Biografia di Umberto Tozzi

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23 Feb 2013 - CHIUSO

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CHIUSO

 

Complice un cielo che quella sera prometteva la fine del mondo, il Gazometro della Garbatella, esempio di archeologia post industriale della capitale, mi si mostrò con un fascino insolito quando per l’ennesima volta svoltai sulla Circonvallazione Ostiense. Quella pratica masochista non aveva altro scopo se non quello di mettere in fila pensieri e parole in vista del mio incontro con Roberta. Mentre l’autoradio suonava “Until the end of the world” degli U2 tra me e me avanzava la convinzione che l’apocalisse stava davvero per abbattersi, se non su di noi, sulla nostra storia.  D’altra parte il tono della sua voce al telefono non prometteva nulla di buono, mi era chiaro che avrei dovuto subire per l’ennesima volta lo sfogo di chi sta sul piedistallo e ti vomita addosso tutte le sue frustrazioni. Eppure, anche questa volta, ero disposto a tenere botta pur di salvare un rapporto nel quale avevo investito tanto e nel quale ancora credevo molto.

 

Arrivai sotto casa sua, e parcheggiai lungo una di quelle vie rese famose più dalla serie TV dei Cesaroni che non dalla bellezza architettonica ed importanza storica di questa parte di Roma. Per un attimo mi lasciai anche cullare dall’idea che in realtà stessi aspettando la bellissima Eva (Alessandra Mastronardi, ndr) e non Roberta. Nell’attimo esatto in cui spensi i fari, si aprì il portone e Roberta fece vedere il suo riconoscibilissimo caschetto rosso che metteva in risalto i suoi occhi verdi, la sua pelle chiara e le efelidi sul naso. Tutti elementi che testimoniavano il suo carattere forte, quello al quale troppo volte ho dovuto soccombere, pensando di ripetere il solito copione anche questa volta.

 

Mentre avanzava a passo deciso verso la mia automobile, notavo che il suo viso era una maschera e non tradiva alcun sentimento positivo nei miei confronti. Aveva l’aria di chi aveva già deciso, già giudicato e già emesso le sue sentenze: se nella sua vita le cose non stavano andando come lei voleva la colpa era in gran parte mia! Sapevamo bene entrambi però che in realtà le cose non stavano così e che erano ben altri i conflitti che Roberta portava dentro di sé e con i quali non aveva mai voluto fare i conti fino in fondo.

 

Poi il cielo mantenne le sue promesse ed iniziarono a cedere le prime gocce di pioggia. Mi venne d’istinto alzare i finestrini per evitare che la pioggia potesse bagnare i sedili e per lasciare fuori i primi spifferi di quella fine estate in anticipo. Non mi resi però conto di quanto quel gesto avesse un significato più profondo:  arrivare ad un appuntamento temendo che possa essere l’ultimo per scelta di lei e trovarsi invece a chiudere la storia per propria volontà. Fuori dalla macchina Roberta urlava e si dimenava, allo stesso tempo implorava ed ordinava di aprire, allo stesso tempo lacrime di pioggia cadevano sui vetri della macchina, sul suo viso e sul mio… Rimisi in moto e me ne andai senza dire una parola, la guardavo dallo specchietto retrovisore e mi sentivo morire, al tempo stesso però capivo che chiudere quella storia poteva essere finalmente una occasione di rinascita per me.

 

Domenico, 23.02.2013

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20 Gen 2013 - FACCIA D'ANGELO

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FACCIA D'ANGELO

Seduto al tavolino Patrick osservava Cristina dietro al banco che preparava con attenzione le bevande.

La guardava riempire velocemente i bicchieri prendendo dosi da almeno tre bottiglie. Poi raccoglieva pezzi di frutta già affettata, la infilzava in spiedi che finivano annegati per metà in liquidi colorati. Quando il vassoio era pieno, iniziava il volo sopra le teste dei clienti per svuotarsi in uno o due tavoli. Lei poi si fermava a scrivere sul block notes sorridendo sempre a tutti.

Decise di alzarsi per uscire dal locale. Aprì la porta ma invece di trovarsi all’aria aperta quello che vide era una grande sala da ballo. Raggiunse, cercando di non urtare le coppie sulla pista, le poltrone di quella stanza e trovato un posto libero, si sedette. Non riusciva a capire bene come era finito li, ma voltandosi notò con stupore che la persona seduta a fianco era Cristiana, vestita elegante come mai l’aveva vista e che gli stava sorridendo. Stava per chiedersi come mai era finito in quella situazione quando sentì una pacca sulla spalla e una voce che gli diceva: “Svegliati! Dobbiamo andare!”.

