PROFUMO DI SPIGO

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PROFUMO DI SPIGO

Marina prese il suo giubbotto e chiuse la porta dello stanzino del guardaroba. Guardò l’orologio: la mezzanotte era passata da venti minuti. Anche questa giornata di lavoro all’ agriturismo era terminata. Uscì dalla porta secondaria e attraversò il giardinetto per raggiungere il parcheggio. Tra i tavolini all’aperto notò la luce rossa della sigaretta di Carlo. Lui era il proprietario e quello era il suo modo chiudere la serata prima di ritirarsi al primo piano dove si era ricavato due stanze: da quasi vent’anni quella era la sua casa e tutto il suo mondo. Era da un po’ che voleva chiederglielo. Così si fece coraggio, prese una sedia, appoggiò le chiavi e la borsa sul tavolino e si sedette vicino a lui. “Non ti ho mai chiesto come mai hai scelto questo posto.. Tu non sei di queste parti” gli chiese mentre anche lei si accese una sigaretta. Carlo sorrise “Se devo essere sincero ti dirò che non l’ho scelto io. Però mi ricordo il giorno che decisi che qui ci avrei cucinato. Altro non potevo fare”. Carlo aveva voglia di raccontare. Quella sera lo fece volentieri. Iniziò da quel viaggio in treno fatto più di vent’anni prima che lo riportava in questo posto dopo tanto tempo.

Era seduto sullo scompartimento e guardava il mare lungo quel tratto di costa toscana dove la ferrovia lo stava portando da Roma a Grosseto. Non poteva  non pensare alla sua infanzia quando i suoi genitori lo lasciavano a trascorrere lunghi periodi in quella casa dove era rimasta a vivere Emma, la sorella di sua madre. Immaginava quella grande stanza dove c’era la cucina e quell’ onnipresente profumo di lavanda che le piaceva mettere a seccare in mazzolini per poi riporli nei cassetti tra la biancheria. Un profumo che si era fissato per sempre nella sua memoria inchiodandone i ricordi. Ricordava che per quanto grande fosse la casa tutto si svolgeva in quella cucina dove lei era sempre indaffarata. In quella cucina Carlo aveva visto Emma fare il pane, la polenta, le tagliatelle all’uovo e mescolare dentro grossi pentoloni la frutta e lo zucchero per preparare le marmellate. Tutti gli ingredienti erano lì fuori a portata di mano. Il campo di mais, le galline nel recinto dietro la casa, i  due ciliegi  maestosi che insieme ad un melo e un albicocco rappresentavano macchie di desiderata ombra estiva che il prato non poteva offrire. Ogni tanto a Carlo piaceva correre in mezzo all’erba e spesso se ne tornava con un mazzolino di fiori che erano i più diversi possibili. Entrava in casa nascondendolo dietro la schiena, le diceva di chiudere gli occhi e poi glielo porgeva come avrebbe fatto con la sua mamma se fosse stata lì. Emma metteva quel mazzolino in un vaso di vetro rimasto vuoto dalla conserva di pomodori, lo riempiva con un po’ d’acqua e poi lo ammirava a voce alta. ”Margherita, tarassaco, veronica, malva, sambuco, calendule….ma lo sai che questi fiori oltre che belli si possono anche mangiare?” Carlola guardava soddisfatto della sua raccolta e del dono che le aveva fatto e curioso l’ascoltava divertito. “Li puoi mettere nell’insalata, il sambuco nelle marmellate, i petali di rosa nel riso. Un giorno, quando diventerai più grande t’insegnerò come fare”.

