Biografia di Umberto Tozzi

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10 Apr 2012 - CHINA TOWN

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china town

Quel venerdì sera la stanchezza accumulata in settimana si faceva sentire più del solito. Entrato in casa tolsi le scarpe con un eroico gesto che stava a significare che quella sera non sarei uscito, mentre nelle orecchie mi rimbombavano ancora le urla del perennemente insoddisfatto capo, e mentre davanti agli occhi avevo ancora pile di pratiche inevase lasciate sulla scrivania e che avrei ritrovato il Lunedì dopo. Niente e nessuno mi avrebbe impedito una casalinga serata fatta di pizza surgelata da riscaldare e Zelig. Andando in bagno per lavarmi le mani il mio indice passò, con gesto automatico ed indipendente, sul tasto “play” della segreteria telefonica. Sul display lampeggiava il numero 3. Msg #1, la Mamma: “Ciao Michele, perché non ti fai sentire mai, non mi fare preoccupare. Domenica viene tuo fratello a pranzo con la Rosy, e portano anche la piccola Giulia. Vieni anche tu così stiamo insieme, ti faccio le lasagne che ti piacciono tanto…  ah, dimenticavo, porta pure quella ragazza con cui ti vedi, anche se dici che è solo un amica io l’ho capito che invece ti interessa davvero, vi aspetto!”. Msg# 2, il Papà: “Ciao Michele, quella rimbambita di tua madre si è scordata di dire che ho rinnovato l’abbonamento alla pay Tv. Quindi non hai nemmeno la scusa della partita. E poi lo sai, a tuo fratello il pallone non interessa e a me vedere le partite da solo da noia, ti aspetto!”. Msg #3, il fratello: “Ciao Michele, forse già lo sai, domenica sono a pranzo da mamma e papà, perché non vieni anche tu- Giulia chiede sempre dello zio Michele, ci conto!”. Apro il rubinetto e mentre l’acqua scorre sulle mani squilla il telefono con la segreteria telefonica ancora attiva: “Ciao Micky! Ti aspetto stasera al China Town alle 21.00, a dopo, bacio!”.

Rimasi bloccato, ancor più surgelato della pizza che avevo messo a scongelare. Era Marina, in un suo tipico riapparire dopo un suo tipico sparire senza un decente preavviso da minimo sindacale. Ed in quel breve messaggio almeno 3 elementi che mi procuravano orticaria. Intanto quel “Micky” che non ho mai sopportato dai tempi delle elementari. Poi il ristorante cinese, come se Marina non sapesse che io odiavo la cucina cinese. Ed infine quel dare per scontato che io sarei andato, che avrei risposto “obbedisco”. E invece no, stavolta poteva fare anche la buca al China Town, mi dispiace. Ma chi si crede di essere- Egoista, egocentrica. E tra altre mille imprecazioni mi sono trovato bello impomatato, profumato e pettinato davanti al China Town, alle 21.00.

Guardavo quella triste insegna, che faceva molto anni ’80, la stessa dall’apertura in quel lontano autunno/inverno 1987. Il China Town fu uno dei primi ristoranti cinesi ad aprire in città ed oggi uno dei pochi ancora aperti. Feci un bel respiro ed entrai preparandomi a sopportare quell’insopportabile odore di fritto, consolandomi che avrei potuto trovare rifugio in una Pizza, per quanto difficilmente più buona di quella surgelata che avrei mangiato a casa. Altra consolazione era che, per fortuna, al China Town non fu mai di moda il Karaoke. Entrai e fui accolto da una dolce cameriera cinese, minuta e molto carina, “Buonasela Signole”, non ebbi tempo di risponderle perché fui subito attirato da Marina che mi faceva cenno di raggiungerla al tavolo. Incredibile, lei che si fa sempre aspettare, quella volta arrivò prima di me. Marina era bella come sempre, la ragazza più bella tra tutte quelle con cui ho avuto una storia. Per me poi, che di certo non ero Brad Pitt. E poi tra noi due una pazzesca intesa sessuale, potevo davvero vantarmi (uno dei rari casi a dire il vero) che insieme facevamo scintille. D’altra parte il nostro rapporto era quello, una storia soltanto fisica, senza coinvolgimenti sentimentali. Lei parlò chiaro fin da subito “non sono nata per essere moglie, madre o nuora di qualcuno”. Ed a me in fondo andava benissimo così. Dopo alcune storie serie finite male, anche io volevo una storia “leggera ma piccante”, come usava definirla un mio amico con la passione per la musica.

