Bologna, venerdì 1° agosto 1980 (pomeriggio)

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Bologna, venerdì 1° agosto 1980 (pomeriggio)


«Alice??? Dai preparati che usciamo»

Non la sopporto quando mi chiama. Beninteso: non che stia facendo qualcosa d’importante. Però a me piace starmene in camera ad ascoltare la radio. Quando mi annoio perché non passano nulla di interessante, ho la cassetta di Umberto. Avrei preferito prendere il disco, ma il giradischi, uno serio intendo, come l’Akai che avevo visto a casa di Nicola, con tanto di amplificatore e casse, per mia madre sarebbe stato troppo costoso.

Per questo non avevo preteso nulla. Come regalo per la mia promozione dall’esame della terza media mi aveva regalato un radio registratore con doppia cassetta e due casse per l’effetto stereo. Quando si accende la luce verde vuol dire che la radio trasmette in stereofonia e così, qualche effetto posso sentirlo. Anche se, per dirla tutta, le emittenti che trasmettono in stereo sono piene di fruscii e non sempre si sente bene. RadioRai esclusa. Però, a parte la Hit Parade del sabato, non ci sono altri programmi interessanti. Meglio la cassetta del mio Umberto, della quale ho fatto subito una copia per non rovinare l’originale. Per fortuna sulla copia l’effetto delle chitarre in Calma, si sente benissimo anche se le casse sono vicine.

«Alice sei pronta?». Dal tono  capisco che se non do segnali, sarebbe entrata in camera e li, come una grandinata d’estate, una serie di rimproveri partendo dal poster che avevo trovato su Ragazza in appiccicato al muro con lo scotch che aveva rovinato l’intonaco, passando sui vestiti buttati sulla sedia, pe terminare sullo zainetto ancora da disfare dopo un mese e mezzo dall’ultimo giorno di scuola.

«Un minuto e arrivo» grido, sperando che ciò impedisca l’irruzione nella mia stanza.

Poco dopo eravamo in strada. Il caldo sembrava più asfissiante sotto i portici nonostante l’ombra. Avevo indossato una maglietta color panna e quei jeans a sigaretta che mi piacevano tanto. Li avevo visti in una bancarella al mercato lo scorso venerdì  e avevo insistito con mamma perché me li prendesse. Certo, era stato un po’ imbarazzante dovermi cambiare nel furgonicino in mezzo a scatoloni e altri vestiti, ma alla fine ero felicissima. Dopo il divorzio da papà, mamma aveva dovuto fare le spese con molta più attenzione. Per arrotondare aveva trovato lavoro presso il bar della stazione ferroviaria, qui in città,  il sabato e la domenica, un turno che era rimasto scoperto. Per questo non dovevo pretendere troppo da lei. Già aveva dovuto pagarmi il biglietto, anzi i biglietti, per il concerto di Umberto allo stadio, qui a Bologna tre settimane fa e ovviamente accompagnarmi. Rimase per tutto il tempo del concerto con le dita infilate nei timpani per coprirsi dal volume.  Però sapeva quanto avevo desiderato incontrarlo. Erano due anni che pregavo per questo e altrettanti che mamma era costretta ad ascoltare le sue canzoni che mettevo al massimo. Sicuramente le sapeva a memoria anche lei.

«Dove stiamo andando mamma?»

«Da un signore». Mentre camminavamo, mia madre mi spiegò che stavamo andando da una specie di medium, uno che poteva vedere cose altrimenti impossibili per noi. Era diventato famoso quando riuscì a trovare l’assassino di una ragazza. Un commissario  della Polizia, che lo conosceva ed erano amici, seguendo tutte le piste investigative possibili e non sapendo più dove sbattere la testa, gli aveva portato una camicia della vittima. «Vedo un uomo. È sposato e ha due figlie, fa un lavoro importante, avevano una storia». Questo fu quello che disse al commissario dopo aver esercitato una specie di rito su un indumento della ragazza. Tra i sospettati c’era infatti una persona con queste caratteristiche. Era il responsabile dell’amministrazione di una famosa agenzia di assicurazione. Il suo ufficio era nello stesso palazzo dove lavorava la vittima e, nonostante non ci fosse una prova decisiva, ma solo alcuni sospetti derivati da testimoni che li avevano visti insieme, alla fine confessò tutto al commissario. Da quel momento questa specie di mago ebbe una notorietà e una fama ancor oggi riconosciuta. Volevo chiedere spiegazioni a mia madre ma qualcosa mi bloccò e rimasi zitta.