Quel giorno non arrivò mai. La famiglia di Carlo si trasferì a Roma ma soprattutto non fece più le vacanze nella campagna toscana. Le lunghe giornate estive da “mamma” Emma divennero  così un ricordo. Si iscrisse all’Istituto alberghiero: la passione per le alchimie culinarie a cui aveva assistito affascinato da bambino era cresciuta e voleva scoprirne tutti i segreti possibili. Finita la scuola iniziò come apprendista nelle cucine di un ristorante dove continuò ad imparare e appena gli fu possibile, sperimentare le sue idee. Poi venne il servizio militare, ovviamente in cucina nelle mense degli ufficiali. Terminato anche quel periodo riprese a lavorare al ristorante.  Con il tempo sentiva sempre più il desiderio di avere un locale suo. Iniziò  colloqui con banche e si mise a visionare offerte di cessioni. Cercò di coinvolgere anche un suo amico al quale gli confidò il suo progetto. Sembrava però che tutti questi sforzi, per un motivo o per l’altro non riuscissero a concretizzarsi. Il suo amico era titubante, i prezzi li considerava sovrastimati, le banche volevano garanzie che avrebbero coinvolto la casa dei genitori.  Un giorno gli arrivò la notizia  che “mamma” Emma se ne era andata  lasciando a lui la casa e il podere circostante. Per quanto potesse ritenersi fortunato per quell’aiuto insperato che gli veniva ora incontro, non poteva dirsi contento. Era triste di quel rapporto che si era interrotto per sempre. Un rapporto che lo legava verso i giorni spensierati di un’infanzia ormai lontana.

Fu così che si trovò su quello scompartimento che da Roma lo stava portando a Grosseto. Giunto a destinazione Carlo prese un taxi per raggiungere il casale che distava una dozzina di chilometri. Quando l’auto lasciò la provinciale per immettersi nella stradina che tagliava il prato lasciando dietro di sé una nuvola di polvere, a Carlo si strinse il cuore. Fece fermare il taxi dal cancello e percorse a piedi il vialetto. La casa era lì, davanti a lui, senza vita. L’erba era cresciuta indisturbata prendendo il sopravvento sui fiori delle aiuole davanti a balconi chiusi ormai da troppo tempo. Prese la chiave che il notaio gli aveva lasciato in una busta e entrò. La stanza era freddae quel  freddo lo sentì tutto. Apri un balcone e le pareti, i mobili così come i ricordi riaffiorarono irruenti dalla penombra. Tirò un cassetto e vi trovò le tovaglie e un mazzetto di lavanda legato in un fazzoletto che si sbriciolò tra le dita regalando un profumo che sembrava venire da lontano. Su un altro cassetto trovò un quaderno di scuola. Lo prese e sulla prima pagina c’era scritto: Per Carlo. Sfogliò le pagine successive con le mani tremolanti e si accorse che era unaraccolta di ricette dove ognuna contemplava un fiore diverso. Si sedette sulla sedia vicino al tavolo e scoppiò in lacrime.

“Quel giorno decisi che avrei fatto rivivere quel posto. E decisi anche come sarebbero stati i miei piatti” disse sorridendo a Marina che era rimasta ad ascoltarlo vincendo il fastidio dell’umidità che sentiva sulle spalle. Gli rispose: ”Hai fatto benissimo. Emma sarebbe orgogliosa di quello che hai fatto”. Lasciò Gianni a un’altra sigaretta. ”Buonanotte capo! A domani”.  “Notte! A domani”. Marina proseguì in direzione della macchina. Attraversò la siepe di lavanda che divideva il cortile dal parcheggio: adesso sapeva perché Carlo ne avesse piantata così tanta e perché suoi tavoli un mazzetto non mancava mai quand’era in fiore. Sorrise dentro di sé. Mise in moto e si avviò verso l’uscita. Prima di lasciare il cancello si soffermò sull’insegna: agriturismo mamma Maremma. Fu solo in quel momento che realizzò che mamma Emma era racchiusa in quel nome. Sorrise di nuovo e ripartì. Riguardò di nuovo l’insegna nello specchietto: si faceva più piccola e invisibile nella polvere che si sollevava fino a diventare una piccola luce in quella notte senza luna di primavera.

 

   Stefano_D                                                      graphic by Stefano_D



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