Almeno era così all’inizio. Adesso però quelle peccaminose evasioni avevano fatto il loro tempo. E poi Marina era troppo scostante. Per quanto il nostro rapporto aveva la sola regola di non avere regole, la situazione mi stava lentamente logorando. Guardandola negli occhi pensavo che non sarebbe mai cambiata e che io non avevo intenzione di andare avanti. Allora sì, quella sera stessa le avrei comunicato che era l’ultima volta che ci saremmo visti, che la nostra storia sarebbe finita in quello stesso ristorante dove tutto iniziò con il primo appuntamento, quando accettai di andare a mangiare cinese solo per far colpa su di lei. Quello che stavo per dirle era una cosa forte, una cosa di cui forse mi sarei pentito un secondo dopo, così presi un po’ di tempo e chiamai la cameriera minuta e graziosa per ordinare.

In preda alla tensione rinunciai alla Pizza Margherita, quella che difficilmente sarebbe stata più buona di quella surgelata che avrei mangiato a casa, ed assecondai la sua ordinazione fatta di riso alla cantonese, ravioli in agrodolce, involtini primavere e via dicendo. A quel punto mi feci coraggio, avrei contato fino a 3 e poi le avrei detto quello che avevo da dire:  1, 2 … “Mi sono innamorata”, fece lei. Ripiombai di nuovo in quello stato di congelamento che provai poco prima davanti al lavandino del bagno, e ripensai alla mia pizza surgelata, scongelata per finire nel secchio della spazzatura. Per una frazione di secondo ebbi l’impressione/illusione che stesse concludendo la frase dicendo “…di te”. Ma non fu così.

“Si chiama Flavio, fa il Personal Trainer”. Lei parlava, io la sentivo ma non l’ascoltavo. Pensavo al mio capo, alle pratiche che mi aspettavano il Lunedì dopo in ufficio, alle scarpe tirate via con un eroico quanto inutile gesto, alle lasagne di mia madre, alla partita da vedere sprofondato sul divano con il mio vecchio, alla mia piccola, bellissima quanto insopportabile, nipotina. In quel momento maledivo il China Town per non avere il Karaoke. Qualunque scusa mi avrebbe fatto comodo per alzarmi da quel tavolo ed allontanarmi da Marina, dai suoi occhi, dalle sue mani, e da quelle parole che mi stava dicendo ma che io mi stavo rifiutando di ascoltare. “Con lui è diverso, con lui sto provando l’amore vero, forse per la prima volta in vita mia”, furono le prime parole che misi a fuoco quando tornai in me. “Peccato però, con te stavo bene. Chissà, magari avrei finito con l’innamorarmi di te, saresti stato un ottimo compagno”.

“Anche io mi sono innamorato Marina, ma di te. Anzi, forse lo sono sempre stato, da quel nostro primo incontro qui al China Town. E stasera te lo avrei detto Marina, ho accettato di venire appositamente per questo. Avrei voluto che tu diventassi mia moglie, la madre dei miei figli, la nuora da portare a mia madre per farle assaggiare le sue buonissime lasagne”. No, queste cose non riuscì a dirle a Marina. Lei era già sul suo tassì. Quelle cose le stavo dicendo alla cameriera minuta e graziosa che mi guardava con sguardo preoccupato e mi chiedeva se “va tutto bene Signole-”.

Marina se ne andò, portandosi con se il sogno, i massaggi, le dolci ambiguità, la fantasia, rose di serpenti e di sakè: profumi che non lasciano la scia ma inchiodano i ricordi dentro te. Uscì dal ristorante canticchiando quella canzoncina che faceva “ciao ciao, China Town”.

 

Domenico 10.04.2012                         graphic by Stefano_D

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22 Mar 2012 - Luci e ombre

Luci e ombre

Luci ed ombre

 

 

Franco se ne stava lì davanti allo schermo del suo computer. Stava scorrendo le notifiche su un social network quando si accorse di aver ricevuto una richiesta d’amicizia.

“Emma Bertone…e chi è?” pensò. Entrò nel suo profilo, ma le notizie che offriva erano scarne. Diverse invece erano le foto e l’unica conclusione che ne trasse guardandole fu che la ragazza era senza dubbio carina.

Decise quindi di accettare quella richiesta d’amicizia. Non immaginava che quel semplice gesto gli avrebbe cambiato la vita, ancora una volta.

Avrebbe voluto chiederle il motivo di quella richiesta, ma sapeva che a quella risposta ci sarebbe arrivato in un secondo momento.

Ripiegò su un cordiale  “Ciao! Dove abiti?” che gli sembrò ideale per continuare un minimo di dialogo amichevole a distanza.

Franco attese una decina di minuti la risposta. Ma non arrivò. La giornata d’inizio primavera era invitante anche nel tardo pomeriggio. Decise di spegnere il computer e di non riprendere le dispense di Economia politica. All’appello mancavano dieci giorni e un’ora di relax, prima dell’allenamento con la squadra di pallacanestro,  poteva starci.

