CHINA TOWN

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CHINA TOWN

 

Quel venerdì sera la stanchezza accumulata in settimana si faceva sentire più del solito. Entrato in casa tolsi le scarpe con un eroico gesto che stava a significare che quella sera non sarei uscito, mentre nelle orecchie mi rimbombavano ancora le urla del perennemente insoddisfatto capo, e mentre davanti agli occhi avevo ancora pile di pratiche inevase lasciate sulla scrivania e che avrei ritrovato il Lunedì dopo. Niente e nessuno mi avrebbe impedito una casalinga serata fatta di pizza surgelata da riscaldare e Zelig. Andando in bagno per lavarmi le mani il mio indice passò, con gesto automatico ed indipendente, sul tasto “play” della segreteria telefonica. Sul display lampeggiava il numero 3. Msg #1, la Mamma: “Ciao Michele, perché non ti fai sentire mai, non mi fare preoccupare. Domenica viene tuo fratello a pranzo con la Rosy, e portano anche la piccola Giulia. Vieni anche tu così stiamo insieme, ti faccio le lasagne che ti piacciono tanto…  ah, dimenticavo, porta pure quella ragazza con cui ti vedi, anche se dici che è solo un amica io l’ho capito che invece ti interessa davvero, vi aspetto!”. Msg# 2, il Papà: “Ciao Michele, quella rimbambita di tua madre si è scordata di dire che ho rinnovato l’abbonamento alla pay Tv. Quindi non hai nemmeno la scusa della partita. E poi lo sai, a tuo fratello il pallone non interessa e a me vedere le partite da solo da noia, ti aspetto!”. Msg #3, il fratello: “Ciao Michele, forse già lo sai, domenica sono a pranzo da mamma e papà, perché non vieni anche tu- Giulia chiede sempre dello zio Michele, ci conto!”. Apro il rubinetto e mentre l’acqua scorre sulle mani squilla il telefono con la segreteria telefonica ancora attiva: “Ciao Micky! Ti aspetto stasera al China Town alle 21.00, a dopo, bacio!”.

Rimasi bloccato, ancor più surgelato della pizza che avevo messo a scongelare. Era Marina, in un suo tipico riapparire dopo un suo tipico sparire senza un decente preavviso da minimo sindacale. Ed in quel breve messaggio almeno 3 elementi che mi procuravano orticaria. Intanto quel “Micky” che non ho mai sopportato dai tempi delle elementari. Poi il ristorante cinese, come se Marina non sapesse che io odiavo la cucina cinese. Ed infine quel dare per scontato che io sarei andato, che avrei risposto “obbedisco”. E invece no, stavolta poteva fare anche la buca al China Town, mi dispiace. Ma chi si crede di essere- Egoista, egocentrica. E tra altre mille imprecazioni mi sono trovato bello impomatato, profumato e pettinato davanti al China Town, alle 21.00.

Guardavo quella triste insegna, che faceva molto anni ’80, la stessa dall’apertura in quel lontano autunno/inverno 1987. Il China Town fu uno dei primi ristoranti cinesi ad aprire in città ed oggi uno dei pochi ancora aperti. Feci un bel respiro ed entrai preparandomi a sopportare quell’insopportabile odore di fritto, consolandomi che avrei potuto trovare rifugio in una Pizza, per quanto difficilmente più buona di quella surgelata che avrei mangiato a casa. Altra consolazione era che, per fortuna, al China Town non fu mai di moda il Karaoke. Entrai e fui accolto da una dolce cameriera cinese, minuta e molto carina, “Buonasela Signole”, non ebbi tempo di risponderle perché fui subito attirato da Marina che mi faceva cenno di raggiungerla al tavolo. Incredibile, lei che si fa sempre aspettare, quella volta arrivò prima di me. Marina era bella come sempre, la ragazza più bella tra tutte quelle con cui ho avuto una storia. Per me poi, che di certo non ero Brad Pitt. E poi tra noi due una pazzesca intesa sessuale, potevo davvero vantarmi (uno dei rari casi a dire il vero) che insieme facevamo scintille. D’altra parte il nostro rapporto era quello, una storia soltanto fisica, senza coinvolgimenti sentimentali. Lei parlò chiaro fin da subito “non sono nata per essere moglie, madre o nuora di qualcuno”. Ed a me in fondo andava benissimo così. Dopo alcune storie serie finite male, anche io volevo una storia “leggera ma piccante”, come usava definirla un mio amico con la passione per la musica.

