ENTRO OPPURE NON ENTRO

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Entro oppure non entro

 

Allungo la mano per spegnere la sveglia. Ci siamo penso. Oggi sarà una giornata particolare. Con uno sforzo  mi trovo seduto sul letto. La tentazione di ributtarmi giù è forte ma non voglio che lei mi trovi in casa. A tentoni raggiungo la finestra e spalanco il balcone. Una luce  debole illumina la camera. Sono le 6 e quarantacinque e  sta piovendo a dirotto. La parte del letto dove dorme Eleonora è ancora intatta. Lei rientrerà tra circa un’ora dal turno di notte. Rimetto a posto le coperte. Spero di conservarle un po’ del mio calore.

In cucina lo sbuffo di vapore della caffettiera mi riporta ai consueti riti quotidiani in una giornata che non so ancora che piega prenderà. Raccolgo l’ombrello, chiudo la porta a chiave e salgo in auto. Mi concedo un’ultima illusione di normalità. All’edicola  la signora mi allunga il Corriere. Un sorriso e frasi di circostanza. Arrivo al posto di lavoro ma, invece di entrare nel parcheggio tiro dritto. Vago senza meta per diversi chilometri. Mi fermo in un bar dove non c’ero mai stato. Ordino una brioche e un cappuccino. Cerco un tavolino vicino alla finestra e mi siedo. Lo schienale della panca curva verso il vetro. Sopra c’è una grata per il condizionamento mascherata con dei fiori finti. Piove ancora e il vetro è appannato. Una verità di plastica e una realtà grigia e velata. Mi esce questa frase mentre osservo alzando gli occhi dalla mia tazza. Mi viene in mente il primo giorno di lavoro allo Studio, il timore del titolare e poi il lavoro di sera e di domenica per dimostrare di essere all’altezza. Le promesse di promozioni, l’importanza che mi veniva attribuita a voce a cui però non corrispondeva ai fatti. I pagamenti che divennero sempre più complicati da ottenere e umilianti da sollecitare. Ma avevo sempre resistito per il rapporto che avevo instaurato con i clienti, per la fiducia e le soddisfazioni che mi davano. Con il titolare andava sempre peggio. Sapevo che prima o poi avrebbe toccato un limite insuperabile. E’ successo ieri. Mi  ha chiamato nel suo ufficio. Pensavo fosse per saldare i due mesi e mezzo di onorario. Si è messo a discutere di una pratica che avevo seguito mentre lui era in vacanza da qualche parte nel mondo. Mi aspettavo che si complimentasse per  come era stata istruita e per il buon esito imminente. Mi ha contestato dettagli insignificanti, marginali e pretestuosi. Mentre parlava mi sentivo un estraneo, come sdoppiato in quella stanza. Mi vedevo seduto in un angolo. Umiliato e incapace di reagire. Se fosse stato un sogno avrei cercato di svegliarmi, ma non era cosi. Devo reagire. Me lo ripetevo mentalmente tre, quattro volte. “Domani non vengo. Non verrò più”. Mentre dicevo questo mi sentivo ancora su un altro angolo della stanza stupito di quello che stavo osservando. Avevo la voce alterata, lo sguardo sprezzante. Poi non dicevo più nulla. C’era un silenzio e io me ne stavo uscendo da quell’ufficio.

Ora sono qui seduto in un bar in mezzo a persone sconosciute e sto pensando se per caso il mio capo mi ha cercato. Prendo in mano il telefono che è ancora spento. Non lo accendo. Il problema adesso è dirlo a Eleonora. Non volevo anticiparle nulla per telefono ieri quando ci siamo scritti per la buonanotte. E non volevo farmi trovare a casa quando lei rientrava. Ma devo farmi coraggio. Decido di rientrare. Quando arrivo nel piazzale vedo la sua macchina parcheggiata. Faccio una corsa per non bagnarmi e salgo nell’appartamento. Nello specchio dell’ascensore mi accorgo di avere gli occhi rossi. Ho pianto. Davanti alla porta ho un’ultima esitazione. Entro oppure non entro? Vorrei che lei capisse tutto senza che io le debba spiegare quello che è successo. Ho bisogno di lei. Giro la chiave.


      Stefano_D 30.03.2014                                                                      graphic by Stefano_D




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