Uscì. Quando sentì l’aria fresca che mescolava i profumi dei primi tagli d’erba con lo sfiorire dei calychantus nei giardini, si senti felice. Era da tanto tempo che non gli succedeva di essere di buon umore senza un particolare motivo evidente.

Anche le immagini di Emma venivano mescolate nella sua mente. Gli sarebbe veramente piaciuto conoscerla ma per il momento  l’unica cosa che poteva fare era aspettare. Quando rientrò accese il computer ed iniziò a preparare la borsa per l’allenamento. Nessun messaggio nuovo. Spense il computer con una smorfia di disappunto, prese le sue cose ed uscì.

Quando rientrò a casa per la cena erano quasi le ventidue. Mangiò quello che sua madre gli aveva preparato e se ne andò in camera. Accese fiducioso il computer. Era convinto che avrebbe trovato sicuramente un messaggio. E infatti un messaggio c’era: “Nata e cresciuta a Torino!” “Torino!… vicinissima! …mi poteva andare peggio” pensò Franco sorridendo. D’impeto scrisse:

“Cosa fai di bello nella vita?”  La risposta non tardò ad arrivare. “Lavoro in un negozio d’abbigliamento in un centro commerciale. In questi giorni però sono a casa in convalescenza. Tu?”

Franco fu felice di quella risposta. Dimostrava un certo interesse nei suoi confronti e la cosa gli faceva piacere.

Da quella sera i contatti con Emma si intensificarono fino a diventare quotidiani. Si scrissero moltissimo. Franco non si tratteneva più con i suoi compagni terminato l’allenamento e correva a casa. Non vedeva l’ora di mettersi davanti al computer. Era trascorso un mese ed entrambi conoscevano molte cose uno e dell’altra.

Dopo averci pensato qualche giorno, Franco decise d’incontrarla.

Voleva vederla e parlarle.  Si era stancato di comunicare con lei  tramite una tastiera. Questi e altri propositi aveva in mente quando successe una cosa stranissima.

Una sera rientrando dall’allenamento accese il computer. Non trovò i consueti messaggi. Entrò nel profilo di Emma, o meglio, cercò di farlo ma, il profilo era sparito dal social network! Rimase incredulo  e con una scia di perché senza risposta.

“Calma! Devo stare calmo” pensò.

Solo allora Franco realizzò che non le aveva ancora chiesto il suo numero di telefono!

Si disperò e cercò un modo per venirne a capo. Aveva  capito quale quartiere di Torino abitava in base ad alcune dichiarazioni che lei aveva riferito. Fece una rapida ricerca sugli elenchi telefonici e fortunatamente in quelle vie che aveva preso in considerazione, c’era solo un utente con quel cognome. Franco decise che l’indomani si sarebbe presentato a casa sua. Non poteva sparire così, in quel modo! Sarebbe stata una cosa crudele ed inspiegabile.

L’indomani pomeriggio era di fronte ad un campanello con a fianco la scritta: Bertone.

Suonò. La ragazza che aprì la porta non era quella che corrispondeva al profilo di Emma. Le somigliava tantissimo però, ed aveva all’incirca la stessa età.

“Sono Franco. Scusami se disturbo, ma cerco Emma!”.

A quel punto era pronto a sentirsi rispondere di tutto ma la ragazza gli disse solamente: “Entra!”

Lo fece sedere in soggiorno. “…ora andrà a chiamarla” pensò Franco. Invece si sedette anche lei. Gli disse: “Emma non è qui, non è qui da circa un anno, dal giugno scorso…non può stare qui…”

Franco non capiva. Lei si alzò, andò verso un cassetto del mobile ed estrasse un documento. Glielo porse a Franco dicendogli: “A Emma lo scorso giugno le è successo questo!” . Franco prese il documento. Era un ritaglio de La Stampa, in una pagina della cronaca. Il foglio era conservato in una busta di plastica trasparente. Lesse. Era un articolo che parlava di un grave incidente stradale dove Emma in compagnia del suo ragazzo, era rimasta coinvolta mentre percorrevano la strada verso il mare, l’ultima domenica di giugno.

“Da quel giorno mia sorella è in sala di rianimazione. E’ attaccata ad un macchinario che la fa respirare. Scusami. Mi ero illusa che un giorno potesse ritornare ad una vita normale. Per questo l’ho tenuta viva nella sua pagina sul social network. Scrivevo nelle sua bacheca….chiedevo amicizie. Ma la situazione in questi ultimi giorni è precipitata. I medici non ci danno più speranze. Devi scusarmi. Ti ho coinvolto, è stata una pessima idea. Ti chiedo scusa”.

Franco guardò la ragazza che aveva di fronte.

“Gli incubi non capitano solo quando dormi.” pensò. “Ti capitano anche di giorno e non puoi svegliarti per farli finire”.

