Della stessa.... Parrocchia (di Guido Guglielminetti)

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Quello che segue è  un altro racconto preso dal sito di Guido Guglielminetti. Anche questa testimonianza, come la precedente, riporta aneddoti interessanti e spassosi che avremo modo di leggere in un libro, di Guido stesso, di prossima pubblicazione  che uscirà entro la fine dell'anno.


Della stessa.... PARROCCHIA


Abitavo a Torino in corso Peschiera al 309, stiamo parlando più o meno del 1965/66.

Non era da molto tempo che ci eravamo trasferiti: mia madre, mia nonna ed io, e ancora non conoscevo nessuno, quindi mi stavo guardando intorno. Appena dietro casa c’era una parrocchia molto attiva, gestita evidentemente da un parroco intelligente e molto dinamico, infatti c’era al suo interno un bel giro di gruppi o meglio “complessi” come si diceva allora!

Ho incominciato a frequentare la parrocchia di Pozzo Strada, così si chiama il quartiere, perché a breve ci sarebbe stata una gara di “complessi”, quindi al pomeriggio andavo a spiare le prove.

Entrando nel cortile, sulla destra, c’era una stanza che il parroco aveva adibito a sala prove. Dalla finestra di questa stanza, cercando di non farmi vedere, spiavo i musicisti che provavano. Quando tornavo a casa, mettevo un disco nel giradischi che mia madre aveva comprato con “Selezione dal Reader’s Digest” e fingevo di suonare la chitarra, sognando di essere su un palco. Non lo sapevo ancora ma praticamente avevo inventato il playback, come tanti miei coetanei!

Io andavo lì ogni giorno sperando provassero e aspettavo. Chiaramente non provavano tutti i giorni, ma io aspettavo ugualmente. Poi li vedevo arrivare! Anzi per la verità prima li sentivo. Era tutto un ridere e scherzare e spingersi fra di loro, si vedeva che erano affiatati, che si divertivano. Avevano sempre due o tre ragazze al seguito il cui unico compito era guardarli con aria sognante quando suonavano, prendevano molto seriamente quel ruolo di groupies e guardavano con aria sognante i loro idoli anche quando non suonavano.

Il leader del gruppo, cantante e chitarrista, si chiamava Umberto “Roddy”: capelli lunghi, rossi, magrissimo, maglietta attillata e jeans sopra la caviglia con calzino rigorosamente bianco (Michael Jackson non ha inventato niente!!). Molto sicuro di sè e consapevole del proprio fascino un po’ effemminato, come usava allora, si muoveva proprio come una rockstar. Alla batteria c’era Sandro “Davy”: caschetto nero e sguardo tenebroso, il massimo del suo sorriso era un leggero quanto impercettibile sollevamento del lato sinistro del labbro superiore, quando proprio si stava sganasciando dalle risate! Magrissimo anche lui e naturalmente sempre con le bacchette in mano. Questi due erano i personaggi intorno ai quali ruotava tutto, poi si aggiungevano a volte altri, ma non erano certo del loro calibro! Perchè nel rock conta anche l’aspetto fisico, e loro due sembravano fatti apposta per stare su un palco!

Io naturalmente li emulavo in tutto: capelli lunghi, biondi, magrissimo, magliete attillate, jeans corti e calzino bianco, che a scuola fra l’altro mi aveva fatto guadagnare l’appellativo di: “Finocchio”. Per chiudere la cerniera dei jeans mi dovevo sdraiare sul letto, tanto erano attillati.

Un giorno mentre stavano suonando solamente loro due, perchè avevano cambiato l’ennesimo chitarrista, Umberto mi vide che stavo sbirciando dalla finestra e mi fece cenno di entrare. Volevo sprofondare! Primo perchè mi ero fatto beccare che stavo spiando, secondo perchè erano i miei idoli. In quel momento sarei scappato, ma il mio animo che comunque era da rocker me lo impedì, quindi entrai. Le groupies mi guardavano incuriosite come se fossi un essere alieno ammesso alla corte dei loro idoli, Umberto e Sandro invece erano simpaticissimi e mi sentii subito a mio agio. Umberto mi chiese se suonavo e io con la faccia tosta che mi ha sempre contraddistinto gli dissi che suonavo la chitarra. In realtà stavo imparando a suonare con una chitarra acustica che avevo trovato nel retro del negozio di mobili che aveva mio padre, da cui andavo a lavare le vetrine.

Umberto mi disse che ne avevano già parlato tra di loro, perchè mi avevano già notato, e che secondo loro io potevo essere l’elemento che stavano cercando. Non stavo più nella pelle, per me era come se si stesse realizzando un sogno, quella sera raccontai tutto a mia madre, che ne fu molto contenta perchè mi era complice in tutto, al contrario di mio padre che pensava fossi solo un perdigiorno, capellone, buono a nulla. Tanto io vivevo con mia madre!

L’indomani mattina mia madre mi portò in un negozio di strumenti musicali e mi comprò la mia prima chitarra elettrica: 49.000 Lire, me lo ricordo ancora e non lo dimenticherò mai, perchè per lei, separata e quindi unica fonte di reddito della nostra famiglia, fu un grande sacrificio! Sono contento comunque di aver messo a frutto i suoi sacrifici!

Incominciammo quindi le prove. Prevalentemente suonavamo pezzi dei Beatles e dei Rolling Stones. Eravamo sempre insieme come si confà ad un vero gruppo, quando non facevamo le prove in Parrocchia, andavamo ai giardinetti con due chitarre acustiche. Per l’occasione Sandro suonava la panchina e le groupies sognavano con la voce di Umberto.

Qualche concorso lo vincemmo anche, ma non è che dessimo eccessiva importanza alla cosa, eravamo gli idoli del nostro quartiere e questo già ci piaceva.

Ma a volte nei Concorsi si incontrano strani personaggi……..


Racconto di Guido Guglielminetti                 http://www.guidoguglielminetti.com/

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