L’uomo ci ospitò in una stanza al piano terra. Aveva pochi capelli in testa, era  piuttosto grassoccio con una sigaretta che gli penzolava dalle labbra. A me diede l’impressione che facesse il capocantiere, come il papà di una mia compagna che gli somigliava parecchio. C’erano pochi mobili e il profumo di incenso si mescolava con quello del tabacco. Le persiane erano abbassate, molto probabilmente per tenere fresca la stanza. Quando mia madre le porse un fazzoletto da uomo, non riuscii ancora a capire il motivo della visita. Poi, il cosiddetto mago, chiese un indumento di mia madre. Dalla borsa estrasse una canottiera e gliela porse. Fu solo in quel momento che intuii che mia madre aveva conosciuto una persona alla quale evidentemente ci teneva se era arrivata a questa situazione, compreso il fatto che non potevamo buttarvi via soldi per sciocchezze.  Distese la canottiera sopra la tavola e iniziò con una specie di pendolino che ruotava sotto la sua mano a disegnare cerchi immaginari sopra l’indumento. Quando ripeté l’operazione per la quarta volta, capii che forse qualcosa non andava. Mia madre fece lo stesso ragionamento: «Qualche problema?».

«Mi appare tutto buio, non riesco a superarlo…».

«E cosa vuol dire? Significa che…..» chiese preoccupata mia madre che non aveva il coraggio di terminare la domanda e  tantomeno di ricevere certe risposte.

«Non saprei. Trovo strano che non riesca a vedere altro. Ma si tranquillizzi…» si affrettò ad aggiungere vedendo le nostre espressioni   «…il buio non significa per forza negatività. Pensi alla notte: non è forse affascinante? E non è forse vero che le cose belle non capitano solo di giorno?»

Un sorriso forzato apparse sul volto di mia madre, mentre a me sembrò pure volgare quello che le aveva appena detto.

«Venga la prossima settimana, mi porti un paio dei suoi indumenti e riproviamo».

Mia madre ripose il fazzoletto e la sua canottiera in una borsetta di plastica e il tutto dentro la sua borsa. Poi estrasse il portafoglio, ma il mago la fermò.

«Non ti ho detto nulla» passando subito a darle del tu, «Mi pagherai la prossima volta».

«Mamma, ma non vorrai mica tornarci da quel tipo!» le dissi una volta fuori mentre ci incamminavamo verso casa.

«Per me è importante Alice, perdonami» mi rispose seria e preoccupata.

Era la prima volta che mia madre mi chiedeva di perdonarla per qualcosa che faceva. Ripetei la frase che mi aveva rivolto dentro di me diverse volte, cercai di capire la sua situazione negli ultimi anni. Il mio silenzio fu la risposta alla sua richiesta di perdono. Capii che dovevo cambiare discorso. Davanti a una bancarella un tipo vendeva cinture di stoffa con la fibbia composta da un doppio anello,infilzate come bovini in un macello e ordinate per colore.

« Posso prenderne una? Umberto ne ha una azzurra, l’ho vista in una foto…» Non mi feci problemi a chiedere perché sapevo che costavano poco.

Mia madre, ancora assorta, esitò. Poi mi sorrise e disse: «Va  bene, scegli».

 

Mai avrei pensato che quella cintura l’avrei conservata per sempre, come una reliquia: era l’ultima cosa che mia madre mi comprò in quel pomeriggio non proprio spensierato, che passammo insieme. 


27/07/2017 Testo e grafica di Stedano_D



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