Almeno era così all’inizio. Adesso però quelle peccaminose evasioni avevano fatto il loro tempo. E poi Marina era troppo scostante. Per quanto il nostro rapporto aveva la sola regola di non avere regole, la situazione mi stava lentamente logorando. Guardandola negli occhi pensavo che non sarebbe mai cambiata e che io non avevo intenzione di andare avanti. Allora sì, quella sera stessa le avrei comunicato che era l’ultima volta che ci saremmo visti, che la nostra storia sarebbe finita in quello stesso ristorante dove tutto iniziò con il primo appuntamento, quando accettai di andare a mangiare cinese solo per far colpa su di lei. Quello che stavo per dirle era una cosa forte, una cosa di cui forse mi sarei pentito un secondo dopo, così presi un po’ di tempo e chiamai la cameriera minuta e graziosa per ordinare.

In preda alla tensione rinunciai alla Pizza Margherita, quella che difficilmente sarebbe stata più buona di quella surgelata che avrei mangiato a casa, ed assecondai la sua ordinazione fatta di riso alla cantonese, ravioli in agrodolce, involtini primavere e via dicendo. A quel punto mi feci coraggio, avrei contato fino a 3 e poi le avrei detto quello che avevo da dire:  1, 2 … “Mi sono innamorata”, fece lei. Ripiombai di nuovo in quello stato di congelamento che provai poco prima davanti al lavandino del bagno, e ripensai alla mia pizza surgelata, scongelata per finire nel secchio della spazzatura. Per una frazione di secondo ebbi l’impressione/illusione che stesse concludendo la frase dicendo “…di te”. Ma non fu così.

“Si chiama Flavio, fa il Personal Trainer”. Lei parlava, io la sentivo ma non l’ascoltavo. Pensavo al mio capo, alle pratiche che mi aspettavano il Lunedì dopo in ufficio, alle scarpe tirate via con un eroico quanto inutile gesto, alle lasagne di mia madre, alla partita da vedere sprofondato sul divano con il mio vecchio, alla mia piccola, bellissima quanto insopportabile, nipotina. In quel momento maledivo il China Town per non avere il Karaoke. Qualunque scusa mi avrebbe fatto comodo per alzarmi da quel tavolo ed allontanarmi da Marina, dai suoi occhi, dalle sue mani, e da quelle parole che mi stava dicendo ma che io mi stavo rifiutando di ascoltare. “Con lui è diverso, con lui sto provando l’amore vero, forse per la prima volta in vita mia”, furono le prime parole che misi a fuoco quando tornai in me. “Peccato però, con te stavo bene. Chissà, magari avrei finito con l’innamorarmi di te, saresti stato un ottimo compagno”.

“Anche io mi sono innamorato Marina, ma di te. Anzi, forse lo sono sempre stato, da quel nostro primo incontro qui al China Town. E stasera te lo avrei detto Marina, ho accettato di venire appositamente per questo. Avrei voluto che tu diventassi mia moglie, la madre dei miei figli, la nuora da portare a mia madre per farle assaggiare le sue buonissime lasagne”. No, queste cose non riuscì a dirle a Marina. Lei era già sul suo tassì. Quelle cose le stavo dicendo alla cameriera minuta e graziosa che mi guardava con sguardo preoccupato e mi chiedeva se “va tutto bene Signole-”.

Marina se ne andò, portandosi con se il sogno, i massaggi, le dolci ambiguità, la fantasia, rose di serpenti e di sakè: profumi che non lasciano la scia ma inchiodano i ricordi dentro te. Uscì dal ristorante canticchiando quella canzoncina che faceva “ciao ciao, China Town”.

10.04.2012 Domenico                 graphic by Stefano_D



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