Aprì gli occhi, la sala da ballo svanì in un secondo e si materializzò la stanza del personale del Pronto Soccorso dove si rifugiava di notte a riposarsi quando il turno non offriva emergenze. Cristina aveva già iniziato ad infilarsi il giubbotto. Patrick si alzò dalla sedia e andò a risciacquarsi il viso con un po’ di acqua fredda. Poi raccolse la sua valigetta personale e si affrettò a raggiungere l’ambulanza. “Cosa abbiamo?” le chiese. “..una persona si è sentita male in una discoteca. È priva di sensi da un po’”. Si mise alla guida dell’ambulanza. Notò che a quell’ora della notte c’erano pochissime automobili in giro. Voleva dire qualcosa a Cristina ma la vide seduta a fianco che armeggiava con il telefonino. “Chissà se la persona alla quale scrive è sveglia a quest’ora…” pensò. Decise quindi di non disturbarla. Gli sarebbe piaciuto parlarle, ma evidentemente lei preferiva starsene nelle sue.  Patrick portò i suoi pensieri altrove, mentre guardava la strada con le scie che lasciavano le auto sull’asfalto bagnato e sulle vetrine buie dove si rifletteva la luce blu del lampeggiante. All’interno della discoteca le luci pulsavano lanciando fasci di tutti i colori.

Un responsabile della sicurezza li condusse verso i servizi. Una persona era stesa a terra. Cristina si precipitò su quel corpo. La girò distendendola con dorso sul pavimento, le prese una mano e provò a parlarle ad alta voce. “Come si chiama?” chiese a Patrick. Lui prese un documento dalla borsetta, lesse il nome: Giulia e si bloccò. Quel corpo non dava reazioni. Cristina continuò ad eseguire la procedura: controllò il respiro, controllò il polso. Niente.

Patrick si ricordò di quand’era ragazzino, di quando aveva visto Giulia per la prima volta. Era estate e lei era venuta ad abitare con la nonna in una casa poco distante dalla sua. Era bellissima, almeno per lui lo era davvero. Poi quando iniziarono a girarle attorno ragazzi più grandi, capì che lo era anche per altri. Iniziò un periodo in cui era sempre più difficile incontrarla senza altri attorno. Giulia sparì e lui smise di aspettarla e cercarla e si rassegnò al fatto che come improvvisamente era arrivata nella sua vita, altrettanto velocemente era sparita. Il ricordo di lei però non svanì mai. Ogni tanto si chiedeva dove fosse finita, chi era diventata. Le risposte le aveva avute poche settimane prima. Era una domenica di dicembre e nella frenesia degli acquisti domenicali l’aveva vista davanti ad una vetrina a chiedere elemosina. Era trasandata e di salute non doveva cavarsela molto bene. L’aveva evitata.  E ora si pentiva di averlo fatto. “Qui siamo di troppo, avvisiamo la Polizia” gli disse la sua collega sentenziando la sorte di quel corpo steso a terra. Patrick  guardò Cristina senza dir nulla. Pensò che nel giro di mezz’ora lo aveva destato già due volte riportandolo alla realtà. Premette il pulsante off del defibrillatore e fissò la spia rossa che si stava spegnendo.

 

20.01.2013, Stefano_D                                                      graphic by Stefano_D

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Il brano che visse due volte (parte prima)

 

Il consiglio di Greg Mathieson dato a Jack White produttore del disco d’esordio di Laura Branigan di includere Gloria non cadde nel vuoto. Lo ritenne un brano valido e lo mise nell’Lp come riempitivo. Gloria english version si ritrovò li, con tutto il suo potenziale ancora inespresso, in un album la cui buona sorte era affidata ad un altro singolo e affrontò il mercato discografico statunitense sulla fine dell’autunno del 1982. Quello che successe fu che i dj (che ascoltavano per prassi professionale gli album per proporre i brani), dopo il singolo di punta proposto dalla produzione, iniziarono a mettere sul piatto Gloria ( a firma Bigazzi/Tozzi – Veitch) e la canzone prese il volo nelle radio e poi nelle vendite dei 45 giri raggiungendo i primi posti della classifica statunitense dove vi rimase per 36 settimane. Insomma quelle note che qui in Italia, per noi che leggiamo, fecero guardare in modo diverso e per sempre le chiese di campagna e i campi di papaveri, iniziarono a  far sognare anche dall’altra parte dell’Oceano i ragazzi degli States.

Allo Xenon o allo Studio 54, quando mettevano Gloria partivano piume e palloncini, tutti catturati da quella combinazione di note a cui era difficile rimanere indifferenti.

