Due pagine di quaderno

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DUE PAGINE DI QUADERNO

Il rumore della chiusura della cerniera del trolley sembra più accentuato nel silenzio della notte che sta per finire. Tutto è pronto per la trasferta di lavoro.

Ogni volta che dormo fuori una sorta di tristezza mista ad ansia mi assale. Poi passa subito, ma non ho mai accettato completamente il fatto a volte di dover dormire fuori per lavoro.

Mi dirigo verso la porta e scendo le scale sulle punte per far sì che il rumore dei miei tacchi non dia fastidio. Trolley in macchina, è ancora buio, faccio un respiro profondo, metto in moto, parto.

La Torino-Milano il mattino è più trafficata del solito. File di tir che provengono da Oltralpe e il traffico su ruota sempre più intenso. Mentre guido non vedo l'ora di imboccare la Gravellona Toce. Se tutto va bene in un paio d'ore sarò a destinazione, direzione lago Maggiore dove mi aspetta una giornata di lavoro lunga, domani tarda mattinata sarò a casa, questo è il pensiero che mi solleva dal sottile nervosismo che sento.

Finalmente lo svincolo dell'autostrada dei Laghi, il traffico si ridimensiona notevolmente, la mia guida è sempre attenta ma un po' meno tesa. La luce del primo mattino promette una bellissima giornata senza nebbia. Quando faccio tratti insoliti spesso ascolto la Radio dove ogni ora sento aggiornamenti sul traffico alternati a canzoni di vario genere. La mia chiavetta con la mia selezione la riservo per il viaggio di ritorno quando sarò un po' più rilassata.

La sigla di un Giornale Radio Notizie mi coglie un po' di sorpresa, probabilmente non sento neanche le prime notizie dal mondo. Poi di colpo una voce annuncia la scomparsa di Giancarlo Bigazzi. Il mondo si ferma. Ricordo solo di aver posato gli occhi sulla Radio e per istinto non so il perché, aver frenato. Ascolto la notizia, stringo il volante, rallento, guardo dallo specchietto retrovisore, non c'è nessuno, mi metto in prima corsia decelero, scuoto la testa, mi esce un 'No, Giancarlo no ...'

Di fronte a me un rullino di immagini che scorrono, io e la mia vita, diari, cuffiette, testi, zaini, macchine, scuola, vacanze, la mia vita, le sue canzoni, le sue parole, IO.

Arrivo in negozio confusa. Serena, una collega conosciuta a un corso, mi mette subito a mio agio presentandomi i colleghi con cui passerò le prossime ore. Sorrido, ringrazio, faccio passare le ore facendo il mio dovere. Arriva la sera e mi dirigo nell'hotel dove dormirò., Chiamo Serena, una scusa, un mal di testa:, non cenerò fuori con i colleghi., Voglio rimanere da sola, anzi vorrei essere a casa mia.

Dal trolley tiro fuori una lunga felpa, la indosso, così come le mie scarpe da ginnastica, un quaderno con una matita in mezzo, un libro. Sono gli unici oggetti che metto sul mio comodino, non so il perché ho lasciato il computerino e la chiavetta internet a casa. Stasera avrei avuto bisogno di parlare con qualcuno, di essere collegata con il mondo. Nel taschino del trolley sfilo il mio Mp3, scendo alla reception. C'è un signore. Ha più o meno l'età di mio padre. E’ il proprietario della pensione. Mi chiede se ceno. Rispondo di no, ma chiedo un caffè, prendo sul bancone la tazza. Mi volto e vedo una bellissima vetrata sul Lago. Cerco di aprirla ma è chiusa a chiave. Il signore gentilmente mi chiede se voglio uscire. Rispondo di sì, che ho bisogno di prendere un po' d'aria. Esco in un bellissimo porticato di legno: ci sono dei tavoloni appoggiati al muro. Sicuramente in primavera ed estate qui è pieno di turisti., Mi siedo su uno dei tavoli tiro su il cappuccio della felpa e poi per istinto faccio il gesto che da piccola e da ragazza mi è costato sgridate e rimproveri: tiro le maniche della felpa il più giù che posso coprendomi tutte le mani. L'ho sempre fatto quasi come gesto di rifugio, di ribellione. Sformavo le maniche dei miei maglioni e lo faccio tuttora. Nonostante lo spessore della felpa sento la tazza del caffè ancora calda e la stringo forte. Nella tasca il mio Mp3 è già pronto con il programma 'Casuale ‘. Mi è sempre piaciuto lasciare al caso la canzone di un determinato momento. Tengo premuto il tasto ON inizia Non va che volo, una stretta al cuore, la voce di Umberto, le parole, quelle parole, IO, la mia vita, IO.

Intorno a me le Alpi, nonostante il buio. Sono così bianche per la neve che si specchiano nelle acque scure del grande lago. Le luci dei paesini sono appoggiate e silenziose. Trovo che i posti di lago in autunno ed in inverno siano bellissimi. Guardo in alto il tappeto di stelle. Qualcosa di caldo mi scorre sul viso, Inizio a piangere, ho bisogno di piangere, non mi vede nessuno, lo faccio sussurrando le parole di quella canzone nelle cuffiette, con la mia tazza di caffè tra le mani. Mi viene in mente che c'è una canzone che dice " Qui non c'è mai nessuno che mi parli di te ". Ecco, io avrei bisogno di qualcuno con cui parlare di te Giancarlo, dire che tu hai scritto ciò che fa parte della mia vita, le tue frasi, le tue parole, IO, Vorrei dire al mondo che non è giusto, che non ci ho mai pensato , che dovevo dirti Grazie Giancarlo, che non ho fatto in tempo, che non potrò più farlo, Prometto davanti ad una stella che parlerò di te, che nel mio piccolo ti ricorderò. Questo te lo devo, te lo dobbiamo.

Rientro, salgo le scale verso la mia stanza, apro quella porta, un luogo a me sconosciuto. Nulla mi appartiene in quel posto, gli occhi si posano su quel quaderno, forse scriverò, chiudo la porta dietro di me.

Ho freddo. Che cosa non va?

Per Angela, 19 gennaio 2012



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