Luci e ombre

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LUCI E OMBRE

Una luce fioca, che pulsa come una nebulosa nello spazio nero, mi fa capire che ho gli occhi aperti. Sento delle voci lontane, come un sottofondo. Non riesco a sentire il mio corpo, a muovere le mani e le gambe. È come se non lo avessi più, come se fossi fatto solo di pensieri. Un’ ombra è vicino a me. Non so chi sia, ma sembra che si prenda cura di me, almeno lo spero. Chiudo gli occhi con una certa fatica. Il buio ora è totale.

Li riapro dopo un tempo imprecisato.

Sulla parete di fronte il sole entrando da una finestra proietta fasci di luce paralleli: sono in una stanza quindi, ma non è la mia camera.

Un’ombra si avvicina, è un’ombra chiara. Si avvicina a me, mi afferra un braccio, almeno così credo. Non so cosa stia facendo, ma quasi subito si allontana.

Richiudo gli occhi.

Buio. Le voci in sottofondo piano piano si spengono.

Quando riapro gli occhi fatico a capire se luce nella stanza è quella del giorno o di una lampada.

Vorrei sapere quanto tempo è passato, se ho dormito per ore oppure solo per pochi minuti. Mai come ora avrei bisogno di un orologio.

D’istinto guardo il mio polso sinistro ma vedo solo un braccio disteso e un liquido trasparente che mi entra nelle vene: attraversa un ago fissato con dei cerotti.

L’ombra che mi stava vicino è tornata: è mia madre. Mi inumidisce le labbra e sembra che voglia raccogliere le parole che non riesco a pronunciare.

Provo a sorridere. Non so se riesco a farlo, se lei lo capisce. Spero di si. Mi dice delle cose ma percepisco solo il suo tono rassicurante. Scorgo un accenno di sorriso. Non riesco a rimanere sveglio. La stanchezza mi fa chiudere gli occhi. Buio.

Stringo il volante. C’è Stella seduta accanto e davanti abbiamo una domenica al mare e una vettura che procede lenta. La sorpasso per non perdere tempo. Una macchina sbuca da una strada laterale. D’istinto chiudo gli occhi e affondo il pedale del freno. Una frenata lunga che sembra non finire mai. Arriva un botto fortissimo e tutto attorno è come un vortice. Le lamiere stridono come  versi sgraziati di airone. Piovono gocce di vetro.  Il vortice si calma e cala un silenzio irreale. Lo interrompe un gocciolio di un qualche liquido.

Vorrei chiamare Stella ma la voce non mi esce. Lo sterno è schiacciato da una massa di plastiche scure dalla quale escono fili rossi e gialli.

Delle macchine si fermano, voci che chiedono: «Siete vivi?»

Non riesco proprio a parlare a farmi sentire da quelli che stanno intorno a me. Sento sempre più voci. Ne distinguo una che dice: «Qui ci vuole la fiamma ossidrica».

Da lontano mi arrivano le sirene dell’ambulanza e penso che mai come in questa circostanza, quell’urlo acuto e penetrante possa darmi sollievo.

Le cesoie massacrano le lamiere e tirano fuori Stella.

In quella confusione sento due parole: “telo” e “morta”.

Ho ancora gli occhi chiusi e su questo letto d’ospedale  mia madre allunga la mano e con un fazzoletto mi asciuga le lacrime.


 12/04/2016   Stefano_D (ah ecco gli alberi)



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