Un lunedì

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Un lunedì

Non saprei spiegare perché mi comporto così, perché mi ritrovo questa rabbia dentro. Rimane assopita chissà dove per poi svegliarsi e farmi fare cose che non vorrei. La prima volta successe a 15 anni, in prima superiore. Un mio compagno mi prese in giro, senza nessun motivo. Sentii il sangue pulsarmi nelle tempie, il respiro divenne sempre più affannoso. Mi scaraventai su di lui con una forza sconosciuta. Gli feci male, lui finì in ospedale, io venni sospeso. Quando tornai ero evitato da tutti e tutto nei rapporti era cambiato. Divenni un emarginato e mal sopportai di esser lasciato in disparte. Non resistetti a lungo. Un giorno venni accusato per degli oggetti che erano spariti dal laboratorio. Non ero stato io, ma sembrava che qualsiasi malefatta fosse opera mia. Era un lunedì e decisi che non sarei tornato più a scuola.  Iniziai a lavorare in un’impresa edile e a faticare dal sorgere del sole fino al tramonto. Vedevo il mio corpo cambiare. A forza di traportare sacchi di calce le braccia divennero muscolose, le mani  si fecero callose. Iniziai a fumare e smisi di fare progetti sul futuro. Mia madre non sempre c’era. Cambiava spesso lavoro, non riusciva a mantenerne uno oltre i sei mesi. Succedeva che si stancava, oppure non le piaceva o la pagavano poco. Così cambiavano gli impieghi, i turni, gli uomini che la riaccompagnavano a casa. Non ricordo un periodo felice insieme a lei anche perché prima dei 15 anni non ho che vaghi ricordi, immagini appese come post it sulla superficie di un frigorifero dissolto nel tempo. La penso ora che stringo una vecchia foto dove siamo insieme. Mi succede spesso ora che sono in carcere, un posto che sembra fatto apposta per pensare. Nella foto è giovane e ancora bella. Io mi stringo a lei aggrappato alla gonna. Nessuno di noi due ride o sembra felice.  Siamo in una spiaggia e guardiamo in direzioni diverse quasi a cercare un orizzonte migliore per le nostre vite, ignari del fatto che non lo afferreremo mai. Non ho idea di chi l’abbia scattata. Da quando qualche anno fa ha trovato un impiego in un’altra città non ci siamo visti spesso. Qualche volta ci telefonavamo. Se era al lavoro cercavo di isolare la sua voce dai rumori di sottofondo, schiacciando il cellulare all’orecchio. Il mio bagaglio in questa cella è fatto di due fotografie. L’altra è quella di Sara.  Avevo 22 anni e un altro lavoro. Non riuscivo più a reggere il lavoro del manovale. In fabbrica gli orari erano migliori ma in realtà avevo solo cambiato lo sporco alle mani.  Uscendo dalla fabbrica annusavo l’aria per godermi di essere fuori all’aperto.  E non mi importava se le mie scarpe calpestavano neve, pozzanghere o l’asfalto ancora tiepido, la cosa importante era che non sentissi più gli odori dell’olio e del ferro saldato come una radice amara che ero obbligato a masticare. Li dentro il sole lo potevi solo sognare, specialmente d’inverno quando non lo vedevi quasi mai. Sara l’ho conosciuta a una fermata dell’autobus. Lei ritornava dalle lezioni dell’università. Adesso a ripensarci, quello è forse stato l’inizio del periodo più bello e breve della mia vita. Dopo qualche mese andai a vivere nell’appartamento che i suoi le avevano affittato per studiare. Alla sera la trovavo con i libri aperti sopra il tavolo illuminato da una luce che trafiggeva la nuvola di fumo. Era quello che rimaneva delle sue sigarette che mancavano dal pacchetto, l’aria che aveva respirato. Mi sorrideva, chiudeva il libro con la matita dentro a tenere il segno e mi baciava. Più tardi raccoglievamo i vestiti per terra e preparavamo il tavolo per la cena. Le promettevo che avrei trovato un appartamento più grande di quella piccola stanza con  bagno. Avrei voluto veramente mantenere quella promessa. Ma distrussi tutto, nuovamente. Successe in fabbrica. Il caporeparto ebbe a ridire su come avevo portato a termine quel lavoro. Mi disse che non capivo niente, che non bisognava essere dei geni per compiere quelle operazioni. Ma bisognava avere quella attenzione che non ero in grado di mantenere.  Il rumore divenne un insieme di suoni cupi, deformati come le immagini che vedevo. Davanti a me avevo una persona che mi stava urlando, ma non stava urlando a me. Stava urlando a quella bestia che  mi dormiva dentro, svegliandola.  Lei non sopportava di essere disturbata in quel modo, voleva, doveva stare tranquilla. La bestia prese la mia mano e la mia mano un cacciavite che era sul tavolo. Ricordo ancora la punta ferma a due centimetri dai suoi occhi. Ferma perché altre mani avevano bloccato il mio braccio. Mi cambiarono reparto, iniziai a fare lavori sempre più insopportabili, alla fine salii in ufficio e mi licenziai. Anche quella volta era un lunedì. Non dissi niente a Sara. Non volevo farle sapere che ero anche così. Avevo bisogno dell’immagine che lei aveva di me, diversamente mi sarei sentito  come mi sento adesso: perso del tutto e senza sapere neppure dove. Continuavo a mantenere gli orari della fabbrica uscendo e rientrando a casa, ma iniziavo a passare le mie giornate al bar e li feci amicizia con Luca. Lui non lavorava, i soldi se li procurava vendendo illusioni in bustine al suo giro di disperati. Era diffidente ma dopo qualche settimana si confidò. Anche lui aveva una bestia dentro, forse più imprevedibile e violenta della mia. Me ne accorsi una mattina nebbiosa di novembre quando gli dissi che dovevo andare a far benzina e volle venire anche lui. Arrivati al distributore mi sorprese dicendomi che avrebbe pagato lui. Così mentre  aspettavo di riempire un po’ il serbatoio con una misera banconota, lui entrò alla cassa.  Non capii bene cosa successe, ma vidi un lampo,  seguito da un rumore sordo e Luca che tornava verso di me con una pistola in mano urlandomi di scappare. La mia bestia e la sua scapparono mentre io rimanevo ancora una volta un prigioniero impaurito, incapace di dire o fare qualcosa.

È passato un mese da quando mia madre è venuta a trovarmi in carcere. Eravamo seduti uno di frnte all’altro, giù al parlatoio. Un vetro ci divideva. C’è sempre stata una barriera invisibile tra di noi, anche nei lunghi anni quando abitavamo insieme in quel appartamento al quarto piano. Una cella della quale avevo le chiavi. Sara non l’ho più vista. La capisco, non merita uno come me. Lei deve vivere in quel altrove dove tutti possono costruire la loro vita e dove io ho vissuto solo per pochi . Vorrei tanto tornarci, ma potrò farlo solo un giorno che è lontanissimo. Ora non posso. Ha vinto la bestia. È lei che mi tiene qui. Ho letto una frase, ma non ricordo in quale libro è racchiusa: “la morte è l’inizio di una nuova vita”. Solo così potrei liberarmi da questo animale e io da questo posto. Non voglio diventare vecchio qui o fuori di qui. Mi sono procurato una cintura.  Il cielo che vedo dal cortile è un piccolo rettangolo blu. Domani è lunedì.


12.10.2014, Stefano_D graphic by Stefano_D



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