Umberto Tozzi realizzò le sue produzioni più belle, e più fortunate da un punto di vista commerciale, dopo la separazione artistica da Giancarlo Bigazzi. Questo nuovo lavoro, negli inediti del CD 1, segna il ritorno del Tozzi che più piace ai suoi fan e forse anche a se stesso. Per questo troviamo quanto mai corretto parlare di ritorno. Sembra quasi che Umberto Tozzi, dopo aver vagabondato tra generi e melodie alla ricerca di nuova ispirazione e nuove idee, abbia capito che la cosa migliore da fare era tornare al tipo di musica che più gli si addice e che sa fare meglio. Ed a chi affidarsi se non a Greg Mathieson, l’arrangiatore che, più di chiunque altro, ha saputo confezionare al meglio le canzoni che Tozzi, prima con Bigazzi e poi da solo, gli ha consegnato. In realtà già per il disco “Le Parole” Tozzi e Mathieson erano tornati a lavorare insieme, ma per un insieme di fattori i risultati ottenuti non ci permettono di mettere quella produzione allo stesso livello di “Gloria”, “Tozzi”, “Notte Rosa”, “Equivocando” ed “Il Grido”. Ma si parla giustamente di “ritorno” anche perché in molti hanno notato o sentito nelle nuove canzoni tracce del passato. Riteniamo molto probabile che tutto il lavoro di riascolto fatto sulle vecchie produzioni sia per realizzare “Superstar”, sia per realizzare le nuove versioni delle vecchie hit, abbia rimesso Umberto Tozzi in contatto con il suo mondo musicale di sempre.

 

I 10 inediti ci restituiscono il Tozzi d’impronta rock made in Usa. Un fenomeno più unico che raro in Italia, un vero e proprio marchio di fabbrica. E questo disco un po’ a meta strada tra “Equivocando” ed “Il Grido”, più rock rispetto al primo e più commerciale rispetto al secondo, sembra essere un giusto ed equilibrato compromesso. Tozzi e ritornato su quella strada bruscamente lasciata per produzioni più melodiche (Aria & Cielo, Un’altra vita) per tornare a fare il tipo di musica che più gli appartiene. Il nuovo album rappresenta la miglior sintesi possibile del Tozzi di oggi. Progetto semplice e perfetto di come i suoi fan lo vogliono.

 

21.05.2012 Domenico    graphic by Stefano_D

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12 Mag 2012 - UMBERTO IS BACK

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Umberto is back

Umberto Tozzi è tornato con un nuovo singolo, ed è tornato a maggio con l’intenzione seria di riappropriarsi di quel che è stato suo negli anni a cavallo tra i decenni ’70 e ’80: l’estate.

Il singolo in radio da ieri sembra contenere gli ingredienti per ripetere i fasti prodotti dai precedenti vecchi 45 giri “Ti amo”, “Tu “, “Gloria”, “Stella stai”, usciti proprio a ridosso della stagione calda. La forza di queste canzoni, definite sbrigativamente “estive”, hanno insegnato ad una generazione di giovani ad amare e parlare di amore in un modo che è penetrato profondamente nell’immaginario collettivo producendo, quindi, cultura.

Nel 2012 Tozzi sceglie, quindi, ancora una volta la strada che in passato lo condusse al successo, ma con un brano che sul piano musicale dice poco di nuovo e che se piace quasi da subito è perché ricorda l’identico che si trasfigura, ma non troppo. Sia chiaro, Umberto non copia dai suoi pezzi la melodia o i giri armonici, ma fa tesoro di un metodo, di una formula che ha inventato insieme al compianto Giancarlo Bigazzi.

Come sapranno gli storici della canzone, nel 1981 lo strepitoso andamento delle vendite rallentò con “Notte rosa” che, ancora adesso, viene riconosciuta dalla maggior parte degli estimatori del cantante torinese come uno dei brani musicalmente più riusciti.

Umberto sa, perciò, essere anche altro da quello che è il suo solito biglietto da visita. Un biglietto che non rende giustizia della sua complessità artistica che, speriamo, possa emergere con l’imminente uscita del nuovo album prevista per il 15 di maggio.

                                                                                 12.05.2012, Lorenzo 

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