Trent’anni fa non c’erano motori di ricerca, email, chat, blog, forum o social network. Le notizie giravano, ma non avevamo tanti strumenti per catturarle, almeno non subito. Ma prima o poi, quello che ti interessava ti arrivava. E succedeva che poi ricordavi anche la circostanza in cui quella notizia l’avevi saputa, perché non avveniva mai nel solito modo come accade oggi accendendo uno schermo nello sue svariate dimensioni e sistemi operativi. Fu così che una mattina d’inverno salendo le scale che mi portavano in aula, un mio compagno di classe mi si avvicinò ed esordì con un : “Hai visto ieri sera…”. E mentre mi toglievo il cappotto e lo appendevo nell’attaccapanni del corridoio ricevetti questa news che mi fece sedere sul mio banco con una certa soddisfazione. La stessa che provai diversi mesi dopo quando andai con i miei amici a vedere Flashdance. L’amica della protagonista si presentò al saggio di pattinaggio e come base scelse Gloria perfomed by Laura Branigan. Dalle casse acustiche usciva Gloria mentre nello schermo le lame dei pattini lasciavano scie sulla pista ghiacciata metafora di un solco che il brano avrebbe lasciato nella storia della musica pop. Gloria stava diventando un classico universalmente riconosciuto. Ma per me lo era già, anzi, era molto di più.

 

Stefano_D 30.12.2012                            oggetto ritratto nella foto appartenente alla collezione privata di Domenico

 

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22 Dic 2012 - IN CONCERTO

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UN CONCERTO DA GRANDE STAR

Sabato primo dicembre a Padova non si è svolto il concerto del nostro Umberto o meglio, non solo quello. Eppure era iniziato così, come un concerto, anzi come l’unica data italiana del suo tour e la cosa mi aveva fatto un po’ sorridere pensando che nel capoluogo patavino c’era stato solo pochi mesi prima. Certo, era ospite al festivalshow quindi in una parte, seppur principale, rispetto ad un evento contenitore, ma “unica data italiana” suonava più come un formalismo che altro. L’altra cosa particolare fu che decisi di partecipare all’unica data. Particolare  perché dopo aver seguito Umberto agli inizi della sua carriera live con costanza e in più date anche dello stesso tour (“Notte delle stelle” dell’80 escluso per mie ragioni anagrafiche e geografiche), alla metà degli anni 90, decisi di smettere. Non volevo cambiare opinione su di lui, perché in fondo un fan rimane tale nel bene e nel male e può succedere che ragioni in questo modo. Così riuscii a proteggere i miei ricordi. Mancavo quindi dai suoi concerti da un po’ e come se fosse “qualcuno che… ti chiama”  decisi che era semplicemente il momento di ritornare a respirare quell’aria facile da ricordare e difficile da descrivere. Nel frattempo “qualcuno” iniziava a metterci del suo: si seppe che dal concerto sarebbe stato tratto un dvd e poi che sarebbe stato possibile partecipare alle prove, mentre una rappresentanza di noi fans sarebbe salita sul palco per incontrarlo e un’altra rappresentanza avrebbe avuto un seguito dopo il concerto prima di lasciare Umberto alla sua dimensione privata. Tutto ciò era sufficiente per trasformare la cosa in un evento. Non va sottovalutato il fatto che in questi anni i fans di Umberto si sono “organizzati” in quella che lui stesso ha definito la Tozzifamily, lo zoccolo duro che lo segue ovunque o quasi e che ha visto Ale premiato sul palco proprio perché ha cancellato o ridotto al minimo la parola “quasi”. Sapevo quindi che andando al concerto avrei avuto modo d’incontrare o vedere molti che su queste pagine ho conosciuto di nome, condiviso opinioni, parlato di passato, presente e futuro. Con qualcuno di questi posso dire che siamo diventati senz’altro amici. Insomma, l’appuntamento aveva preso una serie di sfumature emotive che sono pian piano cresciute fino al fatidico giorno. Si, perché una volta sceso dall’auto l’atmosfera è diventata particolare: incontrare e parlare con persone per la prima volta senza che queste fossero sconosciute, ha dato una seriazione un po’ irreale. Ho pensato divertito che quella che stavo vivendo fosse “la notte degli avatar viventi”. Poi è iniziato il concerto. Quello che mi ha colpito è stata la perdita dell’indipendenza del singolo brano. Umberto ha proposto la sua carriera lasciando pochi brani “da soli” dall’inizio alla fine. Ha proposto “blocchi” di medley dove il suo repertorio si è susseguito come fosse un crescendo che tutto coinvolgeva e tutto amalgamava indicando non un unico episodio ma un periodo lunghissimo, comune,  fatto di tanti piacevoli episodi. Non so come sia stato il concerto dal punto di vista tecnico e musicale. Questa è un’analisi che mi riserverò con l’ascolto del dvd. Ma in quel momento non erano importanti gli arrangiamenti, la scaletta o altro. Umberto era in forma e noi in quel momento, in piedi a cantare, abbiamo cercato di afferrare il magico di quelle canzoni insieme al suo interprete. E se siamo andati a casa soddisfatti e con la voglia di ringraziare ancor di più Umberto, significa che quel qualcosa di straordinario lui è riuscito a farcelo rendere raggiungibile in questa fantastica ed indimenticabile occasione. Il freddo della notte all’uscita del teatro ci ha ricondotto più sereni alla realtà, consapevoli di aver partecipato a qualcosa di emozionante, senza dubbio una piacevole deformazione della realtà razionale. Tant’è che sulla strada del ritorno mi è venuto un dubbio: “…ma veramente la corista in un paio d’occasioni mi ha fatto l’occhiolino, oppure è stata l’atmosfera che mi ha fatto credere che….”

