Biografia di Umberto Tozzi

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La tesina di M.P.copertina-edit-23


Il mondo di Mario comprendeva due insiemi ben definiti: un macrocosmo che si materializzava dalla radio e dalla televisione quando erano accese e un microcosmo fatto dalle relazioni in famiglia oppure a scuola. A tredici anni la complessità della vita quotidiana poteva essere così schematizzata. Era il 1978 e, se accendeva la radio, poteva ascoltare le canzoni diffuse da una miriade di emittenti private. Anni dopo capì che quel momento, quello che stava succedendo allora nel macrocosmo, sarebbe diventato una frase di un brano che avrebbe imparato a memoria: “…e c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra…”. A “a modo suo” Lucio Dalla aveva scritto questa lettera/canzone destinata a divenire un tormentone da inizio inverno, ogni anno, insieme ai brani di Maria Carey e George Michael e John Lennon. Scritta in quel 1978 (il disco “Lucio Dalla” che contiene “L’anno che verrà” fu pubblicato nel febbraio del 1979), risente del clima cupo dei cosiddetti “anni di piombo”. Il 9 marzo 1978 a Torino iniziò il processo alle Brigate Rosse nella caserma Lamarmora. Lungo il perimetro della caserma furono messi sacchi di sabbia e su questi le mitragliatrici a difesa di quello che si stava svolgendo all’interno. La radio, come la TV in quei mesi di primavera, non faceva uscire notizie divertenti, Il 16 marzo ci fu l’episodio di via Fani, l’attacco al cuore dello Stato. Lo Stato era la Democrazia Cristiana e la Democrazia Cristiana era Aldo Moro e Aldo Moro era ad un passo dal compiere quello che Berlinguer aveva definito “il compromesso storico”, un’alleanza tra la DC e PCI, un’alleanza tra la borghesia e la classe operaia.

I movimenti dell’estrema sinistra vedevano altro: una sottomissione delle forze di sinistra alla mano lunga dell’imperialismo americano di cui l’Italia, tramite la DC, era una succursale; la lotta armata era l’unica soluzione per evitare questo. Il 9 maggio tutto questa visione finì, o perlomeno fu l’inizio della fine. Nel Paese il cambiamento o la voglia di esso era forte nell’aria. Un’aria pesante, pesante come piombo, che doveva essere cambiata. C’era bisogno di sentire aria di festa, di campane che “dan” e “dabadan” l’annunciassero. Il cambiamento di Mario arrivò dal suo microcosmo, dal garage del suo microcosmo. Suo padre cambiò macchina. La 128 verde che lo aveva visto dormire nel sedile posteriore nei lunghi viaggi verso il mare, andava sostituita. Fece i suoi ultimi chilometri verso la concessionaria e venne lasciata lì. Non seppero più nulla del suo destino: se ci fosse stato qualcuno a darle una seconda vita oppure se la sua corsa fosse finita per sempre come quella bianca delle BR che frenando di colpo fece tamponare la 130 di Moro. La nuova auto non si chiamava con un numero ma con un nome e già questo era per lui un cambiamento. Si chiamava Ritmo e aveva i paraurti di plastica e già questo era per lui un cambiamento: niente più impronte come quando bambino, girando intorno alla macchina di suo padre, lasciava i segni delle mani sui paraurti cromati. La Ritmo aveva debuttato al Salone di Torino nell’aprile del 1978, durante quei 55 giorni nei quali l’Italia aveva il fiato sospeso. Aveva i paraurti di plastica ed era costruita dai robot, anche questo un cambiamento, robot come quelli che, sempre nell’aprile del 1978, erano apparsi nel macrocosmo televisivo a difendere l’umanità dal male. I robot della Fiat toglievano invece i lavori peggiori agli operai, in quel microcosmo dove il male era la catena di montaggio e un uomo alla catena valeva come un altro, svilendone la personalità, poveri cristi che arrivavano in fabbrica prendendo il tram. Era lì che aveva attecchito la protesta dieci anni prima e ancora non era terminata. La nuova macchina aveva i paraurti di plastica, era costruita dai robot e nella plancia c’era lo spazio per l’autoradio. Suo padre l’installò poco dopo che gli venne consegnata l’auto. Era giugno, la scuola era finita e suo padre lo chiamò, lo fece salire sulla nuova auto e accese l’autoradio. A giugno, quando accendevi la radio usciva Umberto Tozzi. “canterò la pioggia perché venga giù, il vento che si calmi un po’, il cielo perché sia più blu”. Questa frase rimase. Non ne capiva il senso e forse rimase per quello. Rimase il fascino per le cose dette e recepite a varie fasce di livello, rimase perché conteneva quello che sarebbe diventato un principio filosofico, uscito un giorno dall’autoradio. Rimase negli anni del classico, rimase quando arrivò l’università. Arrivarono anche gli album bianchi di Battisti. Mentre Mogol scriveva per Tozzi “…È stare un giorno al sole. Un mare azzurro con le vele”, in “Cosa succederà alla ragazza” Panella faceva cantare a Battisti: “io ti vorrei incontrare ma non lo vorrei”. Fu la scintilla che lo portò tempo dopo a consegnare al relatore la bozza della tesi in Filosofia che aveva per titolo “Il paradosso di Moore nella musica leggera”. Ma nel 1978 era tutto ancora lontano, una distanza quasi come dalla Terra alla Luna, una distanza che l’uomo aveva però percorso il decennio prima. Il futuro lo si poteva immaginare. E Mario immaginava che si, nella faccia nascosta della luna, poteva esserci veramente la base segreta di Vega, perché niente era ancora chiaro, niente era afferrabile con sicurezza proprio come “una saponetta che, scivolando, non c’è”.


11.12.2023, by Stefano Dalto


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