Non riusciva a parlare, anche se aveva capito il dolore  di lei e il suo folle progetto. Voleva farle capire che aveva compreso perché si fosse comportata così. Ma era bloccato. Tante, forse troppe le domande che voleva farle, ma rispettò il suo dolore. Gli sembrava che avesse la precedenza su tutto.

Gli usci un “Stai tranquilla, non preoccuparti”. Non era esattamente quello che voleva dirle, ma di meglio, in quel momento, non riuscì a trovare.

Aveva bisogno di uscire da quella stanza, di prendere una boccata d’aria.

Lei lo accompagnò alla porta. Sia quei pochi metri che separavano la poltrona dall’uscita, sia quei pochi secondi che servivano per percorrere quel tragitto, gli sembrarono eterni.

Girò la maniglia, aprì la porta e si voltò per salutarla e incontrò il suo volto triste.

Si scambiarono un “Ciao.”

Lei rimase a guardarlo mentre si allontanava e richiuse la porta solo quando lui sparì dalla sua vista.

Passò qualche giorno. Franco voleva dimenticare quella vicenda, ma allo stesso tempo le mancavano quei lunghi e quotidiani scambi di chat. Si chiedeva com’era stato possibile che lui si fosse aperto così, con una persona sconosciuta e che non era quella che pensava fosse.

Si pentì anche di quella incursione a casa sua, di esserne uscito quasi subito, di non essersi fermato di più a parlare con la sorella. In fondo, era lei che aveva conosciuto.

La sera stessa, quando  accese il computer prima di coricarsi per controllare posta, trovò una richiesta d’amicizia sul social network. Guardò chi fosse.

“Stella Bertone”. Sorrise, portò il cursore sul pulsante “Conferma amicizia”. Ma

 si fermò quasi subito. Esitò per qualche secondo. Poi si decise e su quel pulsante fece click.

Stefano_D 22.03.2012

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06 Feb 2012 - Tempo d'inverno

greg_white_black_20120202_1714319928…Tempo d’inverno…

Non avevo nessuna voglia di uscire, ma in quella casa che avevamo affittato in montagna non c’erano fiammiferi, o meglio, ne erano rimasti un paio che non ci avrebbero garantito l’accensione del caminetto la mattina seguente. Succede, ma non si può pensare a tutto quando si è fuori dalla propria casa. M’infilai il giubbotto presi il berretto e m’incamminai verso il centro del paese che distava circa mezzo chilometro. Il buio e la neve che aveva iniziato a cadere lieve, rendevano il paesaggio ancor più diverso da quello che avevo memorizzato un paio d’ore prima. La mia sensazione di disorientamento aumentava senza destare preoccupazioni. Mi diressi verso l’unico locale aperto: una locanda dove sicuramente avrei trovato tutte quelle persone che mi sarei aspettato di incontrare per strada. Entrai dopo aver scosso un po’ di neve che avevo addosso e fu con sorpresa che mi accorsi di quanto vuoto fosse il locale. Eppure dietro il bancone la barista era tutta indaffarata ad asciugare bicchieri e a riporli ordinatamente sul ripiano, come se numerose persone fossero appena uscite o dovessero entrare da un minuto o l’altro.

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25 Gen 2012 - LE CANZONI RESTANO

62uidbigazzi2Verrebbe da dire che con la scomparsa di Giancarlo Bigazzi se ne va un pezzo di storia del nostro paese. Questo perché in epoca moderna anche il mondo dello spettacolo rappresenta in qualche modo il costume di una società e di un paese e la sua cultura. Verrebbe anche da dire che lasciando noi, fan di Tozzi, Bigazzi si sia portato via anche un pezzo di storia individuale di ciascuno di noi. Per fortuna sappiamo che non è così. Se riusciamo a guardare oltre il dispiacere per la perdita di una persona a noi cara, anche se non la conoscevamo, abbiamo di che consolarci con lo sterminato repertorio di canzoni che Bigazzi ci ha lasciato in dono. Gli artisti si sa sopravvivono a se stessi, grazie alle loro opere e Bigazzi, così come Tozzi, era senz’altro un artista. Nel suo campo uno dei più grandi, se forse non il più grande, che il nostro paese abbia avuto.

 

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bigazzi

La morte di Giancarlo Bigazzi crediamo che abbia lasciato tutti gli amanti della musica italiana con un grosso velo di tristezza e un senso di perdita altrettanto grande. La figura del compositore, musicista e produttore fiorentino, pensiamo non abbia eguali nel panorama musicale italiano e proprio per questo siamo portati a ritenere che la critica e il mondo musicale non gli abbia saputo tributare in vita il giusto riconoscimento. In queste ore si corre certamente il rischio di incappare in coccodrilli intenti a rivalutare l’opera di Bigazzi con l’inconsapevole risultato di far apparire il tutto come un’operazione di circostanza.

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