22.12.2012 Stefano D                                                                            foto: Serenix

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CAVALCANDO LE STAGIONI COME UN GRANDE RE

Quando il giovane e timido Umberto Tozzi, dai capelli rossi e le efelidi sul naso, lasciò la natia Torino per cercare fortuna a Milano, allora capitale discografica del belpaese, difficilmente poteva immaginare a quale gloriosa (aggettivo usato non a caso …) carriera sarebbe andato incontro. Cresciuto con due grandi passioni, entrambe osteggiate dal padre che sognava per il figlio una professione più stabile, Tozzi abbandonò il sogno di diventare calciatore per dedicarsi alla musica. Tuttavia la massima aspirazione era fare il turnista, in studio o nei live, per altri artisti oppure, nella migliore delle ipotesi, diventare anche un autore affermato. Insomma Tozzi si voleva ritagliare un importante ruolo ma non come protagonista assoluto. Invece, per circostanze più o meno fortuite e casuali, questo giovane e talentuoso ragazzo divenne improvvisamente un protagonista del panorama musicale, nazionale prima e internazionale poi. Una partenza un po’ in sordina con un album bello ma poco fortunato, e poi l’exploit di “Ti amo” che fece innamorare una generazione e che fece sconfinare la canzone italiana come non accadeva dai tempi de “Il blu dipinto di blu” di Domenico Modugno. Successo internazionale alimentato e consolidato da altre due memorabili hit come “Tu” e “Gloria”. Ma nella sua ultratrentennale carriera, Tozzi ha saputo coinvolgere più generazioni,  cavalcando le stagioni come un grande Re”. E’ successo nel 1987 quando Tozzi ha saputo rilanciarsi dopo un momento di appannamento, con successi nazionalpopolari quali “Si può dare di più” e “Gente di Mare”, consacrando quel momento di rinascita con un album epico registrato dal vivo alla Royal Albert Hall di Londra. E’ successo di nuovo ad inizio anni ’90 piazzando album di grande successo commerciale quali “Gli altri siamo noi”, “Le mie canzoni” ed “Equivocando”. Ma non solo, Tozzi ha saputo conquistarsi fette di pubblico di ogni età perché le sue canzoni sono entrate nelle case di milioni di italiani e la passione per quelle note è stata tramandata facilmente anche da genitori a figli, da fratelli maggiori a fratelli minori.

Nonostante un animo poco ruffiano e quel suo “non voler far parte”, Tozzi ha saputo ritagliarsi una nicchia di fan, il cosiddetto zoccolo duro, che lo ha seguito negli anni e che lo segue ancora oggi. Quella parte di pubblico affezionato che lo ha seguito nei successi come nei disastri. Quel pubblico rimasto fedele al proprio mito ancora oggi e che ha ricevuto proprio da Umberto Tozzi il giusto riconoscimento con la  giornata evento come quella che si è tenuta a Padova lo scorso 01 Dicembre 2012. E’ stata un’occasione per celebrare una gloriosa carriera e per gratificare quella parte pubblico più fedele che da una decina di anni abbondanti si riconosce nel nome di “Tozzifamily” e che ha trovato in Umberto Tozzi non solo un punto di riferimento musicale, ma anche un compagno di viaggio, la colonna sonora della propria vita, canzoni ed album che hanno scandito il trascorrere del tempo, legandosi ai momenti importanti di ognuno di noi. 

Un cammino condiviso quello di Umberto Tozzi ed i suoi fan, un percorso iniziato da Torino alla fine degli anni 60 e che, passando per Dischi d’Oro e di Platino, il podio di Sanremo, la Royal Albert Hall di Londra, l’Olympia di Parigi, ha trovato la quadratura del cerchio a Padova. Una giorno di festa dove i fan hanno celebrato la grandezza di Tozzi e dove Tozzi ha manifestato la giusta riconoscenza al suo grande pubblico, dove per “grande” non ci limitiamo ai numeri ma estendiamo il significato anche al bagaglio di ricchezza umana che la Tozzifamily porta con se. Padova verrà ricordata per sempre dai presenti. Per chi non c’era è in arrivo il tanto atteso DVD che segnerà un nuovo capitolo importante per la carriera di Umberto Tozzi e per chi lo ama.

Domenico, 10.12.2012                                                                                  Foto: Betti

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